DOSSIER ROSI
La casa editrice Il Castoro in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema ha recentemente pubblicato un bel volume monografico dedicato a Francesco Rosi.
Dossier Rosi, questo il titolo del libro, è curato dal critico francese Michel Ciment, uno dei maggiori studiosi di Kubrick a livello internazionale. La nuova edizione riprende e amplia la vecchia, datata 1987, aggiornando i materiali fino all’ultima fatica di Rosi, La Tregua (film tratto dall’omonimo romanzo di Primo Levi, star John Turturro, 1997).
Il volume è diviso in tre parti:
- La prima più specificatamente critica, in cui Ciment analizza l’opera di Rosi nel suo complesso.
- La seconda parte, invece, è costituita da un interessante corpus di interviste in cui il regista napoletano parla dei suoi film.
- La terza infine è una ricca appendice fotografica soprattutto istantanee di Rosi al lavoro.
In appendice al volume ci sono inoltre interessanti documenti utilizzati da Rosi per la realizzazione di alcuni suoi film, come ad esempio la ricostruzione giornalistica dei processi relativi al caso Giuliano.
Ciment considera il regista di Salvatore Giulano come uno dei più importanti del cinema italiano. La carriera di Rosi inizia nell’immediato dopoguerra, come assistente di Visconti per La terra trema, in un momento quindi fondamentale, in pieno neo-realismo (sebbene particolare come quello di Visconti) .
Un’esperienza che quindi dal neo-realismo nasce e che al neo-realismo si può ricollegare per una certa tensione morale e politica, spesso utopica, verso la verità, verità dei fatti, verità della rappresentazione.
Un cinema quello di Rosi, che parte dal fatto di cronaca – le morti misteriose di Giuliano o Enrico Mattei, la speculazione edilizia nella Napoli governata da Dc e camorra (quando la camorra non esisteva, almeno ufficialmente) – e il fatto stesso destruttura, analizza e sviscera nelle sue infinite implicazioni all’interno di una struttura formale di notevole raffinatezza. Sarebbe infatti sbagliato pensare al film inchiesta nell’accezione rosiana come cosa piatta, noiosa, troppo simile al reportage televisivo e poco al cinema. Come sarebbe sbagliato pensare al cinema di Rosi come politico, politicamente schierato, e in quanto tale necessariamente a tesi.
Anzi è tutto il contrario: il cinema politico di Rosi, politico, schierato, e quindi oggi fuori moda, è tutt’altro che lineare o chiuso, è invece ambiguo, sfaccettato, aperto proprio in virtù di una struttura che simula il reportage, l’inchesta, che mostra il suo farsi (Rosi che ne Il caso Mattei mette la propria faccia nel film, senza per questo risultare “pesante”,denunciando di fatto la misteriosa scomparsa del giornalista De Mauro, suo collaboratore nell’inchiesta sulle ultime ore di Mattei).
Cinema che pone domande, solleva problemi.
Non ci dice chi ha ucciso Mattei, impossibile saperlo, del resto. Ma suggerisce che forse la versione ufficiale non è la verità: è invece lacunosa, insufficiente, non si adatta alla grandezza e complessità dell’uomo e del potere, degli interessi in gioco.
Cinema che, infine, seppure spesso legato al fatto di cronaca non si rivela datato, a rivederlo oggi. Prendere ad esempio Le Mani sulla Città, confrontandolo coi recenti fatti successi a Napoli, monnezza e appalti, politici e industriali, camorra etc…
Si vedrà come poco è cambiato, tranne che il cinema italiano queste cose non ce le racconta più.





















