Déjà-vu. Il romanzo dei ricordi perduti. – Tom McCarthy – Isbn edizioni

Déjà-vu. Il romanzo dei ricordi perduti. – Tom McCarthy – Isbn edizioni

di Valentina Salvati

Immaginate che vi offrano un lavoro che consiste nell’alloggiare in un certo appartamento condominiale; su richiesta, dovrete aprire la porta di casa e poggiare sul muro di fianco un sacchetto dell’immondizia, nei modi e nei tempi che verranno comunicati dal committente. Reperibilità: ventiquattr’ore su ventiquattro. Altissima retribuzione.

Immaginate ora di aver accettato. Immaginate di trascorrere parte della vostra vita a perfezionare questa unica sequenza di movimenti.

Leggere Déjà vu significa anche scivolare nelle ossessioni di un uomo – di cui null’altro sapremo mai –  che vive esclusivamente per ritrovare momenti perfetti, dal suo particolare punto di vista.

Tutto inizia con un bagno, una crepa sul muro e un intenso déjà vu,  che restituisce al protagonista una sensazione di autenticità ormai perduta da tempo. Tutto prosegue con una serire estenuante di déjà vu artificiali che riproducano quell’autenticità, la stessa che il protagonista invidia a Robert De Niro: un ossimoro insensato?

Ma ricostruire questi momenti ha un prezzo, e il protagonista non bada a spese per soddisfare la sua esigenza di spontaneità, per sentire una volta di più quella fluidità dei movimenti, quell’approssimarsi all’essenza delle cose che ha perso con la sua memoria, in seguito a un incidente.

Un oggetto contundente lo ha colpito cadendo dall’alto. Responsabile della disgrazia: una società molto nota, disposta a pagare una cifra esorbitante purché il nostro non faccia il suo nome.

Esce dal coma. Il nostro post-traumatizzato reimpara pazientemente ad agire qualunque gesto a suon di carote. Incassa una fortuna. La spende per comprare la messa in scena di un’infinità di reinterpretazioni, prima ispirate al passato, poi a scene di vita e di morte cui assiste nel presente.

Ingabbiato lui in questa coazione a ripetere, ci ingabbia a sua volta nel succedersi delle reinterpretazioni, diventiamo depositari di dettagli singolari, di descrizioni microscopiche e irritanti, di precisazioni smisurate, che tuttavia noi, come il fido facilitatore Naz, impariamo a comprendere, a condividere. O quasi… A un certo punto capiamo che non riusciremo a chiudere il libro finché la brama di autenticità del protagonista non sarà esaurita.

Ma non ce’è solo questo. Possiamo rintracciare in Déjà vu una critica al potere e al ruolo del denaro, al pericolo insito nelle macchine burocratiche, nell’efficienza acritica e senza cuore di ogni  esecutore che, come Naz, da abile organizzatore logistico delle reinterpretazioni, può scivolare nei panni di uno “specialista” come Adolf Eichmann, con le dovute differenze.

 

Valentina

Scrivi un commento

Devi accedere al sito per inserire un commento.