Vegas – Amir Naderi -

VEGAS

 Vegas è un film del regista iraniano Amir Naderi. Iraniano di nascita e americano d’adozione, infatti sono ormai 25 anni che Naderi vive negli USA. E ne studia le dinamiche socio-culturali con tale partecipazione che per preparare, e soprattutto finanziare questa pellicola (si fa per dire, il film è in digitale e si vede) Amir si è immerso nella realtà dei casinò più o meno squallidi di Las Vegas. La città dell’effimero per eccellenza, sorta dal nulla in mezzo al deserto per volere della mafia, il sogno del gangster Bugsy Siegel. Ma questa è un’altra storia, già vista al cinema.

Così come il cinema già ci ha mostrato sia gli affari che muovono  la città delle slot machines, riferimento obbligato in questo senso è Casinò di Scorsese, sia il deserto come luogo dell’avidità e dell’occultamento, ancora Casinò, ma soprattutto Rapacità di Stroheim.

L’avidità stavolta, nel film di Naderi, è legata al gioco d’azzardo inteso come incubo, o meglio come ossessione che spinge i protagonisti di Vegas (una famiglia, madre padre e figlio adolescente, che vive ai margini degli impressionanti palazzoni di Las Vegas, magnificamente fotografati nella loro monumentale desolazione) a buttar giù letteralmente dalle fondamenta la modesta casa in cui abitano. Ingannati da un finto marines, chi vuol vederci un simbolo si accomodi pure, i due ex giocatori incalliti e l’impassibile figlioletto si convincono di custodire il bottino di una leggendaria rapina all’interno del proprio giardino.

La donna, timorata di Dio e fanatica del giardinaggio, geometrica ricerca dell’ordine e della stabilità, dapprima resiste alla tentazione, ma poi con furia uguale se non maggiore a quel del ben più fragile consorte si rimbocca le maniche e procede nella devastazione. Fino a rendersi conto della verità e a darsi alla fuga, barricata nell’immancabilmente squallido motel lynchiano (a questo punto, non so se è Naderi a dialogare col cinema americano o se il nostro sguardo è compromesso per sempre).  Ed è per l’appunto ad un’altra figura topica del cinema americano – il rassicurante sceriffo che parla, si muove ed è vestito come il più classico dei (molto poco) rassicuranti tutori dell’ordine del cinema americano, da Psycho in poi – che Nader affida il compito si svelare la trama, mettendo sul chi va là l’ignara famigliola.

 

Che come accennato è vittima di un inganno, essendo il marines non un reduce dall’Iraq, ma un volgare organizzatore di truffe, e i tre protagonisti pedine di un gioco, ancora, un gioco basato sulla scommessa e sul rilancio. Fino a quando i tre continueranno a scavare? Fin dove può spingere il miraggio di un tesoro nascosto, laddove manca la solidità, morale, sociale ed economica?

La risposta di Naderi, che così chiude il cerchio – un film metafora del gioco d’azzardo in cui i protagonisti sono oggetto del gioco stesso -, è che l’ossessione non si esaurisce se non nell’accumulazione degli strumenti di distruzione, fino alla ruspa che alla fine del film, non senza una fredda ironia, in pratica sventra la casa. Il fulcro del sogno americano, o di quel che ne resta, abbattuto alle fondamenta.

Resta solo la polvere e la desolazione della periferia e una macchia di birra sulla maglietta sudata 

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