Cinici Infami e Violenti – Bloodbuster – domenica 16 gennaio ore 18.30
Altroquando presenta
Cinici Infami e Violenti. Dizionario dei film polizieschi italiani anni ‘70
di Daniele Magni e Silvio Giobbio
con gli autori sarà presente l’attore Massimo Mirani
proiezione del documentario
ITALIA 70: IL CINEMA A MANO ARMATA
di Steve Della Casa, Miranda Bevilacqua, Max Croci
In occasione della nuova uscita di Cinici Infami e Violenti, riedizione aggiornata, ampliata e corretta, siamo lieti di presentare il volume nella nostra libreria domenica 16 gennaio a partire dalle 18.30.
Il libro della Bloodbuster, a cura di Daniele Magni e Silvio Giobbio, con la collaborazione di Marco Grassidonio, offre un panorama completo sulla produzione italiana di film polizieschi. Il genere, che prese il posto dell’ormai agonizzante spaghetti western come traino dell’industria cinematografica nostrana, inizia convenzionalmente nel 1971, anno in cui esce nella sale Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica, di Damiano Damiani. Percorre tutti gli anni settanta, grazie alle opere di registi come Lenzi, Di Leo, Massi e Castellari, per esaurirsi nel 1980. Film epitaffio, dal titolo quanto mai esplicito, Poliziotto Solitudine e Rabbia, ultimo poliziesco interpretato da Maurizio Merli, diretto da Stelvio Massi.
Questi film vennero ribattezzati poliziotteschi. Tale termine voleva evidenziare tutto il disprezzo che la critica
nutriva verso il genere. Le obiezioni furono soprattutto di natura politica, laddove nei poliziotti interpretati da un Maurizio Merli o da un Enrico Maria Salerno si lessero valori di tipo fascistoide. L’eroe solitario dal grilletto facile, molto spesso in rivolta verso i propri superiori e alle prese con una guerra personale, fuori e oltre la legge, contro malviventi di ogni sorta, fu quindi interpretato come un simbolo del farsi giustizia da soli, liberi dai vincoli troppo stretti del diritto e della democrazia. Ignorando, come giustamente viene sottolineato nel libro, che spesso e volentieri gli sbirri dei poliziotteschi sono personaggi relegati ai margini, in totale conflitto con capi coinvolti in trame oscure che rimandano agli scenari golpisti di quel decennio. Decennio che fu forse il più violento, ma anche il più carico di speranze, della storia repubblicana. Tra terrrorismo e bande criminal-mediatiche a là Vallanzasca, mafia, bombe, strategia della tensione e repressione. I polizieschi italiani seppero, e ciò rappresenta la base della loro rivalutazione critica, interpretare meglio e più di chiunque altro il clima di alta tensione che dominava lo scenario metropolitano. Senza nessuna esplicita intenzione moraleggiante o di critica sociale, a differenza ad esempio di buona parte degli spaghetti western (filone Giù La testa - Quien Sabe?), votati alla causa dell’intrattenimento puro, i polizieschi italiani offrono comunque un ritratto fedele della realtà di quegli anni. Dal western, non solo quello spaghetti, ereditano la poetica dell’eroe solitario che dopo aver ristabilito l’ordine, agendo anche contro chi quell’ordine avrebbe il compito di tutelarlo, ritorna ai margini della società (vedi la stella, il simbolo che lo sceriffo Gary Cooper lancia nella polvere alla fine di Mezzogiorno di fuoco).
In Cinici Infami e Violenti vengono evidenziati due filoni principali. Il primo, il poliziesco puro, è costituito da quei film in cui il protagonista, spesso Maurizio Merli, è appunto un poliziotto violento, solitario e ribelle, alle prese con malviventi cattivissimi che gli sterminano la famiglia e quindi costretti a subire la terribile furia vendicatrice dello sbirro (oltre e fuori la legge, come si diceva). L’altro filone, ad esempio le opere di Di Leo tratte dai libri di Giorgio Scerbanenco, è formato da pellicole il cui fulcro è la vita criminale, sul modello dei francesi polar. Vicende, cioè, narrate dal punto di vista dalle bande malavitose, che all’epoca erano entrate nell’immaginario collettivo suscitando un misto di repulsione e ammirazione, grazie alle gesta di un Lutring o del già citato Vallanzasca. Dichiarando di nuovo il proprio debito nei confronti del cinema western, questi film spesso ritraggono i malavitosi, sottoproletari metropolitani, con un pizzico di romanticismo. Essi sono cioè il simbolo di una rivolta che, seppure in maniera discutibile e sanguinosa, mette in evidenza le ingiustizie e le ipocrisie del mondo borghese. Anche se in verità i banditi anelano, bramano quel mondo, i suoi agi e ricchezze. Ma come detto questi film sono privi di ogni afflato alla critica sociale, i loro protagonisti sono ribelli e non rivoluzionari, non si propongono di rovesciare lo stato di cose esistente, ma solo di ritagliarsi un bel posto all’interno di esso.
A completare il volume c’è un saggio, firmato da Matteo Di Giulio, che illustra la storia del poliziesco italiano prima del 1970. Avversato dalla censura fascista, in quanto anti-educativo e molto poco celebrativo nei confronti del regime, il poliziesco vide una sua prima fioritura nel dopoguerra, dando vita a strane commistioni tra noir americano e neorealismo, Riso Amaro (1949) di Giuseppe De Santis, su tutti. La produzione di polizieschi rimase tuttavia marginale, tenuta in vita dai film di Pietro Germi e di quei registi, come Lizzani o Vancini, che adattarono la struttura del poliziesco a film dal chiaro intento polemico, politico, di critica dell’esistente. Fino all’avvento del poliziottesco che, come detto, accantona ogni intenzione “alta” per diventare spettacolo puro. In appendice è posto invece un testo di Marco Grassidonio che, in maniera abbastanza desolata, rende conto della situazione dagli anni ottanta ad oggi. Prendendo atto di come oggi i polizieschi, tranne qualche raro exploit e a causa del decadimento dell’industria cinematografica, siano esclusivo appannaggio della televisione.
Cinici Infami e Violenti, Bloodbuster , €25























