Teza - Haile Gerima

Teza - Haile Gerima
di Mauro De Clemente
Dopo i primi dieci minuti vorresti alzarti, strappare il biglietto e uscire dalla sala, sempre se si è rimasti svegli. Dopo i 140 minuti del film, invece, vorresti piangere di commozione per aver assistito ad una lezione di regia e di storia. Teza (rugiada il suo significato) del regista etiope Haile Gerima, premiato con la menzione speciale all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è un film potente e politico. Questi gli unici due aggettivi in grado di definirlo. Due aggettivi scomodi, come ruvido è il film che ha il potere di svegliare lo spettatore, la sua coscienza. In questa logica si comprende l’inizio onirico così ostico: un incubo, un garbuglio che va sbrogliato tra presente e passato, tra flashback e sguardi di speranza diretti al futuro. Ecco, allora, che più ci si inoltra, guidati dal protagonista Anberber, nella storia dell’Etiopia, il paese natale abbandonato negli anni ’70 per continuare gli studi medici a Colonia, in Germania e poi riabbracciato al tempo della rivoluzione socialista e anti-imperialista, più gli occhi dello spettatore si aprono. Ancor di più quelli dello spettatore italiano: non pochi sono infatti i riferimenti ai danni provocati e mai riparati dal fascismo, uno su tutti la Montagna di Mussolini, un monumento situato su un colle, un luogo ricorrente dove il protagonista si rifugia e riflette su quel passato, suo e del suo Paese, che lo ossessiona. Anberber riabbraccia la propria terra lacerata così come la propria madre attraverso una narrazione che ha tempi e soluzioni registiche lontane dagli standard europei e americani. Tutto ciò affascina e coinvolge emotivamente. Quella di Anberber è una continua fuga verso la ricerca di una pace che non si realizza se non in una promessa futura. Lo stesso abbraccio è doloroso e Gerima non lo nasconde.




