La seconda guerra mondiale nel cinema polacco, Malgorzata Hendrykowska, Istituto Polacco di Roma
La seconda guerra mondiale nel cinema polacco, Malgorzata Hendrykowska, Istituto Polacco di Roma
E’ giusto confessare che i libri che più mi piacciono sono quelli che stimolano la lettura di altri libri; o meglio la visione di film e la partecipazione ad opere teatrali; o meglio ancora la condivisione di eventi o manifestazioni pubbliche. Il tutto per accrescere la mia ambizione di completare il libro in questione ed aggiungere così nuovi tasselli.
La rassegna “La seconda guerra mondiale nel cinema polacco” curata dall’Istituto Polacco di Roma ha presentato un libro appositamente scritto dalla professoressa Malgorzata Hendrykowska in una serata fantastica arricchita dalla proiezione del capolavoro incompiuto di Munk La passeggera (Pasazerka) e dal documentario Il ritrattista (Portrecista) di Dobrowolski. L’analisi, attraverso filoni e tematiche, verte sui più importanti film polacchi che hanno affrontato la seconda guerra mondiale in Polonia dal 1 settembre 1939 (quando l’esercito tedesco varca le frontiere polacche) al 28 luglio 1945 (data di nascita a Varsavia del Governo Provvisorio di Unità Nazionale).

L’evento sembra provvidenziale a me “posseduto” da amour fou verso il regista Andrzej Zulawski. Non è forse vero che il 17 settembre 1939, alla notizia dell’entrata dell’esercito sovietico in Polonia, lo scrittore Miroslaw Zulawski fugge verso est a Leòpoli dove un anno dopo nascerà Andrzej? Oppure sarà importante che il giovane Zulawski alla fine del corso di montaggio presso la scuola di cinema francese Idhec di Parigi scriva un saggio-tesi su Kanal (I dannati di Varsavia) di Andrzej Wajda? Proprio questo film è considerato da Malgorzata Hendrykowska il simbolo per quella generazione di polacchi che aveva vent’anni all’epoca della guerra e non riuscirà dopo a partecipare alla costruzione “monumentale” dell’orgoglio nazionale ma semmai tenterà di demitologizzare la storia nazionale per cominciare a rivelare la verità. Le sorti della cosiddetta scuola cinematografica polacca (1957-60) si intersecano con il cinema di guerra fino alla delibera del Comitato Centrale nel 1960 quando si attacca la “nera visione” che infanga l’eroismo, alla stregua dei nostri Ladri di biciclette e Sciuscià.
Nel libro della Hendrykowska viene citato nell’elenco finale dei 101 film di guerra La terza parte della notte di Zulawski, anche se sfiora solo il tema della guerra e della sofferenza in essa insita. Fare il “nutritore di pulci” in un istituto che prepara il vaccino contro il tifo per l’esercito tedesco significa sfamare una famiglia e contribuire all’insurrezione e alla resistenza polacca.
Questo libro nella sua precisa ricostruzione storico-cinematografica è impreziosito da molte sorprese. A cominciare da un’immagine in cui si raffigura un giovane Roman Polanski nelle vesti di attore in Generazione (1954), primo film di Wajda.
Il merito è della ricchezza della cinematografia polacca che ad esempio per raffigurare l’inizio del conflitto si affida alla storia di una giumenta (il film è Lotna del 1959 sempre di Wajda) che passa di mano in mano a tutta la cavalleria fino a morire portando via con sè un’intera civiltà.
Naturalmente Hendrykowska cita anche i film che riportano in vita ricordi ed episodi eroici e sacrificali, come …dovunque tu sia, signor sindaco… (…gdziekolwiek jestes, panie prezydencie…) che parla del sindaco di Varsavia Starzynski che anche dopo l’arrivo della Gestapo rimane senza fuggire, perfetto capitano di una nave senza speranza.
Il pregio de La seconda guerra mondiale nel cinema polacco è di accostare questa mitologia conclamata al tabù del crimine di Katyn infranto da Wajda nel 2007, quando racconta delle fosse comuni fatte dai sovietici di Stalin. Oppure di sottolineare come la politica e la censura abbiano accompagnato il tema della guerra, come nel caso del compositore Szpilman la cui storia avrebbe dovuto costituire un film già nel 1945 e vede la luce solo nel 2002 grazie a Polanski nel film Il pianista. O ancora citare addirittura tre versioni di un film, La casa perduta (Dom na pustkowiu), sul dramma di guerra di Rybkowski: l’ultima è “finalmente” depositaria di posizioni “utili” e “necessarie” all’Esercito Popolare comunista, per offuscare anche i film della scuola cinematografica polacca.
La guerra è anche genere d’azione e commedia, ad esempio nella serie televisiva di culto composta da otto episodi Una posta in gioco più alta della vita (Stawka wieksza niz zycie), 1968; ma soprattutto è ricostruzione documentaristica come nel già citato Il ritrattista (2005) dove Brasse racconta la sua esperienza di fotografo del campo di concentramento di Auschwitz e della sua impossibilità dopo la guerra di fare altri scatti. I segni e le mutilazioni lasciati riguardano il gruppo di persone che attende il treno nel film Due ore ambientato nell’immediato dopoguerra, ma anche gli spettatori di questo film che devono aspettare 11 anni, visto che nel 1946 è giudicato troppo pessimista per l’epoca socialista da avviare.
Concedetemi un ultimo vezzo. Parlare del cinema polacco per me significa citare Kieslowski: è più forte di me! Mi chiedo perchè mai la prof Malgorzata Hendrykowska non abbia citato il suo documentario La fotografia (Zdjecie) del 1968. Esso nasce da una foto mostrata da Karabasz (suo maestro della scuola di Lodz) che ritrae due bambini di quattro e sei anni armati di fucile e berretti dell’esercito mentre sorridono. Il film si basa sulla ricerca appassionata da parte di Kieslowski di questi due bambini di un tempo, fino a che li trova e filma la loro emozione.
Ma poi capisco che è solo un primo documentario professionale realizzato per la televisione polacca: in fondo è giusto e non poteva essere inserito nel libro. Ancora una volta la prof ha ragione. Grazie dottoressa Hendrykowska per la testimonianza che ci hai dato. E grazie all’Istituto Polacco di Roma per la preziosa regia.






















