Non è un paese per vecchi – di Marco Duse – domenica 7 novembre, ore 19

Cinema e identità. Incontri sul cinema

Non è un paese per vecchi

di Marco Duse

L’Epos

con l’autore interviene Mattia Artibani

I Fratelli Coen, Ethan e Joel, iniziano la loro carriera nel 1984 con Blood Simple, noir di ambientazione texana che, come giustamente sottolinea Marco Duse nel suo libro, subito mette in chiaro alcune di quelle che saranno le costanti della loro filmografia: lo smontaggio dei generi del cinema classico americano, il senso di vuoto, una freddezza e un distacco che spesso diventano gelida ironia verso i propri personaggi (di solito disprezzati, si vedano su tutti Mr. Hula Hoop, 1994, e Burn After Reading, 2008) e verso gli eventi grottescamente tragici che li vedono coinvolti. In questo caso, nel caso di Blood Simple, la freddezza si traduce in ritmi lenti, atmosfere e ambienti squallidi che riflettono la consistenza morale o lo stato psichico dei protagonisti (come in Barton Fink, 1991). In altri film, come nel già citato Mr. Hula Hoop, lo sguardo sempre “distante” dei Coen è al servizio di macchine filmiche rutilanti e virtuosistiche, con dialoghi fluviali e scoppiettanti (il film fa infatti il verso alle screwball comedy) perfetta cassa di risonanza dell’idiozia dei personaggi.

In Non è un paese per vecchi (2007), i Coen si cimentano per la prima volta col genere cinematografico per eccellenza: il western, preso nella sua accezione più crepuscolare. Questa ennesima decostruzione coeniana avviene contaminando le atmosfere della frontiera col noir, e soprattutto attualizzandone le tematiche. Così come avviene in Le Tre Sepolture (2005, regia di Tommy Lee Jones, che nel film dei Coen interpreta lo sceriffo Bell) l’azione si svolge nei pressi della frontiera messicana. E come insegnano i western crepuscolari degli anni settanta, Non è un paese per vecchi comunica il senso della fine di un sistema dei valori o più precisamene di un’epica fondata sulla Legge e sulla fiducia nelle fondamenta della nazione americana: Dio, Patria, Famiglia. Istanze queste che nel film vengono incarnate dallo sceriffo Bell, simbolo del vecchio che soccombe al nuovo, all’interno di una dialettica tipica del western (si veda quale definitivo esempio L’uomo che uccise Liberty Valance, 1962, di John Ford). Lo sceriffo Bell è segnato quindi da uno scetticismo verso le future generazioni, dal ricordo e dal rimpianto verso un passato, un’epoca aurea che alla fin fine si rivela non essere altro che mito, illusione. La differenza sostanziale, rispetto alla visione di un regista come Peckinpah, ultimo maestro del genere crepuscolare, è che l’epica western non viene più vista con romantica nostalgia, ma al contrario con ironia e sarcasmo tutto postmoderno. Atteggiamento che come si diceva all’inizio è il vero e proprio marchio di fabbrica del cinema dei Coen, della loro concezione del mondo.


Il libro di Marco Duse, edito da L’Epos, dopo un capitolo introduttivo all’opera dei Coen e un altro che tratta del libro di Cormac McCarthy da cui la pellicola è tratta, analizza Non è un paese per vecchi in quattro interessanti capitoli. Tra le altre cose, l’autore sottolinea come questo film, che rappresenta un unicum nella produzione coeniana (in quanto primo adattamento letterario), in realtà aderisca perfettamente alla poetica degli autori di Fargo, alla loro visione delle cose. Questo perchè la narrazione si situa all’interno di un tempo che sembra precedere la catastrofe, condizione questa comune a molti dei film dei fratelli Coen. I quali, come efficacemente viene detto nel testo citando una frase di Vincenzo Buccheri, sembrano voler rappresentare “una collezione di grandi vigilie prima del disastro”. E quindi in Non è un paese per vecchi il disastro che sta per accadere, o che forse è già accaduto, è il definitivo avvento del  male simboleggiato dall’assurdo killer Chigurh (interpretato da Javier Bardem). Cioè la corruzione di quel mondo idealizzato dallo sceriffo Bell, cui non resta che lanciare impotenti strali verso il “nuovo” che avanza. Impotenza, incapacità di influire sugli eventi che piuttoso vengono subiti: è l’altro elemento coeniano “forte” che Duse evidenzia. Tale stato trova il suo corrispettivo nel personaggio interpretato da Josh Brolin, il reduce dal Vietnam Llewelyn Moss. Il quale, imbattutosi in una valigetta piena di soldi e frutto di loschi affari, cerca senza successo, e soprattutto in modo goffo e grottesco, di sfuggire ai malviventi che lo braccano. Moss, come la coppia di killer di Fargo o il Norville Barnes di Mr. Hula Hoop, è un perfetto idiota calato in una situazione che si rivela essere molto, ma molto, al di fuori della sua portata. Lento di riflessi e inadeguato, Moss in apparenza aderisce alla figura del cowboy, cui aspira e del quale ricicla il vestiario. Ma, trattandosi di una film dei Coen e citando Jeff Bridges-Lebowski, le aspirazioni di Moss vengono smascherate per quel che realmente sono: una messa in scena di una messa in scena.

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