Altroquando 17mag12

Altroquando 17mag12

C’è uno scrittore finlandese o norvegese, però tradotto in italiano.
Una lettrice

Cari altroquandiani,
l’altra settimana sono arrivato a scrivervi di fantasmi, ci rendiamo conto? Per questo stavolta ho deciso di tornare sui miei passi e raccontarvi di noi librai, ma non in generale, proprio di noi, quelli che trovate qui dentro quando venite a ubriacarvi (de curtura), ed è proprio in questo contesto che vi propino la prima puntata di “Nel ventre della libreria”, una serie di folli interviste a cui i miei colleghi faranno di tutto per sottrarsi. Cominciamo con Peppa:

– Ciao Peppa, come ti dicevo questa è un po’ la prima puntata del “Ventre della libreria”, e allora cominciamo con te, Peppa, abbiamo saputo che la tua passione è vedere la gente che scivola, è vero?
– Sì mi piace tanto. Poi mi piace anche quando qualcuno inciampa su un filo o ancora di più se prima ci si attorciglia e poi cade.
– Va bene anche se a inciampare è un animale?
– Sì certo, quando il mio gatto Bau scivola rido tanto.
– Peppa tu sei nata sull’Appia antica, o qualcosa del genere, vero?
– Ho ancora un po’ di terra addosso infatti, ma non è sporco, sia chiaro.
– Certo che no, anzi il terriccio ti dona. A questo proposito volevo chiederti come hai cominciato a lavorare in libreria, per caso c’entrano qualcosa le passioni di cui mi parlavi prima: leggere, dormire e scrivere?
– Soprattutto la seconda. Mi piace dormire, ma mai avrei pensato che dopo tre anni di lavoro in libreria i miei sogni si sarebbero svolti per la maggior parte in Altroquando. Cioè vanno in scena proprio qui dentro: sogno di spolverare i libri o la maggior parte delle volte di non trovarli.
– Io invece comincio ad essere colpito da vari tic quando qualcuno li fa cadere, e poi mi vedo armare sistematicamente un immaginario kalashnikov quando qualcuno entra nel “quadrato magico”, qua dove abbiamo la cassa. Ma forse dipende dal fatto che sono pazzo. Succede anche a te?
– Io ho i tic quando un libro cade. Quando succede Sto Molto Male.
– Peppa, non stare male, ti prego. Vuoi un Ketoprofene?
– Non so se basta: il rumore del libro che cade ha una forza fortissima, non ti fa più trovare sinonimi. Ti mette in crisi. L’ingresso nel quadrato magico invece comporta deformazioni facciali.
– Un po’ come un frontale in motorino. Bene Peppa, andiamo verso la fine della nostra tragica chiacchierata, e così, dicci un aneddoto a bruciapelo, il ricordo del fatto più allucinante capitato ad Altroquando da quando ci sei tu.
– Be’ devo dire che forse l’immagine di un mio collega con due buste per i poster infilate nelle braccia a mo’ di guanto per prendere un piccione accidentalmente entrato in libreria è abbastanza allucinante.

Nel Ventre della Libreria #1
V29

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venerdì 18
19.00
3×2 + “Ejzenstein”, di Antonio Somaini (Einaudi)

Si parla del dal regista che ci ha donato La corazzata Potëmkin, non serve dire altro.

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venerdì 18
21.30
Lenci “Solo” || Concerto n. #1

Dice di se stesso il Maestro Lenci: «Questo non è l’avviso di un concerto, insomma dì qualcosa che abbia a che fare con Magritte», e la tastiera su cui battete i polpastrelli non è quella di un pianoforte.

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sabato 19
19.00
3×2 + “Eresia pura”, di Adriano Petta (La Lepre)

Ove con l’autore si presenta un:
Romanzo storico sulla disperata lotta di un uomo a difesa delle proprie idee VS la crociata contro gli albigesi FEAT. lo sterminio dei catari.

