Il sogno del celta – Mario Vargas Llosa – ed. Einaudi – 22€

Il Congo.

Quando aprirono la porta della cella, insieme al fiotto di luce e a un colpo di vento, entrò anche il rumore della strada che i muri di pietra attutivano del tutto, e Roger si ridestò, spaventato. Batteva le palpebre, ancora confuso, lottava per riaversi, quando scorse, appoggiata contro il vano della porta, la sagoma dello sheriff. La sua faccia flaccida, con i baffi biondi e gli occhietti pettegoli, lo osservava con l’antipatia che non aveva mai cercato di nascondere. Ecco uno che avrebbe sofferto se il Governo inglese avesse accolto la sua richiesta di clemenza.

- Visita – mormorò lo sheriff, senza togliergli gli occhi di dosso.

Si alzò, strofinandosi le braccia. Quanto aveva dormito? Uno dei supplizi di Pentoville Prison era non sapere mai che ora fosse. Nel carcere di Brixton e nella Torre di Londra sentiva i rintocchi delle campane che battevano le mezze ore e le ore; qui, le pareti spesse non lasciavano arrivare all’interno della prigione il rintoccare delle campane delle chiese di Caledonian Road né il chiasso del mercato di Islington e le guardie dislocate alla porta rispettavano rigorosamente l’ordine di non rivolgergli la parola. Lo sheriff gli mise le manette e gli fece cenno di uscire davanti a lui. L’avvocato avrebbe portato qualche buona notizia? Il Consiglio si era riunito e aveva preso una decisione? Forse lo sguardo dello sheriff, più segnato che mai dal fastidio che suscitava in lui, era dovuto al fatto che gli avevano commutato la pena. Camminava per il lungo corridoio di mattoni rossi anneriti dalla sporcizia, tra le porte metalliche delle celle e muri scoloriti in cui ogni venti o venticinque passi c’era un’alta finestra con le grate attraverso la quale riusciva a scorgere un pezzetto di cielo grigiastro. Perché aveva tanto freddo? Era luglio, il cuore dell’estate, non c’era motivo per cui quel gelo gli facesse accapponare la pelle.

Appena entrato nello stretto parlatorio delle visite, si rabbuio. Chi lo aspettava lì non era il suo avvocato, maitre George Gavan Duffy, ma uno dei suoi assistenti, un giovane biondo e stravolto, dagli zigomi sporgenti, vestito come un figurino, che aveva visto durante i quattro giorni del processo portare e riportare carte agli avvocati della difesa. Perché maitre Gavan Duffy, anziché venire di persona, mandava uno dei suoi praticanti?

Il giovane gli rivolse uno sguardo freddo. Nelle sue pupille c’era sdegno e fastidio. Che gli passava per la testa a quell’imbecille?<<Mi guarda come se fossi una bestia>>, pensò Roger.

- Ci sono novità?

Il giovane fece cenno di no con il capo. Respirò a fondo prima di parlare:

- Sulla richiesta d’indulto, ancora no – mormorò, seccamente, facendo una smorfia che lo stravolse anche di più. – Bisogna aspettare che si riunisca il Consiglio dei Ministri.

Roger era infastidito dalla presenza dello sheriff e dall’altra guardia nel piccolo parlatorio. Sebbene se ne stessero silenziosi e immobili, sapeva che erano attenti a tutto quello che dicevano. Quell’idea gli stringeva il petto e rendeva difficile il suo respiro.

-       Ma, tenuti in considerazione gli ultimi avvenimenti – aggiunse il giovane biondo, battendo le palpebre per la prima volta e aprendo e chiudendo la bocca in maniera esagerata, – tutto adesso è diventato più difficile.

-       A Pentoville Prison non arrivano notizie da fuori. Che cosa è successo?

E se l’Ammiragliato tedesco avesse in fine deciso di attaccare la Gran Bretagna dalle coste dell’Irlanda? E se la sognata invasione avesse avuto luogo e i cannoni del Kaiser avessero vendicato in quegli stessi momenti i patrioti irlandesi fucilati dagli inglesi nella Sollevazione della Settimana Santa? Se la guerra aveva preso quella direzione, i suoi piani si realizzavano, malgrado tutto.

-       Adesso è diventato difficile, quasi impossibile, avere successo – rispose il praticante. Era pallido, tratteneva l’indignazione, e Roger ne indovinava il teschio sotto la pelle biancastra del volto. Ebbe il presentimento che alle sue spalle lo sheriff stesse sorridendo.

-       Di che cosa sta parlando? Il signor Gavan Duffy era ottimista riguardo alla richiesta. Che cosa è successo per fargli cambiare opinione?

-       I suoi diari – scandì il giovane, con un’altra smorfia di fastidio. Aveva abbassato la voce e Roger stentava ad ascoltarlo.

-       Li ha scoperti Scotland  Yard, nella sua casa di Ebury Street.

