Sam Peckinpah. Il ritmo della violenza – a cura di Franco La Polla – Le Mani – €15
Oggi acclamato come uno dei più grandi interpreti del genere western, e più precisamente di quella fase finale cosiddetta crepuscolare, Sam Peckinpah fu durante la sua carriera uno dei registi “maledetti” di Hollywood. Maledetto al pari di un Orson Welles, di un Erich von Stroheim o di un Michael Cimino. Registi diversissimi, ma tutti accomunati dall’ostilità ai limiti della spietatezza loro riservata dai produttori hollywodiani, che non esitarono a massacrare i loro film in sede di montaggio, rendendoli irriconoscibili agli occhi di chi pure li aveva girati. Spesso tale ostracismo, oltre che da un immaginario diciamo così poco docile, era motivato da flop colossali al botteghino (magari ottenuti subito dopo aver girato il film della consacrazione, si veda l’accoppiata Il cacciatore – I cancelli del cielo realizzata da Cimino). Simile fu anche il percorso di Sam Peckinpah che, arrivato al cinema dopo la gavetta televisiva, gira subito un capolavoro: Sfida nell’Alta Sierra (Ride the High Country, 1961). Vetta del western crepuscolare, il film racconta l’amara vicenda di due ex-glorie del west, reduci del passato (sullo schermo interpretati da due vecchie icone western, Joel McCrea e Randolph Scott) a confronto con l’amaro e mutato volto del presente, da loro piegato un’ultima volta in nome degli antichi valori (non importa poi tanto quali, ciò che importa è la rappresentazione del cambiamento, in peggio, e l’irriducibilità di pochi uomini dinanzi a tale cambiamento: é forse questa, insieme alla critica della mistificazione ideologica, l’essenza stessa del western crepuscolare). Dopo il successo di Sfida nell’Alta Sierra, Peckinpah gira Sierra Charriba (Major Dundee, 1965). Cast stellare a disposizione, budget e ambizioni da kolossal, il film fu mutilato per volontà dei produttori. Questo fattore, unito alla scarsa resa al botteghino, segnò in maniera fondamentale la carriera di Peckinpah che, sebbene sia poi riuscito a girare film in totale libertà, come ad esempio Voglio la testa di Garcia (Bring Me the Head of Alfredo Garcia, 1974), fu costretto ad assistere ad uno scempio costante della propria opera cinematografica, per venire infine emarginato dal sistema hollywoodiano.
Pubblicato ormai nel 2006, Sam Peckinpah. Il ritmo della violenza è ancora oggi il testo più completo sul regista californiano. Il volume a cura del compianto Franco La Polla, uscito in occasione dell’omonima retrospettiva organizzata dalla Cineteca di Bologna, raccoglie vari saggi dedicati all’autore di Il Mucchio Selvaggio (The Wild Bunch, 1969) . Gli interventi, a firma tra gli altri di studiosi come Emanuela Martini e Flavio De Bernardinis, affrontano tematiche classiche come la rappresentazione della violenza e del west, e altre meno frequentate come gli inizi televisivi o l’uso della colonna sonora nei film di Peckinpah. Completa il volume un intervista del 1972 in cui il regista si difende con una certa abilità dalle accuse di fascismo, misoginia e altre amenità. L’intervista mostra con chiarezza alcuni dei luoghi comuni critici che accompagnarono in maniera costante l’opera di Sam Peckinpah, anche nel nostro paese.
Sam Peckinpah. Il ritmo della violenza – a cura di Franco La Polla – Le Mani – €15























