Altroquando 23ott09
Altroquando 23ott09
[...]Fu solo quando guadagnammo velocità fra i sobborghi di Londra che registrai la sua presenza, la guardai e riconobbi in lei la donna dai capelli scuri che stava sul metrò. L’inevitabile brivido di esaltazione durò solo una frazione di secondo. Fu scalzata infatti da qualcosa di molto più potente: una fantastica onda di urto emotiva, fatta di compiacimento, sgomento e, a tutta prima, di ostinata incredulità. No, non poteva essere vero, eppure stava proprio leggendo – no, non il giornale, ma un libro smilzo, rilegato, con la mia fotografia in quarta di copertina.[...]
J.C

Precipui Altroquandiani,
sono prontamente tornato da New York e debbo dire che questi americani sono proprio forti (ma forse i newyorchesi e gli altri usati no) e suscitano in alcuni frangenti una certa ammirazione. Che forse di questi tempi si prova spesso varcando gli italici confini. Diciamo che si vede che loro si sentono parte di qualcosa (nel bene e nel male), il che porta oneri e onori. Ho visto librerie che mi hanno imbarazzato per la loro perfezione e spinto al riflettere sul cambiare lavoro, ma poi mi sono detto che, insomma, io mica faccio il librario, no?
Comunque. Il Vostro si è distinto anche nel nuovo mondo, con il suo inglese di nuova generazione e i suoi modi spigliati, come si coglie anche dalle immagini ed è andato a fondo a tutta una serie di situazioni a cui i più si sarebbero sottratti.
Ma veniamo al calendario dei prossimi, certamente aggiudicabili, eventi:
stasera- serata cazzeggiona mascherata da presentazione, ovvero:
alle 21,30
presentazione ludica de
Il Principe di Persia
di Angelo Calvisi
Round Robin edizioni
interviene: Filippo La Porta
Chi è il principe di Persia? Un cacciatore di dote oppure un uomo innamorato? È un eroe, un patriota? Oppure è soltanto un avventuriero privo di scrupoli? E soprattutto: cosa succederà nella sua vita quando sullo schermo comparirà la scrittaGame Over?
sabato- pazza serata pazza, ovvero:
Niente di organizzato di particolare, quindi AnderQuando popolato dai soliti improbabili personaggi accorsi con l’intenzione di meditare sui perchè delle domande
domenica- L’Aperitivo? E’ possibile. ovvero:
é possibile che io lo prepari con tanto amore e che addirittura lo apparecchi in AnderQuando come è possibile che compri i grissini e la philadelphia e la nutella, ammischiamo il tutto e la buttiamo in caciara che anch’io ho le mie sfere private.
[...]
La parola esisteva, lo sapevo. Ma non mi veniva.
…baldanza …finezza… stile…
Dovevo prendere il treno delle 3 e 35 ma quella recensione mi aveva preso più tempo di quanto mi fossi aspettato, e adesso ero in uno spaventoso ritardo. [...] Era sempre così: sempre quelle due ultime frasi, il riassunto imparziale, l’ironica frecciata di chiusura, che costavano un dispendio eccessivo di tempo e fatica.
[...]
Questi erano i pensieri che mi passavano per la testa mentre andavo in metropolitana verso King’s Cross; o quantomeno una fetta di pensieri. A dire il vero, il tempo del tragitto lo impiegai, in gran parte, a guardare le donne che c’erano sulla vettura. Non solo ero divorziato da otto anni ma non facevo l’amore con una donna da più nove e in più ero diventato un inveterato scrutatore, esaminatore, soppesatore di possibilità, gravando ogni sguardo di quella furtiva intensità che è il marchio del maschio veramente allo stremo (e pericoloso). La presente occasione scremò ben presto non più di due oggetti da prendere in seria considerazione. Una sedeva sulla mia stessa fila ma più in fondo, vicino alle porte; minuta composta, una che spendeva molto per vestire. : il classico tipo Grace Kelly-biondo glaciale. Era salita a Knightbridge. All’altra estremità della vettura stava una bruna più alta e dall’aria più ascetica: l’avevo notata sul marciapiede della stazione di Earl’ s court, ma sia allora, sia adesso, mi riuscì difficile identificarne le fattezze dietro il sipario della sua splendida chioma nera e del giornale alzato, immersa com’era nella lettura. Tornai a posare lo sguardo sulla bionda, un’occhiata ardita, obliqua che lei – se non me l’ero solo immaginato – raccolse e sostenne per un impalpabile istante, rispondendo con occhi in cui non si leggeva incoraggiamento, ma neppure biasimo. Mi lanciai subito in una fantasia, la mia fantasia prediletta: quella in cui succedeva, miracolosamente, che lei scendeva alla stessa fermata, proseguiva verso la stessa stazione, prendeva lo stesso treno, andava nella stessa città in cui andavo io: una serie di coincidenze che infine ci univano,e mi affrancavano senza sforzo dalla necessità di prendere in mano le redini degli eventi. E più ci avvicinavamo a King’s Cross, più desideravo che lei restasse sulla vettura. A ogni fermata avvertivo la morsa di un vertiginoso, profondo terrore, e mentre la prospettiva di avviare una conversazione con lei mi pareva vieppiù desiderabile, il suo volto e la sua figura venivano via via approssimandosi ai vertici della perfezione. Leicester Square, Covent Garden, Holborn. Ero sicuro che sarebbe scesa a Holborn, invece no, aveva semmai l’aria rilassata di chi si gode la comodità di stare seduto, in una postura di seduttiva languidezza (eravamo i soli passeggeri rimasti nella nostra metà della vettura e io mi stavo lasciando completamente trasportare da questa scena.) Due fermate ancora. Se solo… se solo… se solo… e infine ecco King’s Cross: stavamo entrando nella stazione, e quando la guardai, senza vergogna questa volta, mi resi conto subito, quasi fosse ovvio, che lei non sarebbe scesa neanche lì, che non le passava neppure per la testa: la mia fantasia era sul punto di sbriciolarsi e, per far precipitare la situazione, le diedi un’ultima occhiata furtiva, appena prima che si aprissero le porte, e lei mi rispose con una luce di inquisitiva pigrizia negli occhi, che mi trapassò, inesorabile, da parte a parte. mi avviai sul marciapiede della stazione, ma avevo piombo nelle membra; funi emotive mi tenevano legato al treno, come un elastico impedimento. Ripartì; mi girai, non riuscii a scorgerla; e per qualche minuto, andando verso St. Pancras, facendo il biglietto e ammazzando il tempo davanti all’edicola, ebbi un vuoto mortale nello stomaco, la sensazione ferita di essere in qualche modo sopravvissuto ad un’altra sequenza di tragediucole che minacciavano di ripetersi di giorno in giorno all’infinito.
