Asian Film Festival – 7a Edizione

Per voi altroquandiani mi sono travestito da inviato ed ho assistito l’11 luglio alla premiazione della 7^ edizione dell’Asian Film Festival

   E’ stato onorato giustamente dalla critica il film My Magic di Eric Khoo, facendo meritare al geniale regista di Singapore il riconoscimento di “Miglior regia” (per come ha descritto una storia fortemente drammatica con uno stile intenso e originale). Il film è una favola sul famoso mangiafuoco Francis Bosco, liberamente ispirato al libro di Corman McCarthy La strada. E’ il primo film di Singapore a essere entrato nel concorso principale di Cannes. Poesia e scene cruente coesistono in maniera mirabile, toccando vari registri visivi.

 Un pò come McCarthy del quale vi lascio un brano tratto appunto da La strada. Da leggere anche il catalogo dell’ Asian Film Festival 7 pubblicato dall’Edizioni Cineforum Robert Bresson e curato da Stefano Locati. 

   Come vedete c’è molto da fare durante questa estate, ma proprio tanto.

[...]

Cominciò a scendere gli scalini di legno grezzo. Chinò la testa poi accese l’accendino e protese la fiammella verso il buio come un’offerta. Freddo e umidità. Un puzzo inumano. Il bambino gli si aggrappava al giaccone. Intravedeva una parete di pietra. Un pavimento di argilla. Un vecchio materasso macchiato di scuro. Si chinò, scese un altro gradino e illuminò lo spazio davanti a sé. Rannicchiate contro la parete opposta c’erano delle persone nude, maschi e femmine, che cercavano di nascondersi, riparandosi il viso con le mani. Sul materasso era steso un individuo con le gambe amputate fino ai fianchi e i moncherini anneriti e bruciati. L’odore era micidiale.

Gesù sussurrò l’uomo.

Uno dopo l’altro i prigionieri si voltarono, battendo le palpebre per quel barlume di luce. Aiuto, mormorarono. La prego ci aiuti.

Cristo, disse lui. Oh Cristo.

Si voltò e afferrò il bambino. Svelto, disse. Svelto.

L’accendino gli era caduto. Non c’era tempo per cercarlo. Spinse il bambino su per le scale. Aiuto, imploravano quelli.

Svelto.

Ai piedi delle scale apparve un volto barbuto. Ti prego, gridò battendo le palpebre. Ti prego.

Svelto. Svelto, per l’amor di Dio.

Spinse il bambino fuori dalla botola facendolo cadere a terra. Uscì, afferrò lo sportello, lo richiuse brutalmente e si voltò per raccogliere il bambino, che però si era già rialzato e stava facendo il solito balletto del terrore.

Per l’amor di Dio, muoviti, gli sibilò. Ma il bambino stava puntando il dito verso la finestra e quando l’uomo guardò fuori si sentì gelare il sangue. Quattro individui barbuti e due donne stavano attraversando il prato diretti verso la casa. Afferrò la mano del bambino. Cristo, disse. Corri. Corri.

Attraversarono di corsa la casa fino alla porta d’ingresso e si precipitarono giù dalle scale. A metà del viale l’uomo trascinò il bambino nel prato. Si guardò alle spalle. Erano parzialmente nascosti dai resti del ligustro ma sapeva che avevano a disposizione solo qualche minuto, forse neanche quello. In fondo al prato si infilarono in un boschetto di canne morte, sbucarono sulla strada e tagliarono per il bosco dall’altra parte. Strinse più forte il polso del bambino. Corri, disse. Dobbiamo correre. Guardò verso la casa ma non riusciva a vedere nulla. Se quelli fossero scesi lungo il viale li avrebbero visti scappare in mezzo agli alberi. Questo è il momento. Si buttò a terra e tirò a sé il bambino. Shh, gli disse. Shh.

Ci ammazzeranno, papà?

Shh.

Rimasero stesi in mezzo alle foglie e alla cenere con il cuore che batteva all’impazzata. Lui stava per cominciare a tossire. Avrebbe voluto mettersi la mano davanti alla bocca, ma una gliela stringeva il bambino, e non l’avrebbe mollata, nell’altra teneva la pistola. Doveva concentrarsi per trattenere la tosse e al tempo stesso cercava di tendere l’orecchio. Ruotò il mento tra le foglie, tentando di vedere qualcosa. Sta’ giù con la testa, sussurrò.

Stanno arrivando?

No.

Strisciarono lentamente verso quello che sembrava un avvallamento. L’uomo rimase in ascolto stringendo a sé il bambino. Li sentiva parlare sulla strada. La voce di una donna. Poi li sentì passare sulle foglie secche. Afferrò la mano del bambino e ci ficcò la pistola. Prendila, sussurrò. Prendila. Il bambino era terrorizzato. Lui lo abbracciò e lo tenne stretto. Era così magro. Non aver paura, gli disse. Se ti trovano lo devi fare. Hai capito? Shh. Non piangere. Mi ascolti? Lo sai come si fa? Te la metti in bocca e la punti in su. Veloce e deciso. Hai capito? Smettila di piangere. Hai capito?

Penso di sì.

No. Hai capito?

Sì.

Di’ sì papà ho capito.

Sì papà ho capito

Lui abbassò gli occhi e lo guardò. Vide solo terrore. Gli tolse la pistola. No che non hai capito, disse.

Non so cosa fare, papà. Non so cosa fare. Tu dove sarai?

Stai tranquillo.

Non so cosa fare.

Shh. Io sono qui. Non ti lascio.

Me lo prometti?

Sì te lo prometto. Volevo scappare. Per cercare di districarli. Ma non ti posso lasciare.

Papa?

Shh. Sta giù.

Ho tanta paura.

Shh.

[...]

 

Corman McCarthy, La strada, traduzione di Martina Testa, pagine 218, ISBN 8806185829, Einaudi, data di pubblicazione 11 Sep 2007.

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