INCIPIT

Manuale di investigazione -Jedediah Berry - Adelphi

Uno
il pedinamento

Durante il pedinamento, il detective esperto non si fa notare, ma non perché è un tipo ordinario. Piuttosto perché da l’impressione di doversi trovare lì, come l’ombra della persona pedinata.

Onde evitare che i dettagli vengano scambiati per indizi, si sappia che Mr. Charles Unwin, da una vita residente in questa città, ogni giorno andava a lavoro in bicicletta, anche quando pioveva. Aveva escogitato un metodo per tenere aperto l’ombrello mentre pedalava, agganciando il manico al manubrio. Tale metodo comprometteva la manovrabilità della bicicletta e riduceva il campo visivo di Unwin, ma se il suo programma quotidiano includeva una visita non uffiaciale a Central Terminal per regioni non ufficiali, allora certi rischi erano inevitabili.
Sebbene di per sé non appariscente, come ciclista e ombrelloforo Unwin veniva decisamente notato. Al trillo del suo campanello, frotte di pedoni si facevano da parte, le madri stringevano a sé i bambini, e i bambini sbalordivano al suo maestoso passaggio. Agli incroci evitava di guardare negli occhi i conducenti dei veicoli a motore, per non dar l’impressione di voler lasciare loro la precedenza. Quel giorno era in ritardo. Aveva bruciacchiato il porridge, sbagliato cravatta, e per poco non dimenticava l’orologio da polso, tutto per via di quel sogno poco prima di svegliarsi, un sogno che ancora lo turbava e lo distraeva. [...]

Uomini nello spazio - Tom McCarthy -Isbn

Ecco Anton Markov, seduto a un tavolo, che passa il dito attorno al bordo di un piattino mentre guarda il suo compatriota Koulin che attraversa la sala del Malostranskà Kavàrna con falcate decise. Koulin avanza a passi elastici, saltellanti. Con le braccia e i fianchi gira intorno alle sedie e ai tavoli. Fa una giravolta da pattinatore sul ghiaccio per indietreggiare leggero di due passi e schivare la cameriera, una ragazza sulla ventina. Gli specchi a muro, su entrambi i lati della porta da cui è appena emerso, quella che porta ai bagni, riproducono l’evento in versione tripla: tre Koulin, da davanti, da sinistra e da destra, come nelle foto segnaletiche della polizia. Si vedono anche tre cameriere e tre gruppi di avventori sullo sfondo. Guardando la scena che si moltiplica, Anton ricorda i tempi in cui faceva l’arbitro in Bulgaria: il trucco era vedere tutte quelle maglie praticamente identiche, le corse ripetute, gli scatti improvvisi, i cambi di ruolo e le inversioni di fronte, come se fossero un unico movimento, parti di un sistema modulare che bisognava osservare come se ci si trovasse al suo esterno, o al di sopra, o da qualche altra parte.

“Be’, allora” dice Koulin, appoggiandosi allo schienale e stendendo un braccio sul termosifone che aveva alle spalle “la casa di quello jugoslavo è nel quarto distretto di Praga, vicino a Nusle. Abita al quarto piano. Io e Milachkov abbiamo pensato di spaventarlo minacciando di buttarlo giù dalla finestra. Così andiamo là e ci apre la porta proprio lui, in accappatoio. Dovevano essere le dieci di mattina. Mila lo stende e poi lo raccogliamo, uno per parte, e lo portiamo vicino alla finestra. Ma, mentre ce lo portiamo, dalla camera da letto esce una ragazza. E, indovina un po’?”

Mi perfora con lo sguardo dall’altro lato del tavolo, le guance rosse per l’esaltazione.

“Cosa?” chiede Anton.

“E’ nuda” gli risponde Koulin. “Bel corpo, davvero. Peletti neri lungo la schiena. Tettine rotonde. Quando ci vede si mette a piangere e a gridare “Non fategli del male! Vi prego, non fategli del male!”. Io comincio a spiegare che non vogliamo fargli niente, ma deve dei soldi a Ili per le sigarette che vende sul suo territorio, però lei continua a piangere e urlare. Lo jugoslavo è tutto calmo perché è stordito per il pugno che ha preso da Mila, quindi non crea problemi, ma la ragazza sta montando un casino. E poi…” Sposta il braccio. “E’ un po’ difficile spiegare questo pezzo esattamente come è successo… Be’, la tipa si è pisciata addosso. Ma quello che ho notato io era una specie di gocciolio… no, balle, non era un gocciolio: era un po’ come se le fosse scoppiata una sacca proprio all’interno della gamba. Una sacca che prima non c’era. O come un gavettone che esplode. Un’unica massa solida. Almeno, era solida finché non ha toccato il pavimento, uno di quei pavimenti a incrocio, tutti di legno, com’è che si chiamano? …”

“Parquet.”

“Giusto. Finché non ha toccato il il parquet. Poi si è rotta. Davvero strano. Siccome era nuda, non c’era niente a interrompere la caduta. E la ragazza, quella bella ragazza nuda, ci stava sopra, gridando. Non so neanche se si è accorta di quello che aveva appena fatto…”

Il biglietto che esplose - William S. Burroughs - Adelphi

“Visto che azione, B.J.?”

E’ un viaggio lungo. A bordo ci siamo solo noi. Perciò abbiamo imparato a conoscerci così bene che il suono della sua voce e il guizzo della sua immagine sopra il registratore mi sono familiari quanto i miei movimenti intestinali il suono del mio respiro il battito del mio cuore. Non che ci amiamo e nemmeno ci piaciamo. Anzi non lo guardo mai se non con occhi assassini. E lui non mi guarda mai se non con occhi assassini. Assassinio sotto una lampada a carburo a Puya fuori piove il posto e fradicio bevo aguardiente con tè alla cannella per eliminare quel gusto di cherosene mi ha dato dell’alcolizzato figlio di puttana ed eccolo lì dall’altra parte del tavolo pieno di graffi e grondante sangue con un coltello appena usato… seduto intorpidito e inerte su una sdraio dopo aver letto la pagina dei fumetti sul domenicale del mese scorso “le barzellette” le chiamava lui e leggeva ogni singola parola a volte ci metteva un’ora buona lungo un fiume gonfiato dalle maree in Messico assassinio lento nei suoi occhi forse dieci quindici anni più tardi vedo la mossa che aveva fatto allora era uno scacchista dilettante se la cavava bene in realtà gli prendeva quasi tutto il tempo libero ma ne aveva da vendere. Una volta gli avevo chiesto se voleva sfidarmi mi aveva guardato e sorriso e detto: “Ti faccio fesso ogni volta che mi gira”.

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