Pier Paolo Pasolini. La Ricotta, Tomaso Subini, Lindau, €18
Uscito recentemente per i tipi della Lindau, Pier Paolo Pasolini. La Ricotta di Tomaso Subini è uno studio molto serio e approfondito sull’omonimo mediometraggio di Pier Paolo Pasolini, uno dei quattro episodi del film a episodi Ro.go.pa.g (1963). Laddove il titolo del film rimanda alle iniziali dei quattro registi coinvolti, Rossellini-Godard-Pasolini-Gregoretti. Ma ben presto, a causa della censura (erano altri tempi, no?), il film divenne Rogog, vista la rimozione dello spezzone pasoliniano.
Una vicenda emblematica che nel libro viene esposta chiaramente.
L’opera tutta del poeta è pietra dello scandalo, e La Ricotta non fa eccezione. Essa venne infatti accusata di vilipendio alla religione -si noti bene senza l’imbeccata di alcun ecclesiastico- da quella borghesia moraleggiante che Pasolini in una sua poesia, letta nel film da Orson Welles doppiato da Giorgio Bassani, definisce come la più reazionaria e ignorante d’Europa. Chissà che ne direbbe oggi.
Tutta la prima parte dell’ottimo lavoro di Subini, dal capitolo I al capitolo VIII, rende conto di questa vicenda giudiziaria, ricostruendo in maniera efficace il contesto storico all’interno del quale matura la condanna per vilipendio. Attraverso gli articoli di giornale e la cronaca del processo, dove spicca l’arringa “semiotica” del Pm Di Gennaro, il lettore potrà agevolmente calarsi all’interno di quel clima persecutorio che si poneva come corollario costante ad ogni opera o gesto di Pasolini.
Conseguenza della condanna, e dei numerosi tentativi da parte di Pasolini e del suo produttore Alfredo Bini di ottenere il visto-censura, è la difficile definizione del testo filmico preso in esame, di cui si possono isolare quattro differenti versioni: dalla prima sanzionata dai giudici alla quarta, quella che effettivamente circolò nelle sale.
Subini pone quindi come premessa metodologica tale frammentazione del testo, confrontando prima le quattro versioni nelle loro differenze sostanziali, per poi procedere all’analisi vera e propria del film che verte principalmente sulla quarta versione. Quella che, come detto, ebbe una reale distribuzione.
Fatta tale premessa, Subini nella seconda parte del saggio, dal capitolo IX al capitolo XII, passa finalmente all’analisi del film pasoliniano.
Analisi che inscrive La Ricotta all’interno di un momento di crisi dell’opera pasoliniana. Secondo Subini, dopo Accattone e Mamma Roma Pasolini avverte che il suo realismo “poetico”, così esclusivamente immerso nel mondo del sub-proletariato romano, va in crisi. Non rende conto cioè del profondo cambiamento della società italiana, di quel processo di imborghesimento che ossessionerà il poeta per tutti gli anni sessanta e oltre. La crisi, ovviamente, si ripercuote anche sullo stile, sulla struttura figurativa dell’opera pasoliniana, che va via via facendosi più complessa e articolata, meno riconducibile agli stilemi del realismo.
Subini individua quindi ne La Ricotta il passaggio dal Pasolini nazional–popolare a quello più elitario delle successive opere. Attraverso l’introduzione del personaggio del regista interpretato da Orson Welles, che è alter ego dell’autore ma rimanda anche a Fellini come scopriranno coloro che leggeranno il libro, Pasolini tematizza quindi la propria impasse creativa utilizzando lo strumento del film nel film (siamo nel 1963, l’anno in cui Fellini gira Otto e Mezzo). La crisi che già prefigura un suo superamento, che non vuol dire risoluzione, è essenzialmente una visione, cioè, appunto, il film nel film: i tableaux vivants che riproducono i quadri a soggetto biblico del Pontormo e del Rosso Fiorentino. Lo stile dei due manieristi (usato come contrappunto a Masaccio, che invece ispira le sequenze che hanno per protagonisti i “poveracci”) è oggetto di una dotta disquisizione all’interno del libro tutta tesa, e ci riesce, a dimostrare come Pasolini conosca e si rapporti in maniera dialettica e non casuale all’opera dei due maestri, in particolare alla lettura critica che ne opera il critico Roberto Longhi . Ma ciò che qui importa è che la violenza cromatica, la struttura formale della visione del regista-Welles annuncia quel che sarà il futuro cinema pasoliniano, in particolare la Trilogia della Vita.
Ovviamente il discorso di Subini è più variamente articolato di questa recensione, e chi voglia può approfondire la questione leggendo il volume pubblicato dalla Lindau. Completato da un’antologia critica assolutamente funzionale al discorso portato avanti nel libro, Pier Paolo Pasolini. La Ricotta di Tomaso Subini riesce perfettamente nel suo intento, che è quello di spingere il lettore ad una re-visione del film come momento di sintesi delle tensioni del cinema pasoliniano, tra passato e futuro.
























