Zagreb – di Arturo Robertazzi – edizioni Aìsara – Lunedì 18 Luglio ore 21.30
Zagreb

di Arturo Robertazzi
ed. Aìsar
€ 14
presenta:
Stefano Sgambati
letture di:
Carmine Balducci
sarà presente l’autore
Mentre fuori divampa la guerra, in una fabbrica abbandonata e trasformata in un lager, un luogo in cui ogni cosa sembra aver perso il suo significato, uomini logorati dall’odio di uno scontro fratricida hanno perso la loro umanità e trascinano la propria esistenza verso un vortice di morte e distruzione.
Un incontro inatteso, l’eco di un legame mai dimenticato sembra deviare il corso inesorabile del destino. Fra la devastazione e le macerie, la memoria di un tempo passato in cui la convivenza era possibile illumina il presente e svela l’orrore della guerra, l’orrore di ogni guerra.
Un incontro inatteso, l’eco di un legame mai dimenticato sembra deviare il corso inesorabile del destino. Fra la devastazione e le macerie, la memoria di un tempo passato in cui la convivenza era possibile illumina il presente e svela l’orrore della guerra, l’orrore di ogni guerra.
L’INCONTRO
Quel mattino era un bel mattino. Facemmo fuori quattro persone.
Eravamo appostati in quella fabbrica in rovina, la Base la chiamavamo. Ci avevano costruito le auto italiane, ma ora gli uffici al piano inferiore venivano usati come celle per i prigionieri, la mensa per le esecuzioni e le cucine come deposito di cibo ormai in esaurimento.
Quel mattino portammo i quattro nella mensa. La stanza, svuotata dai tavolini e dalle sedie che avevano alimentato i camini nelle notti invernali, prendeva luce da un finestrone che si apriva sulla parete più grande; dalla parte opposta, con il legno scampato al fuoco, avevamo costruito il nostro piccolo palcoscenico.
Era lì che loro morivano.
La donna sembrava non avesse paura, ostentava un’incomprensibile serenità; i tre uomini invece, magri e feriti in diversi punti, erano già morti ancor prima di esserlo davvero. Tra loro c’era Ivo: giovane, forse vent’anni, con una folta barba che gli ricopriva il viso e pochi lunghi capelli dietro le spalle strette. Aveva quel cartellino sul petto, piccolo, ma ben visibile, scritto con grafia incerta: nome, nazionalità e religione.
Ivo era uno di loro e se ne vantava.
Ivo era uno di loro e bisognava farlo fuori.
Quel mattino, fu lui il primo ad essere eliminato. Il Comandante ci ordinò di disporci in assetto da giustizieri: soghignammo un po’ e, con l’arma in pugno, ci schierammo l’uno di fianco all’altro.
Mai è capitato che un fucile si sia inceppato.
Mai è capitato che qualcuno abbia sbagliato.
Mai è capitato che un dio, un dio qualunque, abbia scatenato un diluvio, una tempesta, un terremoto.
E così le esecuzioni scivolavano via senza intoppi.
Noiose: puntare, mirare, sparare.
Divertenti: puntare, mirare, sparare.
In fondo sempre uguali: puntare, mirare, sparare.
Fu il turno della donna. Dopo la morte di Ivo, si arrampicò fino alla sommità del palchetto, ritrovandosi di fronte a un fitto plotone d’esecuzione pronto a sparare ad un cenno del Comandante. Capelli e barba brizzolati e una paglia mezzo accesa all’angolo della bocca, il Comandante era un uomo giusto e concedeva sempre l’ìultimo desiderio, proprio come nei film.
<Uccidetemi> rispose la donna quando chiese a lei. < Mio marito e i miei figli mi aspettano. Uccidetemi il più presto possibile.>
ARTURO ROBERTAZZI (nato nel 1977 a Napoli), chimico, vive e lavora a Berlino.























