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	<title>Altroquando &#187; libri</title>
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	<description>Libreria di Cinema. A Roma.</description>
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		<title>Roberto Bolaño – I dispiaceri del vero poliziotto, Adelphi –19 €</title>
		<link>http://www.altroquando.com/2012/01/23/roberto-bolano-%e2%80%93-i-dispiaceri-del-vero-poliziotto-adelphi-%e2%80%9319-e/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 17:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<category><![CDATA[roberto bolano]]></category>

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		<description><![CDATA[In "I dispiaceri del vero poliziotto", romanzo postumo di Roberto Bolaño appena pubblicato da Adelphi, ritroviamo alcuni personaggi già conosciuti in 2666 e in altri scritti del geniale cileno. Come ad esempio il professor Amalfitano, protagonista dell'estratto che vi proponiamo. Buona lettura!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9029" title="bolan" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/bolan.jpg" alt="" width="200" height="186" />Quella sera, dopo aver riletto quattro o cinque volte la lettera, Amalfitano non poté rimanere in casa. Si mise una giacca leggera e uscì a camminare. I suoi passi lo portarono in centro, dove vagò nella piazza in cui la statua del generale Sepùlveda voltava le spalle ricambiato al gruppo scultoreo che celebrava la vittoria del popolo di Santa Teresa sui francesi, e poi si infilò in un quartiere che, malgrado fosse a due isolati dal centro, riuniva in sé – e mostrava – ogni stigma, ogni segno di povertà, squallore e pericolo. La zona rossa.<br />
Quel nome divertiva Amalfitano con un misto di amara tenerezza; anche lui, nel corso della sua vita, aveva conosciuto zone rosse. I quartieri operai, i “cordoni industriali”, prima, i luoghi liberati dalla guerriglia, dopo. Chiamare zona rossa un quartiere di puttane, tuttavia, gli sembrava azzeccato e si domandò se anche quelle lontane zone rosse della sua gioventù non fossero state enormi quartieri di puttane camuffati con la Retorica e la Dialettica. Luoghi di puttane invisibili, splendore di papponi e poliziotti, tutto il nostro sforzo, la nostra lunga rivolta carceraria.<br />
Di colpo si sentì triste e anche affamato. Contro ogni avvertenza e cautela di genere gastrointestinale si fermò da un venditore ambulante, all’angolo fra avenida Guerrero e General Mina, e comprò un panino al prosciutto e del tè all’ibisco che, nella sua fervida immaginazione, era simile al nettare di gelsomino o al succo di fiori di pesco cinesi della sua infanzia. Com’erano saggi, accidenti, com’erano delicati questi messicani, pensò mentre assaporava uno dei migliori panini della sua vita: fra il pane e il pane, panna acida, salsa di fagioli neri, avocado, lattuga, pomodoro o <em>jitomate, </em>tre o quattro pezzetti di peperoncino <em>chipotle, </em>e una sottile fetta di prosciutto, l’elemento che dava nome al panino e allo stesso tempo il meno importante. Come una lezione di filosofia. Filosofia cinese, è chiaro! pensò. Il che lo portò a ricordare quei versi del <em>Tao te ching</em>: “La loro identità è il mistero / E in questo mistero / si trova la porta di tutte le meraviglie”. Qual’era l’identità di Padilla? Pensò allontanandosi dal venditore ambulante e dirigendosi verso una grande insegna luminosa a metà di calle Mina. Il mistero, la meraviglia di essere giovane e non aver paura e di colpo averla. Ma aveva davvero paura, Padilla? o le manifestazioni che Amalfitano interpretava così erano segno di qualcos’altro? L’insegna, a grandi lettere rosse, annunciava la cantante di <em>rancheras</em> Coral Vidal, una seduta di streap-tease comunicativo e il famoso mago Alexander. Sotto la pensilina all’ingresso, in un brulichio di gente insonne, vendevano sigarette, droghe, frutta secca, riviste e giornali di Santa Teresa, Città del Messico, California e Texas. Mentre pagava un quotidiano della capitale, me ne dia uno qualunque, aveva detto all’edicolante, mi dia l’”Excélsior”, un bambino gli tirò la manica.<br />