Fece una lunga pausa, aspettando che Roger dicesse qualcosa. Ma poiché era ammutolito, diede libero sfogo alla propria indignazione e storse la bocca:

-       Come ha potuto essere tanto sconsiderato, benedett’uomo – parlava con una lentezza che rendeva più evidente la sua rabbia. – Come ha potuto mettere nero su bianco simili cose, benedett’uomo. E, se l’ha fatto, come ha potuto non prendere la precauzione di distruggere quei diari prima di mettersi a cospirare contro l’Impero britannico?

<< È un insulto che questo imberbe mi chiami “benedett’uomo”>>, pensò Roger. Era un maleducato, perché lui aveva almeno il doppio degli anni di quello sbarbatello affettato.

-       Brani di quei diari circolano adesso dappertutto – aggiunse il praticante, più sereno, sebbene sempre infastidito, senza guardarlo. – All’Ammiragliato, il portavoce del ministro, il capitano di vascello Reginald Hall in persona, ne ha consegnato copie a decine di giornalisti. Si trovano dovunque a Londra. Al Parlamento, alla Camera dei Lord, nei club liberali e conservatori, nelle redazioni, nelle chiese. Non si parla d’altro in città.

Roger non diceva nulla. Non si muoveva. Aveva, di nuovo, quella strana sensazione che si era impadronita di lui molte volte negli ultimi mesi, da quel mattino grigio e piovoso del 1916 in cui, rigido a causa del freddo, era stato arrestato tra le rovine del McKenna’s Fort, nel sud dell’Irlanda: non si trattava di lui, era un altro quello di cui parlavano, un altro a cui accadevano quelle cose.

-       So che la sua vita privata non è affar mio, né del signor Gavan Duffy né di nessun altro – aggiunse il giovane praticante, sforzandosi di attenuare la collega che impregnava la sua voce. – Si tratta di una questione strettamente professionale. Il signor Gavan Duffy ha voluto metterla al corrente della situazione. E prevenirla. La richiesta di clemenza ne può risultare compromessa. Questa mattina, su alcuni giornali vi sono proteste, slealtà, indiscrezioni circa il contenuto dei suoi diari. L’opinione pubblica favorevole alla richiesta potrebbe sentirsi colpita. Una pura e semplice supposizione, certo. Il signor Gavan Duffy la terrà informata. Desidera che gli trasmetta un messaggio?

Il prigioniero fece segno di no, con un movimento quasi impercettibile del capo. Subito si girò su se stesso, verso la porta del parlatorio. Lo sheriff rivolse con la sua faccia grassoccia un cenno alla guardia. Questi fece scorrere il pesante catenaccio e la porta si aprì. Il ritorno in cella gli risultò interminabile. Durante il percorso per il lungo corridoio dalle pietrose pareti con i mattoni nero – rossi ebbe la sensazione che da un momento allì’altro avrebbe inciampato e sarebbe caduto lungo disteso su quelle pietre umide e non si sarebbe rialzato. Arrivato alla porta metallica della cella, ricordò: il giorno che lo avevano portato a Pentonville Prison lo sheriff gli aveva detto che tutti i detenuti che avevano occupato quella cella, senza nessuna eccezione, erano finiti sul patibolo.

-       Potrò fare un bagno, oggi? – domandò, prima di entrare. L’obeso carceriere fece cenno di no, guardandolo negli occhi con la stessa ripugnanza che Roger aveva avvertito nello sguardo del praticante.

-       Non potrà fare il bagno sino al giorno dell’esecuzione – disse lo sheriff, assaporando ogni parola. – E quel giorno, soltanto se è la sua ultima volontà. Altri, invece del bagno, preferiscono una bella mangiata. Brutto affare per Mr Ellis, perché allora, quando sentono la corda, si cacano addosso. E il posto lo riducono uno schifo. Mr Ellis è il boia, nel caso non lo sappia.

Quando sentì la porta chiudersi alle sue spalle, andò a sdraiarsi a faccia in su nella piccola branda. Chiuse gli occhi. Sarebbe stato bello sentire l’acqua fredda di quel getto che gli snervava la pelle e la rendeva blu per il freddo. A Pentonville Prison, i detenuti, con l’eccezione dei condannati a morte, potevano fare il bagno con il sapone una volta alla settimana sotto quel getto di acqua fredda. E le condizioni della cella erano passabili. Invece, ricordò con un brivido la sporcizia del carcere di Brixton, dove s’era riempito di pidocchi e pulci che affollavano il materasso della sua branda e gli avevano ricoperto di punture la schiena, le gambe e le braccia. Cercava di pensare a questo, ma di continuo gli tornavano alla mente la faccia disgustata e la voce odiosa del biondo praticante azzimato come un figurino che gli aveva spedito maitre Gavan Duffy anziché venire lui in persona a dargli le cattive notizie.

Il sogno del celta – Mario Vargas Llosa – ed. Einaudi – 22€

La vita di Roger Casement, che per primo denunciò gli orrori del colonialismo dall’Africa al Sud America, raccontata dal premio Nobel per la letteratura 2010.

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