Ogawa Yoko – L’anulare – Adelphi
Ogawa Yoko – L’anulare – Adelphi 
C’è una data che bisogna segnare in agenda. E’ il 30 marzo 2009, giorno in cui la scrittrice giapponese Ogawa Yoko compie 37 anni. Non bisogna farsi scrupoli nel sottolineare l’età, i giapponesi non si infastidiscono. Mi riprometto anzi di stabilire un contatto con lei nata nel 1962 e di farle un regalo; eppoi i numeri, le sigle e le cifre mi hanno ossessionato nel leggere il suo romanzo breve L’anulare.
Scritto nel 1994, quando usciva il film di Yoshimitsu Morita Kitchen (tratto da Banana Yoshimoto), erano già passati 30 anni dal film Onibaba di Kaneto Shindo (dove una suocera per gelosia di una nuora indossa una maschera diabolica che si sostituirà al volto). Diventato film in francese nel 2005 (L’Annulaire, The Ringfinger) diretto da Diane Bertrand con la “bond girl” Olga Kurylenko e poi proiettato in molti festival internazionali (in quello di Edimburgo Diane Bertrand ha detto che non era sicuro di aver capito il libro). Pubblicato in Italia da Adelphi per la collana Piccola Biblioteca nel 2007, quando un terremoto magnitudo 6,8 ha colpito il nord-ovest del Giappone, uccidendo 10 persone, ferendone più di 900 e facendo tremare i grattacieli, le strade e i ponti di Tokyo.
La ragazza protagonista e narratrice de L’anulare è assunta per accogliere con professionalità ed ascoltare i clienti di un laboratorio creato da un uomo di mezza età, il signor Deshimaru, nella sede di un ex collegio femminile. In questo spettrale edificio i due dovranno catalogare e conservare degli oggetti e tramutarli in “esemplari” con lo scopo di far separare i “clienti” da ciò che hanno irrimediabilmente perduto.
La giovane di cui non si sa il nome deve così affidare al laboratorio inaccessibile del signor Deshimaru 3 funghi raccolti fra le ceneri dell’incendio in cui una ragazzina ha perso i genitori, le ossa di un padda caro a un vecchietto, la musica ricevuta dal fidanzato di una 30enne che non riesce a dimenticare, una cicatrice sulla guancia, 1 becher con dentro 1 campione di sperma…
In realtà anche lei nella fabbrica di bibite dove lavorava precedentemente ha perduto l’ultima falange dell’anulare sinistro che, si sa, gli antichi romani o egizi credevano fosse il punto di partenza della vena che arriva al cuore, veicolo quindi dei sentimenti.
In maniera graduale l’eroe della vicenda diventa il mondo chiuso e silenzioso del complesso che inghiottisce l’impiegata nei suoi meandri amniotici. Il disagio e la repellenza verso questo enorme edificio montano inesorabilmente di pari passo con la capacità di Ogawa Yoko di dipingere atmosfere e descrivere nell’essenziale uomini e cose, oscillando tra il detto e il non detto, tra il fantastico e l’accaduto. Si varcano i confini dell’erotismo e del feticismo; la scrittura è lineare e pura nella sua essenzialità, ma in filigrana c’è il segno di un evento catastrofico. Le parole sono scelte con precisione certosina: pochi aggettivi, abolite le metafore e monologhi interiori. Si va avanti per accumulo di dettagli e i personaggi trasmettono la sensazione di non conoscere il motivo delle loro azioni.
Le piccole e numerosissime stanze si riempiono di oggetti catalogati. Si aspetta la morte delle uniche 2 decrepite inquiline:la suonatrice di pianoforte del 309 e l’ex centralinista ora febbrile lavoratrice a maglia del 223. L’unico luogo non adibito a laboratorio è l’ex sala da bagno del collegio, che diventa l’alcova per gli incontri amorosi tra la giovane e il maturo professore. Il mondo fuori non esiste più. Il calzolaio che va a trovare è lo stesso delle ossa di padda e che poi ha confezionato dellle scarpe magiche (dono del signor Deshimaru) che si impossessano dei piedi di chi le indossa. La ragazza che vuole conservare la cicatrice è la stessa dei 3 funghi e scompare nel laboratorio, attesa invano e con gelosia.
Della segretaria che ricomincia da capo la sua vita dopo l’incidente al dito si sa solo quello che in tono grottesco e surreale osserva e ciò che sente nelle sue alienate riflessioni. Sfugge ad ogni caratterizzazione sociale, in una società come quella giapponese dove l’appartenenza a gruppi e subculture con riti e simboli precisi è molto ghettizzante. Non appartiene alle “Bambine per bene” per cui l’emancipazione non è una loro aspirazione; non fa certo parte delle ragazze “Kawai”con una personalità più matura e femminile ma che si esprime attraverso la cura di ogni piccolo particolare del look; non può nemmeno essere considerata una “Provocatrice stravagante” che cura ogni dettaglio per sfidare i tabù della società giapponese tradizionale.
Di qualsiasi gruppo si metta a confronto non ha il denominatore comune della scelta del lavoro
come esperienza per sentirsi adulta e responsabile: la sua occupazione è meccanica, noiosa e senza possibilità carrieristica. Nemmeno presenta la caratteristica comune di scegliere un fidanzato che, anche nelle ragazze più stravaganti, deve portare alla conquista di una certa serenità conformista: accetta supinamente le profferte sessuali di un attempato superiore.
Le rimane solo di assolvere alle procedure consuete del suo lavoro di catalogazione e di usare un numero di registrazione(ad esempio il 26-F30999). Si capirà alla fine (o forse no) cosa lasciare al laboratorio.
Anche a me non rimane nel giorno di compleanno di Ogawa Yoko che chiudere la mano per nascondere il mio regalo e bussare alla porta del suo laboratorio.
Buona lettura















