Altroquando 4feb09
-febbraro corto e amaro-


Riassunto delle puntate precedenti
A trent’anni sono ancora incapace di guardare negli occhi una bella ragazza senza arrossire. È avvilente essere così emotivo. Troppo disilluso per innamorarmi davvero, e tuttavia troppo sensibile per restare indifferente. Insomma, troppo debole per restare sposato. Ma che mi è preso? La tentazione di rinviarvi ai due volumi precedenti è forte, ma on sarebbe molto gentile da parte mia, visto che quei capolavori romantici sono stati accantonati dopo un breve successo di stima.
Riassumiamo dunque le puntate precedenti: ero un libertino impenitente, puro prodotto di questa società del lusso inutile. Nato il 21 settembre 1965, vent’anni dopo Auschwitz, il primo giorno d’autunno. Sono venuto al mondo il giorno in cui le foglie cominciano a cadere, il giorno in cui le giornate si accorciano. Da cui, forse, un temperamento disincantato. Mi guadagnavo da vivere allineando parole, in giornali o agenzie pubblicitarie – queste ultime con il vantaggio di pagare di più per un numero inferiore di parole. Mi sono fatto conoscere organizzando feste a Parigi. Questo non ha niente a che fare con le parole, eppure è così che mi sono fatto un nome, probabilmente perché di questi tempi gli allineatori di parole sono ritenuti meno importanti di chi ha la propria foto nelle pagine notturne di qualche rivista.
Ho sorpreso quelli che s’interessavano alla mia biografia quando mi sono sposato per amore. Un giorno, in uno sguardo blu, ho creduto d’intravedere l’eternità. Io, che passavo la vita a correre da una serata all’altra e da un lavoro all’altro per non avere il tempo per deprimermi, mi sono immaginato felice.
Anne, mia moglie, era irreale, di una bellezza luminosa, quasi impossibile. Decisamente troppo bella per essere felice – ma questo, l’o scoperto troppo tardi. Restavo a guardarla per ore. A volte lei se ne accorgeva e mi rimproverava: “Piantala di fissarmi”, esclamava, “mi metti in soggezione”. Ma guardarla vivere era diventato il mio spettacolo preferito. I ragazzi come me, che da piccoli si trovavano brutti, sono in genere talmente stupiti di riuscire a sedurre una bella ragazza che la chiedono in sposa un po’ troppo presto.
Il seguito non è di un’originalità pazzesca: diciamo, per non entrare nei dettagli, che abbiamo preso un appartamento troppo piccolo per un così grande amore. Di colpo, uscivamo troppo spesso, e siamo stati trascinati in un turbine corrotto. La gente diceva di noi:
“Escono un sacco, quei due”.
“Sì, poverini… Deve proprio andargli male!”
E non avevano del tutto torto, per quanto fossero ben contenti, una volta tanto, di avere una ragazza carina nelle loro serate glauche.
La vita è fatta così: non appena siete un minimo felici, si premura di richiamarvi all’ordine.
A turno, fummo infedeli.
Ci siamo lasciati come ci eravamo sposati: senza sapere perché.
[...]
L’amore dura tre anni, Frederic Beigbeder
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February 5th, 2009 at 1:05 am
Non sono d’accordo.
Disabituati alla felicità,educati da una morale che esalta il sacrificio e la mortificazione di sè,quando appena subodoriamo la felicità ne siamo spaventati,e ,incapaci di viverla senza sensi di colpa, scegliamo più facilmente e più spesso vie difficili,disagiate,le più scomode da percorrere,convinti che il giusto sia lì,nella fatica,nello scontro.
Un’amica una volta mi ha detto:”quando canti,non è strozzandoti,diventando paonazza e faticando all’inverosimile che produrrai i suoni più belli;semplicemente,apri la bocca e canta,senza obbligarti a sforzi inutili.
La posizione in cui tu sei più comoda e NON fai fatica,è sempre la più giusta”.