Be Kind Rewind – Michel Gondry -

Be kind rewind
Michel Gondry

di Enrico Artale

Eccentrica vitalità del regista artigiano del sogno, questa volta politicamente meno autoriale e più autoironico, alle prese con la peculiare attitudine al bricolage che lo distingue, e che da strumento creativo diviene qui soggetto stesso del film, seppur in una versione smaccatamente demenziale e caricaturale lontana dal sofisticato francesismo esplorato in tempi recenti, o forse estremamente vicino ad esso nella sua trasposizione vagamente postmoderna in uno stato del New Jersey improvvisamente più cool della grande mela a due passi, privata dei natali del jazzista Fats Waller in nome di una lotta per la  giustizia socio-culturale costretta a passare per tutte le messe in scena – letteralmente – d’America per giungere all’autoconsapevolezza che sola può garantirle una speranza, la dolce speranza che non ti aspetti e che alla fine del film riqualifica tanto le smorfie di Jack Black quanto l’identità di un vicinato nuovamente simbolo della solidarietà civile made in usa, anche quando le procedure del controllo mediatico sembravano aver frantumato ogni comunità possibile nel nome della relazione globale e virtuale che nell’illusione dell’”amico” isola l’individuo davanti allo schermo digitale, lo schermo contro cui simbolicamente si scagliano proprio del videocassette “maroccate” (traduzione infelice e arbitraria di Sweded) dai protagonisti per sopperire ad una significativa demagnetizzazione, non a caso causata dalla paranoica battaglia contro la centrale energetica che rappresenta in chiave sufficientemente trasfigurata il potere anestetizzante del sistema, addirittura deciso a rivendicare il suo diritto, e qui la cosa fa quasi seria, diritto inalienabile e incontestabile di cancellare le immagini, specie se il frutto di una produzione spontanea (ma kant ce lo evitiamo) partita dal basso come quella organizzata in modo esemplarmente anacronistico da Jerry e Mike, alfieri di un progetto cinematografico quanto mai etico prima che estetico, per quanto nel loro caso questa nobile precedenza data al politico, al legame con la comunità, si tinge inevitabilmente di buffo non appena il rifiuto del procedimento digitale, dettato dalle esigenze economiche ma forse anche dal riconoscimento della sua connivenza con il potere dell’immagine istituzionale, porta i protagonisti a servirsi di mezzi ed espedienti che di fatto determinano la comicità (piste per le macchinine  come sfondi delle riprese dall’alto, fotocopie del volto per evitare l’effetto negativo, panoramiche realizzate con un ventilatore da tavolo) se non addirittura la poesia  del film su Fats Waller, con le macchine di cartone e il plastico del treno, poesia (sfiorata, non ricercata) che allarga gli orizzonti del film al di là del prodotto per cinefili, a cui forse andrebbe sconsigliato, o per filmakers amatoriali e non, a cui va sconsigliato senza ombra di dubbio per evitare danni di ogni genere (se lo vede il boss è finita) plausibilmente prodotti da un rovinoso tentativo di emulazione del metodo Gondry, definitivamente esplicitato in un film difficilmente aggettivabile, ma che con cognizione di causa potremmo assolutamente suggellare in una definizione: Altroquandiano.
E qualcuno dovrebbe suggerirla ai critici in difficoltà…

 Enrico
 

 

 

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