IL TEATRO DI SABBATH – PHILIPH ROTH – EINAUDI
Ragazzi mettetevi comodi e fate un bel respiro
Al.
IL TEATRO DI SABBATH – PHILIPH ROTH – EINAUDI
di Marco Chieffa
Quando Philiph Roth, nel 1995, scrive Il teatro di Sabbath (con il quale vince il National Book Award) realizza il suo romanzo più insolito e maggiormente pieno di energia. Il protagonista è l’ebreo Mickey Sabbath, sessantaquattrenne, un tempo burattinaio, dotato nonostante l’età di sfrenata libidine, un sarcasmo tagliente e creatività scandalosa. Solo dopo la morte della sua amante slava Drenka, una bomba del sesso, Sabbath realizza un viaggio a ritroso nel suo torbido passato.
Roth riesce a trascinare il lettore da un piano narrativo all’altro, dalla voce del narratore a quella del protagonista, dal presente al flash back; si viene piacevolmente irretiti da questa forza e contemporaneamente se ne viene allontanati e disgustati.
Lo stile è ironico e assai colto, imbevuto di psicanalisi, laicismo di matrice ebraica e satira pungente. E’ come se Philiph Roth abbia subito l’incanto dello shtetl (il villaggio ebraico), il luogo principe dell’immaginario, vagheggiato e spesso mitizzato, amato come solo si può amare l’eden perduto dell’infanzia. Lo scrittore, transfuga dallo shtetl, subisce il passaggio da una società preliberale a quella americana capitalistica avanzata, da un cosmo regolato da valori trascendenti e superindividuali (quelli della Torah) ad un caos vertiginoso la cui unica legge è il successo del singolo. Il tutto senza passare in maniera intermedia attraverso il secolo dei lumi.
Lo scrittore del New Jersey riesce abilmente a tradurre in linguaggio narrativo la divisione creativa che vive la cultura ebraica, bilicata tra l’Hassidismo, ovvero un movimento mistico popolare e di massa contraddistinto dal lato emozionale, e l’ebraismo talmudico, con la preminenza al lato dialettico-analitico.
Le storie che vive l’eroe Sabbath sono di ordinaria e quotidiana follia interiore, meno spesso inespressa, il più delle volte teatrale. Nella sua vicenda si può vedere in controluce la storia del teatro ebraico moderno.
Non è un caso che la prima compagnia fissa yiddish fu fondata da Goldfaden solo nel 1876. Difatti la tradizione teatrale necessita di una nazione, cioè della coesione stabile di un popolo legato dalla stessa lingua su di un territorio: l’esatto contrario della condizione ebraica nella Diaspora.
Non è nemmeno un avvenimento fortuito che le due compagnie yiddish di maggiore dignità artistica sono state il Goset di Mosca (Teatro Ebraico di Stato) fondato da Granovskij con la sua vena farsesca e l’Habima che incarna il versante misterico. Farsa e mistero, cinismo e raffinatezza, repulsione e tocco magico: è tutto questo il burattinaio dalle dita scandalose oramai segnate dall’artrite.
Siamo di fronte ad uno dei migliori scrittori americani contemporanei e a un personaggio che, dalla seconda parte del romanzo in poi (dopo la morte di Drenka), deraglia farsescamente verso la follia e la morte senza però raggiungerla. Sembra di assistere alla leggenda praghese del golem. Il Rabbi Low Moreno (il Mahral di Praga) nelle vesti di Roth, dà vita a un golem-Sabbath per proteggere il proprio “ghetto” letterario. Pentitosi della sua creazione, il saggio Rabbino-Roth giunge alla suprema decisione di distruggerla. Ma non ci riesce nonostante abbia già scritto sulla lapide la stele funeraria:
Morris Sabbath
«Mickey»
Amato Puttaniere, Seduttore,
Sodomizzatore e Sfruttatore di Donne,
Distruttore della Morale, Corruttore della Gioventù
Uxoricida
Suicida
1929 – 1994






