Seduto nella vettura del treno per Sheffield, in attesa che si mettesse in moto, rimuginai sull’umiliante incidente e maledii la malasorte – se di malasorte si trattava – che mi aveva marchiato per sempre come uomo di immaginazione piuttosto che d’azione: condannato come Orfeo, a vagare in un Ade di chimere, mentre il mio eroe, Yuri non avrebbe esitato a lanciarsi impavido verso le stelle. Poche parole scelte con cura, tutto qui. Non ci voleva altro, eppure non mi venivano in mente. Dio santo! Ed ero anche uno scrittore a cui avevano pubblicato dei libri! Cosa facevo invece? Restavo inchiodato lì a sognare ridicolissime storie: l’ultima delle quali coinvolgeva l’oggetto della mia attrazione che si rendeva immediatamente conto d’aver perso la fermata, sgusciava fuori a Caledonian Road, fermava un taxi e arrivava appena in tempo per balzare sul mio treno mentre già era in moto. Patetico. Chiusi gli occhi e cercai di pensare a qualcos’altro. A qualcosa di utile, per una volta. La parola: quello era ciò su cui dovevo concentrarmi, la parola che continuava a sfuggirmi… era vitale che tirassi fuori quella frase finale prima di arrivare a Sheffield.
…il garbo indispensabile… l’indispensabile entusiasmo… l’ esprit…
Questo stratagemma si rivelò particolarmente fortunato. Mi immersi in una tale concentrazione che non sentii il fischio del capotreno; notai appena che il treno si metteva in moto, ebbi solo l’oscura percezione dello sportello del vagone che s’apriva e del salire molto agitato di qualcuno che entrava nello scompartimento senza fiato, lasciandosi cadere su una poltrona a qualche fila di distanza dalla mia. Fu solo quando guadagnammo velocità fra i sobborghi di Londra che registrai la sua presenza, la guardai e riconobbi in lei la donna dai capelli scuri che stava sul metrò. L’inevitabile brivido di esaltazione durò solo una frazione di secondo. Fu scalzata infatti da qualcosa di molto più potente: una fantastica onda di urto emotiva, fatta di compiacimento, sgomento e, a tutta prima, di ostinata incredulità. No, non poteva essere vero, eppure stava proprio leggendo – no, non il giornale, ma un libro smilzo, rilegato, con la mia fotografia in quarta di copertina.
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E’ il sogno di ogni autore, io credo. E dato che accade raramente, anche nella vita delle celebrità letterarie, si pensi quanto prezioso sembrasse a un giovane, ignoto scrittore come me, affamato di prove, quali che fossero, dell’incidenza della sua opera sulla coscienza del pubblico. Le brevi, rispettose recensioni che avevo avuto sui giornali e sulle riviste letterarie – talune le avevo addirittura imparate a memoria – impallidivano sino a perdere significato davanti a quella inaspettata rivelazione che il vasto mondo celava qualcosa di totalmente altro, qualcosa di non sospetto, vivo e arbitrario: un lettore. Questo fu ciò che provai in prima istanza. Poi, naturalmente, seguì l’inequivocabile consapevolezza che finalmente era arrivata l’opportunità che da tanto desideravo, la scusa infallibile, il perfetto accesso alla conversazione: giacchè, in simili circostanze, era sicuramente sconveniente non presentarmi. Restava solo una domanda a cui rispondere: come, e quando, fare la mia mossa.
Ero determinato ad andare coi piedi di piombo. Alzarsi con una scusa, sedersi di fronte a lei e dire una cafonata come “Vedo che sta leggendo un mio libro” – o, peggio ancora, “Le donne che hanno buon gusto in letteratura hanno tutta la mia ammirazione”, non andava proprio. Molto meglio fare che la scoperta fosse opera sua. Beh, non doveva essere difficile. Dopo qualche minuto di esitazione, mi alzai e mi spostai con il mio bagaglio in una poltrona di fronte alla sua ma sull’ altro lato del corridoio centrale. Questo bastò per attirare la sua attenzione e strapparle un moto di sorpresa, fors’anche di fastidio. Dissi: “E’ per il sole, ce l’ avevo in faccia” – una motivazione inconsistente, a ben vedere, dato che il mio nuovo posto era in pieno sole, non meno dell’altro.
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Jonathan Coe, la Famiglia Winshaw