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sabato 19
21.30
Bassi profondi

Un “recital” di musica contemporanea ed elettroacustica per clarinetto basso e contrabbasso solo.
Il clarinetto contrabbasso è uno strumento estremamente raro appartenente alla famiglia dei clarinetti.
Mica cotica.

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domenica 20
dalle 20.00
Any given Sunday, aperitivo + musica (?)

Il solito aperitivo sciroccato della domenica, con una musica che questa volta non si lascia indovinare e allora non resta che venire da ‘ste parti ordinare un drink e…
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[...]
Mamma lo aveva detto: C’è un sacco di frutta a Quetta. Lo aveva detto per invogliarmi, perché a me la frutta piace molto. Quetta, in pashtu, significa “stazione commerciale fortificata”, o una cosa così, un posto dove si scambiano le merci: oggetti, vite eccetera. Quetta è il capoluogo del Belucistan: il frutteto del Pakistan.
Senza voltarsi, “kaka” Rahim ha soffiato il fumo nel sole e ha risposto: Sì l’ho vista.
Ho sorriso. Dov’è andata, “kaka” Rahim? Posso saperlo?
Via.
Via dove?
Via.
Quando torna?
Non torna.
Non torna?
No.
Come non torna? “Kaka” Rahim, cosa vuol dire non torna?
Non torna.
A quel punto sono rimasto senza domande. Forse ce n’erano altre, di adeguate, ma io non le conoscevo. Sono rimasto zitto a osservare i peli sulle guance del padrone del “samavat”, ma senza vederli davvero.
È stato lui a parlare ancora. Ha lasciato detto una cosa, ha ripreso “kaka” Rahim.
Cosa?
“Khoda negahdar”.
Solo questo?
No, anche un’altra cosa.
Cosa, kaka “Rahim”?
Dice di non fare mai le tre cose che ti ha detto di non fare.

Mia madre la chiamerò: “mamma”. Mio fratello, “fratello”. Mia sorella “sorella”. Il villaggio dove abitavano no, non lo chiamerò “villaggio”, ma Nava, che è il suo nome e che significa “grondaia”, perché è adagiato sul fondo di una valle, stretta tra due file di monti. Per questo quando mamma ha detto: Preparati che dobbiamo partire, una sera, di ritorno da un pomeriggio di giochi nei campi, e io le ho chiesto: per dove? e lei ha risposto: Andiamo via dall’Afghanistan, be’, pensavo che avremmo oltrepassato le montagne, tutto lì, perché per me l’Afghanistan era tra quelle cime, era quei torrenti, non sapevo quanto fosse vasto.
Abbiamo preso un sacchetto di stoffa e lo abbiamo riempito con un ricambio per me, uno per lei e qualcosa da mangiare, del pane, dei datteri, e io non stavo nella pelle per l’emozione del viaggio. Avrei voluto correre a dirlo agli altri, ma mamma non voleva e continuava a dirmi di stare bravo, di stare tranquillo. È passata mia zia, sua sorella, e si sono appartate a parlare. Poi è arrivato un uomo, un vecchio amico di papà, che non è voluto entrare in casa; ha detto di muoversi, che la luna non era ancora spuntata e il buio era sabbia negli occhi per i talebani o chissà chi altro che rischiavamo di incontrare.
Mio fratello e mia sorella non vengono con noi, mamma?
No, loro staranno con la zia.
Mio fratello è ancora piccolo, non vuol stare con la zia.
Ci penserà tua sorella. Ha quasi quattordici anni. È una donna.
Ma noi quando torniamo?
Presto.
Presto quando?
Presto.
Ho il torneo di “Buzul-bazi”.
Hai visto le stelle, Enaiat?
Cosa c’entrano le stelle?
Contale, Enaiat.
È impossibile. Sono troppe.
Allora comincia, ha detto mamma. Altrimenti non finirai mai.
[...]

Fabio Geda, “Nel mare ci sono i coccodrilli” (Baldini Castoldi Dalai).

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non te ne pentirai (forse)

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