DUE VOLTE – JADELIN MABIALA GANGBO – E/O

DUE VOLTE – JADELIN MABIALA GANGBO – E/O

Immaginate di avere davanti agli occhi un piccolo bambino rasta, Daniel, che vi racconta la sua vita. Due volte, perché con lui c’è anche il fratellino gemello, David.
Vivono all’inizio degli anni ottanta, vicino a Bologna, in un istituto di suore, insieme a zingare, piccoli camorristi, bambini maltrattati o non voluti, tutti prodotti dell’Italia che l’Italia cerca di nascondere rinchiudendoli tra quattro mura.
Vanno a scuola lì vicino, dove sentono forte la differenza tra i compagni, che suonata la campanella tornano a casa dalle proprie famiglie.
Quando però tocca a loro andare in una famiglia felice, non vedono l’ora di rientrare a quella che ormai è casa loro.
Perché comunque la loro vita è lì, e lì vogliono stare.
Anche se si sente la contraddizione con il proprio mondo, dove si fuma ganja per schiarirsi le idee, si aspetta l’attivazione del cuore nero e si fanno discorsi profetici che poi non si ricordano.
La domenica a messa è complicato, tutte quelle formule a memoria, quel battersi sul petto…e cos’è questo “mistero della fede”?
“Almeno loro hanno un rito…ti parlano di vita eterna…sono convinto che il segreto della vita eterna si nasconde nel mistero della fede”. Dice David, suo fratello gemello. D’altronde, anche Bob Marley si è fatto battezzare.
“Cos’è, non vorrai mica battezzarti? Ti ricordi cosa ha detto il babbo sui cristiani? Hanno ucciso la gente. Bruciavano le vecchie nel fuoco”, gli risponde, senza fare una piega, Daniel.
Che poi lo sanno tutti che Cristo era nero, e quello bianco presente in ogni chiesa è in realtà lo zio di Michelangelo.

Pur non comprendendo in pieno il senso dei discorsi dei grandi, Daniel ne percepisce il significato. È attento a ciò che accade intorno a lui, ed indignato per il comportamento degli adulti: “Sono proprio degli strafottenti i grandi. Hanno un’arroganza incredibile. Fanno quelli che sanno comportarsi bene e spunta fuori che ti hanno fatto un disastro ecologico”.
Non solo: zii che “sputano” le nipotine e “Taxi”, che a capo del governo, ne combina di tutti i colori. Lapsus divertenti che denotano come sostanziale l’elemento linguistico in un libro scritto in italiano da un autore africano, nato in Congo e giunto in Italia all’età di quattro anni.
L’autore riesce con la sua scrittura a mantenere viva la fantasia infantile, la spensieratezza che solo i bambini hanno, pur avendone passate di tutti i colori.
Vi emozionerete con lui quando riuscirà a imparare la tabellina del nove, proprio com’è successo a voi a dieci anni, solo che lo avete dimenticato.

Consiglio questa lettura a chi, come me, ha avuto un’infanzia felice, per cui è difficile  immaginarne una altrettanto gioiosa in un istituto di suore, senza genitori, senza  giocattoli.
I bambini invece sono bambini, ovunque e comunque, e se l’infanzia è loro negata, se  ne riappropriano, in un modo o nell’altro, e questo testo lo dimostra.

È bello fermarsi ad ascoltare quello che i bambini hanno da dire, soprattutto quando  si tratta di qualcuno che a dieci anni ne ha già passate tante, che, da non italiano, ti  racconta il tuo paese da un altro punto di vista, spensierato, sì, ma anche fortemente  critico.

Jadelin Mabiala Gangbo è nato a Brazzaville, in Congo, nel 1976, e vive in Italia da quando ha quattro anni. Ha pubblicato due romanzi prima di questo: “Verso la notte Bakonga (edizioni Portofranco) e “Rometta e Giulieo” (Feltrinelli editore).
Con quest’ultimo libro va ad arricchire la rosa degli scrittori delle edizioni E/O, nella collana “dal mondo”, che dà voce a narratori da ogni angolo del pianeta.

Claudia

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