La Nuova Hollywood – Einaudi
Pubblicato nel 2004 dalla Einaudi (l’edizione inglese è invece del 2002) La Nuova Hollywood di Geoff King è l’ennesimo studio dedicato al cinema americano post-anni sessanta, alla cosiddetta New Hollywood. Niente di nuovo quindi, eppure qualcosa di interessante c’è.
Innanzitutto King propone un concetto di Nuova Hollywood che potremmo definire “allargato”, espanso.
Per chi non lo sapesse per New Hollywood, o Hollywood Renaissance, si intende quel periodo che, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta e per circa un decennio, ha rappresentato una rottura più o meno traumatica (a seconda dei punti di vista, come vedrà chi vorrà leggere il libro di King) nella storia del cinema americano non più classico.
Potremmo sinteticamente individuare come caratteristiche del periodo:
-l’emergere di case di produzioni indipendenti (come l’AIP di Corman);
-tematiche più giovanilistiche o “contestatarie”, in sintonia con quegli anni alquanto movimentati, ad essere eufemistici;
-l’affermarsi di nuovi divi lontani dall’immagine rassicurante di un Wayne o di uno Stewart, e anche da quella conturbante dei Dean e dei Brando;
-uno stile più sperimentale che rompe la supposta trasparenza del cinema americano classico (soprattutto in sede di montaggio), stile che deriva dalla nuove onde europee;
-la crisi del modello produttivo degli studios, insediato dalla televisione e dalle tecnologie più leggere;
-etc…etc…etc…
Convenzionalmente, tale periodo si fa coincidere con gli anni che vanno dal 1967 – Il Laureato, Gangster Story - al 1975, subito prima di Guerre Stellari (per approfondire la questione si vedano, fra gli altri, i libri di Franco La Polla come Sogno e Realtà Americana nel Cinema di Hollywood e soprattutto Il Nuovo Cinema Americano 1967-75).
Ritornando al nostro King, e prima che io perda completamente il filo, lo studioso inglese nel suo importante saggio propone di estendere il concetto di Nuovo Cinema Americano fino ai giorni nostri, alla cosiddetta “era dei blockbuster”. Naturalmente, sostiene King e noi con lui (come in realtà chiunque dotato di un po’ di sale in zucca), ci sono differenze abissali tra le opere di un Penn o di un Bay, tra Piccolo Grande Uomo e Armageddon, o Men In Black. Ciò che però permette di porre in continuità il cinema di quegli anni con quello contemporaneo è la possibilità di inscrivere entrambi i periodi all’interno di una politica di ristrutturazione degli studios.
King da subito infatti, e in maniera abbastanza desolante, ci dice che non si può parlare di disgregazione degli studios (nemmeno se si guarda agli anni sessanta ) ma piuttosto di un riposizionamento sul mercato da parte di Warner Bros o Columbia. Processo o strategia industriale che appunto si può definire come “ristrutturazione”.
In altre parole, ed è questo l’aspetto insieme più interessante e più irritante di questo libro, gli studios vengono rappresentati da King come delle fenici che immancabilmente risorgono dalle proprie ceneri, adeguandosi al mutamento dei tempi, calibrando l’offerta alla domanda. Come quei mostri dei videogiochi che eliminando il nemico ne assumono essenza e sembianza, così le major letteralmente divorano e si fanno divorare da una serie di attività collaterali alla mera produzione cinematografica, dal marketing alla promozione sul web agli impianti home-theatre (molto spesso chi produce questi impianti partecipa anche alla realizzazione dei film, essendo le major mostruosamente multinazionali). Così che alla fine il momento dell’uscita in sala è solo uno dei tanti momenti in cui il film rende sempre più major le major, e nemmeno il più importante, cazzo!
Vi assicuro che è frustrante per l’ingenuo lettore assistere alla paziente ma implacabile opera di distruzione che King fa di qualsiasi principio di autorialità o almeno spontaneità dell’opera cinematografica. La prospettiva, tanto per intenderci meglio, è quella di uno che legge come strategia di marketing anche la nozione stessa di prestigio autoriale, per cui Batman Il Ritorno di Tim Burton trarrà sicuramente vantaggio dall’aura autoriale di un film come Edward Mani di Forbice, che lo precede e che a sua volta è stato reso possibile se non vendibile dal primo Batman burtoniano, e così via all’infinito…
Ora che tutto questo corrisponda in parte, buona parte, a verita non ci piove, così ingenui non lo siamo. Ma ciò che irrita è la riduzione di tutto a strategia di marketing, come se non ci fosse altro nell’opera di Burton, ad esempio, altro che non vorrei azzardarmi, provocato, a definire poesia e mistero del cinema.
In definitiva, tale approccio si rivela essere al tempo stesso limite e fascino del libro di King.
Limite perché la passione per la statistica e per le – fondamentali – questioni economiche legate a produzione distribuzione e promozione non rende conto della sostanziale indefinita bellezza del cinema, di ciò che al buio della sala, davanti alla televisione o al computer, o dove diavolo siamo, ci colpisce emoziona, ci prende al cuore o alle testa, etc…
Fascino perché La Nuova Hollywood di King ci spiega meglio di chiunque altro come funzioni e ragioni l’industria hollywoodiana, come alla fine di ogni tempesta si sia risvegliata più forte, come domini in maniera incontrastata e pressoché totale il mercato. Come anche il cinema indipendente sia in fondo un “genere”, tollerato e favorito dalle major. E via dicendo.
Libro sicuramente da leggere.
Ma per favore, King, lascia stare l’analisi del film…






















