Prigionieri, Minimum Fax, €16

Daniel Bloom è uno sceneggiatore di Hollywood, uno sforna-blockbuster tra i più stimati e pagati. Può vantarsi di aver scritto film come Luna di Miele a Helsinki, anche se lui ci tiene a precisare che l’orrido titolo è parto del solito produttore tanto prepotente quanto imbecille, essendo infatti Prigionieri l’intestazione originaria del manoscritto bloomiano.

Insomma, Daniel Bloom, da sempre ossessionato dal cinema, è un pezzo grosso a Hollywood. Forse grosso proprio no, non è un tycoon insomma, non è Spielberg, ma si difende bene. Potrebbe pensare addirittura di mettersi in proprio, di fondare una propria casa di produzione e dire così addio per sempre ai grossolani produttori pronti a storpiare i succulenti frutti della sua immaginazione.

Daniel Bloom è in perfetta forma, ha moglie e figlio e cane, e “una bella casa spaziosa sull’inabbordabile mercato immobiliare della California del sud”.

Ma non tutto fila liscio – grazie, direte voi, sennò dove sarebbe il romanzo?- e insomma Daniel Bloom due o tre problemini ce l’ha.

Con la moglie i rapporti sono fortemente al ribasso. Sesso, neanche a parlarne. Il figlio adolescente è, appunto, il figlio adolescente e minaccioso incombe il bar mitzvah.

Poi insomma, non è che l’America se la passi benissimo. L’era Bush è agli sgoccioli, potremmo essere nel 2008 infatti, e le persone come Bloom, che di politica se ne sono più o meno disinteressati negli anni ruggenti, si ritrovano a domandarsi come sia stato possibile ridursi così. Vorrebbero fare qualcosa, velleitari e confusi. E dato che a Daniel l’unica cosa che riesce di fare con sicuro profitto è scrivere sceneggiature, ecco l’idea:

un serial killer che stufo delle ruberie di industriali finanzieri e similia, decide di farli fuori uno ad uno, fino ad arrivare, inevitabilmente, a portare l’attacco ai piani alti, laddove tutto si decide. A dargli la caccia è uno sbirro, il cui padre è portato prima sul lastrico e poi alla tomba da quegli stessi speculatori che il nostro killer rimpinza di piombo. Così lo sbirro fluttuante tra l’odio verso i potenti e il senso del dovere – perfetta miscela hollywoodiana – non sa che fare. Prendere o lasciarsi sfuggire il giustiziere solitario?

Cercando la risposta a questo e ad altri enigmi esistenziali inizia il primo romanzo di Tood Hasak-Lowy, Prigionieri, Minimum Fax, €16. Romanzo che non si sa se definire come il primo dell’era Obama o l’ultimo dell’era Bush. Nel dubbio, che immagino stia dilaniando anche te, o lettore immaginario!, posso assicurare con una certa sicumera che nel libro di Hasak-Lowy si avverte con chiarezza il senso di un passaggio, di una transizione

Comunque sia, Prigionieri è un libro molto divertente, con una serie di improbabili personaggi che accompagnano Daniel tra una famiglia in sfacelo, un tragicomico viaggio in Israele, un cane morente, un produttore sciroccato, un agente camaleontico, un paese alla deriva più totale… Ma tra tutti questi è soprattutto un problema ad angosciare Daniel: come terminare la sua fottuta sceneggiatura!

Per chiudere, segnalo tra i tanti il personaggio del “rabbino cazzuto”, Ethan Brenner, dedito alla Torah in maniera appassionata. Quasi quanto alle droghe.

Era forse dai tempi del “drugo” Lebowski che non si vedeva un fattone di tale spessore. Impressionante.

Scrivi un commento

Devi accedere al sito per inserire un commento.