Palace of the End – Neo Edizioni – Giovedì 4 marzo ore 21.00
Altroquando presenta
Palace of The End, di Judith Thompson, Neo Edizioni
Giovedì 4 marzo ore 21.00
introduce Isabella Borghese
Interventi della traduttrice Raffaella Antonelli
e della prof.ssa Maria Anita Stefanelli
Letture di Cinzia Trombetta, Stefania Soellner e Fabrizio Amicucci
Palace of The End, piece teatrale della drammaturga canadese Judith Thompson, si articola in tre monologhi il cui filo conduttore è la guerra in Iraq. I tre protagonisti sono tutti in qualche modo legati a quella vicenda: Lynndie England, la soldatessa americana fotografata con al guinzaglio un prigioniero iracheno, simbolo di tutte le atrocità consumate nel carcere di Abu Ghraib; David Kelly, biologo inglese che per primo rivelò la falsità delle cosiddette prove circa l’esistenza delle armi di distruzione di massa, e per questo suicidatosi o “suicidato” ; infine Nehrjas, intellettuale irachena prima perseguitata e torturata insieme ai suoi figli dal regime di Saddam Hussein, in seguito morta sotto i bombardamenti durante la prima Guerra del Golfo, quella di Bush padre.
Nel primo dei tre monologhi, Le Mie Piramidi, a rivolgersi al pubblico è quindi il soldato England. Il linguaggio usato dalla marine è volgare, violento, sgrammaticato e totalmente diverso da quello degli altri due personaggi (a questo proposito illuminanti sono le note del traduttore, Raffaella Antonelli, poste in appendice al testo). Ma la violenza, prima quella verbale e poi quella che emerge dal racconto sull’esperienza irachena, non appartiene solo a Lynndie ma appare come naturale conseguenza di un certo tipo di mondo, quello della provincia americana e dell’esercito, e di un certo tipo di retorica, cioè quella patriottarda secondo cui la verità sta da una parte sola e sul nemico è lecito infierire, in quanto esso stesso disumano. Gioca molto infine, in questa coazione a ripetere verso la violenza che la protagonista esprime, il fattore di genere. Nel senso che essendo donna, e in un contesto tipicamente maschile come quello dell’esercito, Lynndie è quasi costretta ad agire in quel modo, se vuole dimostrare di essere alla pari con i suoi colleghi, se vuole essere divertente, sexy perfino.

Il secondo pezzo, Harrowdown Hill, prende il nome dal luogo in cui fu ritrovato cadavere il professor Kelly. Come detto in precedenza, diverso è il linguaggio usato in questo caso: molto meno aggressivo, molto più forbito. Ciò che emerge con chiarezza dalle parole di David Kelly è il rimorso, sentimento tenuto ai margini di Le Mie Piramidi (laddove al massimo il dubbio è espresso dal silenzio, dalle pause tra un’invettiva e l’altra). Rimorso che ha origine dalla mistificazione di cui il biologo fu complice, in nome dell’amore di patria e dell’illusione di una guerra lampo, “pulita”, senza vittime civili (così com’era stata raccontata dai vari Bush, Blair, Berlusconi). Ma quando tutto ciò si rivela, appunto, illusorio, e quando il sangue che scorre diventa visibile, al dottor Kelly non resta che confessare, schiacciato dai sensi di colpa. Nel momento in cui rivela ciò che sa il biologo è cosciente di firmare la propria condanna a morte. La Thompson sceglie però, con un finale spiazzante rispetto alle letture (molto probabilmente fondate) che di questa vicenda sono state fornite, di dare a David Kelly l’ultima parola: egli decide di “essere presente ma invisibile” per i propri nemici, il fantasma di Harrowdown Hill
Gli Strumenti della Bramosia è il titolo dell’ultimo monologo, nonchè il nome della polizia segreta baathista di cui sono vittima Nehrjas e la sua famiglia. La donna si rivolge al pubblico, e al lettore, raccontando la sua storia: moglie di un importante dirigente del partito comunista iracheno è per questo sequestrata, insieme ai suoi figli, dopo il colpo di stato di Saddam Hussein. Il fulcro dell’azione, insostenibile, è la tortura inflitta ai figli della donna, sotto i suoi occhi. Il monologo di Nehrjas ha una cadenza ben precisa: dapprima quasi confuso, aperto a divagazioni poetiche, oniriche, si fa man mano più stringente, netto, preciso con l’avvicinarsi al palazzo della fine, il luogo delle torture. La polizia di Saddam, composta dalla peggiore teppaglia, letteralmente si accanisce sul corpo dei prigionieri, non diversamente dai marines di Abu Grhaib. Il popolo iracheno appare come dannato, condannato a subire violenza, a dare violenza. Il liberatore, quando arriverà dopo più di vent’anni, non sarà altri che il nuovo padrone, il nuovo aguzzino. Come nella parabola raccontata da Nehrjas: una donna viene stuprata e gettata nuda in strada, dove viene raccolta, soccorsa e ospitata da una famiglia, per essere infine di nuovo violentata dal benefattore – padre di famiglia.






















