L’uomo dei dadi – Luke Rhinehart
Ecco le alternative.
Uno, tre o cinque: scriverò de L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart per divulgarne la storia.
Due, quattro o sei: accantonerò il libro e ne dimenticherò il contenuto.
Cinque.
Sia fatta la volontà del Dado.
Nel 1971 esce negli Stati Uniti L’uomo dei dadi (la battagliera Marcos Y Marcos lo ha pubblicato in Italia nel 2004), di Luke Rhinehart, pseudonimo di Gorge Cockcroft, ex-psichiatra brillante e di successo rifugiatosi nella comunità hippie che vive e gira il mondo a bordo di un trimarano (forse).
L’uomo dei dadi è la sua autobiografia romanzata (non c’è dato sapere quali particolari siano inventati e quali siano invece tratti dalla vera storia dell’autore).
Non è un romanzo che resta memorabile per la tecnica narrativa: Rhinehart scrive bene e semplice, certo, ma la sua scrittura è molto istintuale, passa senza difficoltà dalla prima alla terza persona così come gli viene, non come cifra stilistica tipica della scrittura post-moderna. Del resto lo specifica anche l’autore stesso nella breve prefazione.
Ciò che davvero interessa di quest’opera è il concetto che ne sta alla base:
prendete un uomo appagato dal lavoro, dalla moglie, dagli splendidi figli e dalle amicizie interessanti; mettete che una sera, al termine di una partita di poker, il suddetto uomo trovi per caso un dado caduto a terra sotto una donna di picche. “Se è Uno violenterò Arlene”, pensa Luke, il protagonista. “Gli altri numeri significano letto”.
Ciò che lo fissa dal pavimento è un incontrovertibile Uno.
Luke esce di casa, scende le scale e violenta Arlene, la moglie del suo migliore amico e collega.
Da quel preciso momento l’esistenza dell’illustre psichiatra Luke Rhinehart volta prepotentemente pagina: sarà totalmente piegata alle volontà del Dado.
Ogni sua scelta non sarà più una scelta, ma un ordine imposto dal Dado, dal Caso, e chi siamo noi per opporci a ciò che il caso muove?
Il concetto è semplice ma estremo. Senza possibilità di replica.
Luke lascia decidere al Dado tutto: se deve mangiare e quando, se deve ubriacarsi e quanto, che ruolo deve assumere giorno per giorno, se essere Gesù Cristo o uno stupratore di minorenni, o un omosessuale, o ancora un barbone, quando deve amare la moglie e quando e con chi deve tradirla.
E’ un’escalation di situazioni estreme e imbarazzanti, che culminano al termine del romanzo. Il matrimonio, il lavoro, il rapporto con i figli: tutto è deciso dal caso.
E gli atti immorali che Luke compie nel corso della vicenda ci convinciamo pagina dopo pagina che immorali non sono perché non c’è morale: è il Dado che sceglie, non l’individuo.
Poi Luke, sempre seguendo il Dado, comincia a fare proseliti con i suoi pazienti (ho scritto che fa lo psichiatra, vero?), con la famiglia e con gli amici, con gli estranei, anche; diventa una specie di santone, ma con la coscienza a posto: lui non ha scelta.
La religione del Dado si diffonde e le conseguenze spero le scopriate da soli.
L’uomo dei dadi è un romanzo assurdo e sconvolgente, sempre coerente con l’incoerenza del Caso che domina la scena, sempre pervaso da una razionalità gelida e inattaccabile nonostante ciò che si racconta nel testo.
E’ un romanzo vibrante e insolito: si passa con fluidità improvvisa da scene di sesso roventi a lunghe dissertazioni sulla religione e sull’amore casto e puro; dalle violenze più efferate e gratuite (fisiche e psichiche) alle lacrime per le risate che provocano scene di una comicità surreale ed esilarante.
Potrete anche odiare questo romanzo e il suo autore ma leggetelo, prima.
Tra filosofia, narrativa e saggistica è una piccola opera unica, di un’originalità che dopo quasi quaranta anni risulta ancora fresca, contemporanea.
Questo il Dado mi ha detto di scrivere.
Chi sono io per oppormi alle volontà del Caso?
Sia fatta la volontà del Dado.






















