Tre Vite – Rick Moody

Nella speranza che anche Rick Moody non la faccia finita (come Wallace il 12/9, giorno in cui ho pubblicato l’articolo su Infinite Jest in questo stesso sito: il vuoto che D. F. ha lasciato con il suo gesto estremo resterà per sempre incolmabile in chi scrive e nella letteratura contemporanea in genere) mi accingo con passo felpato (ma non spargete troppo la voce) a parlarvi di Tre Vite, la sua ultima fatica uscita per Minimum Fax nel maggio di quest’anno.

Tre Vite in forma-racconto, due dei quali (il primo, L’Armata Omega, e il terzo, Albertine), sicuramente tra i più importanti degli ultimi anni.

Moody ancora una volta esprime tutto il suo talento nell’analisi di ciò che scrive, con uno stile libero e caotico ma allo stesso tempo razionale e introspettivo, che ci conduce, attraverso l’uso molto personale della prima persona (in L’Armata Omega e Albertine) nelle menti devastate dalla paranoia e dalla droga dei protagonisti.

Ciò che Moody descrive sono le paure dell’America post-11/9, paure vive anche nel resto dell’Occidente e soprattutto in questo periodo anche qui, nella nostra “piccola Italia”, che dell’America è oggetto a 360°.

In L’Armata Omega è la paura di un imminente attacco straniero che pervade tutto il racconto, frutto della mente distorta, pazza del protagonista, il Dottor Van Deusen, ex-funzionario amministrativo dello Stato che ora si aggira su un’isola “felice” (una sorta di ospizio-ricovero per vecchi borghesi impiegatizi) stralunato, con la testa per aria in compagnia del figlio ritardato Skip, cercando di capire, con sofismi tutt’altro che dettati dalla ragione quando avverrà l’attacco di quelli scuri (leggi musulmani), convinto di poter trovare la risposta in un libro, L’Armata Omega appunto, romanzo di fantascienza di serie B che ha trovato nella loggia di una ricca signora. Tutto il racconto è un viaggio sconclusionato nei luoghi comuni dell’America borghese e repubblicana, tra cocktail e festini sulla spiaggia, in cui di evidente c’è solo una perenne mancanza di stimoli culturali e la paranoia che si insinua in questo gioco perverso dando forza alla latente xenofobia, quella più becera e superficiale.

In K&K, l’unico dei tre racconti scritto in terza persona, di certo il più debole della raccolta, Ellie Knight-Cameron, trentaquattrenne cicciottella e un po’ triste, office manager di una società finanziaria, la K&K, si ritrova minacciata per futili motivi da bigliettini lasciati nell’innocua cassetta dei suggerimenti, di cui è responsabile, che a poco a poco crescono di intensità verbale, all’interno del non-luogo per eccellenza, la sua azienda, dove la noia e l’automazione dei ritmi imposti porta gli impiegati a gesti inconsulti e a pratiche psicologicamente vicine al sado-masochismo. All’interno dell’ufficio si annullano le personalità e si finisce per inventare estremi tentativi di dare una svolta alle proprie vite piatte e insulse, impalpabili.

Il racconto è comunque di ottimo livello, ma non ha la capacità che è propria invece de L’Armata Omega e soprattutto del terzo, Albertine, di farci perdere completamente nelle parole che si susseguono coinvolgendo il lettore, naufrago in ciò che ha sotto gli occhi.

Albertine è uno sguardo allucinato su una New York rasa al suolo da un’enorme esplosione.

Le cause del disastro sono di difficile ricostruzione perché l’esplosione ha cancellato la memoria della gente e c’è una nuova droga che imperversa, Albertine, in grado di far rivivere a chi la assume i ricordi della vita passata: tutti in questa nuova New York assumono Albertine: tutti sono a caccia di ciò che sono stati, di se stessi. Tutti sono tossici all’ultimo stadio.

E in questa atmosfera decadente e surreale si muove l’eccentrico protagonista del racconto, Kevin Lee, cino-americano, redattore di una rivista porno-culturale che lo ha incaricato di scrivere un pezzo su Albertine. E Kevin ci accompagna alla ricerca delle origini di questa droga cerebrale, origini con cui lui sembra avere qualcosa a che fare; ma anche Kevin ne è assiduo consumatore e tra insoliti spacciatori, la personificazione del mito di Cassandra e continui frammenti di memoria emergenti della sua vita passata, noi diventiamo parte integrante dei suoi trip, ricordi che prendono forma come associazioni di idee fatte di colori, odori, sapori e visioni nebulose e incerte, una trama fitta in cui il lettore sente di perdersi completamente, procede a tentoni, prende fiato solo alla fine del racconto, quando si rende conto di avere in parte ritrovato l’identità smarrita come quella del cinese Kevin Lee, che ci lascia la mano continuando il suo viaggio.

In Albertine il lettore è il drogato e la droga nello stesso tempo, è colui che smarrisce e ciò che ha smarrito, proprio come le figure che si muovono nel racconto; Moody, che qui sembra aver assunto le caratteristiche di un novello Dick post-11/9, con uno stile estraniante e coerentemente destabilizzante ci lascia immergere con i suoi personaggi nella vita reale, nel mondo di oggi, annaspante tra paure incontrollate e costanti perdite di coscienza.

Credo che il messaggio di Moody sia in qualche modo lo stesso che si può dare a un tossico: bisogna uscirne!

Scrivi un commento

Devi accedere al sito per inserire un commento.