Amalfitano si voltò. Era un bambino bruno, magro, sugli undici anni, con indosso una felpa gialla con l’emblema dell’Università del Wisconsin e dei pantaloncini sportivi. Venga con me, signore, mi segua, insisté il bambino davanti alla resistenza iniziale di Amalfitano. Qualcuno si era fermato a guardarli. Alla fine decise di obbedire. Il bambino s’infilò in una strada laterale piena di caseggiati che sembravano sul punto di crollare. I marciapiedi erano invasi da automobili parcheggiate male o, a giudicare dalle loro pietose condizioni, abbandonate dai proprietari. Dall’interno di certe case arrivava un guazzabuglio di televisioni a tutto volume e voci irate. Amalfitano contò fino a tre insegne di pensioni. I nomi gli parvero pittoreschi, ma non quanto l’insegna di calle Mina. Cosa significava <em>streap-tease comunicativo</em>? Che si spogliavano anche gli spettatori o che la spogliarellista annunciava a voce alta gli strumenti che poi si sarebbe tolta?<br />
Di colpo la strada rimase in silenzio, come ripiegata su se stessa. Il bambino si fermò tra due automobili particolarmente sgangherate e guardò Amalfitano negli occhi. Lui, finalmente, capì e scosse la testa. Poi forzò un sorriso e disse no,no. Tirò fuori di tasca una banconota e gliela mise in mano. Il bambino prese la banconota e se la infilò in una delle scarpe da ginnastica. Quando lo vide chinarsi Amalfitano ebbe l’impressione che un raggio di luna gli illuminasse la schiena piccolina e ossuta. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. <em>La loro identità è il mistero</em>, ricordò. E ora? disse il bambino. Ora te ne vai a casa a dormire, disse Amalfitano e si rese immediatamente conto della stupidità del rimprovero. Mentre si avviavano, stavolta uno accanto all’altro, s’infilò la mano in tasca e gli diede altri soldi. Ehi, grazie, disse il bambino. Così questa settimana ceni, disse Amalfitano con un sospiro.<br />
Prima di lasciare la strada sentirono dei gemiti. Amalfitano si fermò. Non è nulla, spiegò il bambino, vengono da lì, è la Llorona. La mano del bambino indicò la soglia di una casa in rovina. Amalfitano si avvicinò esitante. Nel buio dell’androne si sentirono di nuovo i gemiti. Venivano dall’alto, da uno dei piani superiori. Il bambino gli stava accanto e gli indicava il punto, Amalfitano fece pochi passi nell’oscurità e non osò proseguire. Tornando indietro vide il bambino in piedi, in equilibrio sulle macerie. E’ la matta della strada che muore di Aids, disse guardando distrattamente i piani superiori. Amalfitano non fece alcun commento. In calle Mina si separarono. […]</p>
<p><strong>Roberto Bolaño, <em>I dispiaceri del vero poliziotto</em>, Adelphi, 19 €</strong></p>
<p>Il sogno di ogni vero lettore non è forse di ritrovare, anche solo per poco, i personaggi di un libro che ha appassionatamente amato? Ebbene, lo vedrà realizzarsi, per la prima volta, in questo romanzo, dove riappaiono alcuni dei personaggi di <em>2666</em>. Per poterli incontrare di nuovo, però, dovrà accettare il rischio di intraprendere un viaggio quasi iniziatico, all’interno di una foresta in cui le piste si confondono e si aggrovigliano. Ma il vero lettore non esiterà, e si trasformerà lui stesso nel vero poliziotto del titolo: colui che (come Bolaño) &#8220;cerca invano di mettere ordine in questo dannato romanzo». Inoltrandosi dunque nella trama fittissima e imprevedibile di queste pagine, scoprirà, per esempio, che il professor Amalfi­tano è approdato in Messico dopo essere stato espulso dall&#8217;Università di Barcellona per omosessualità, e ne conoscerà il nuovo amante, un irresistibile falsario di dipinti di Larry Rivers (mentre dell’ex amante, un poeta malato di Aids, leggerà le impagabili lettere); e rivedrà anche l’incan­tevole Rosa Amalfitano, di cui sembra innamorarsi il poliziotto Pedro Negrete, incaricato di indagare sul professore insieme allo scherano Pancho, erede di una dinastia di donne violate&#8230; Nel frattempo si lascerà sedurre, il vero lettore, da digressioni letterarie impertinenti, classifiche irriguardose, biografie fittizie, atmosfere inquietanti, sogni rivelatori. Con l&#8217;im­per­tur­babile senso del ritmo e la dovizia visionaria delle sue storie, Bolaño saprà i­pnotizzare il suo lettore-po­liziotto, imponendogli un modo di raccontare nuovo e sorprendente. Sicché, alla fine, l&#8217;unico «dispiacere» che quegli proverà sarà di vedere i personaggi, già da sempre in fuga, sottrarsi ancora una volta: come se, terminato il libro, «saltassero letteralmente fuori dall&#8217;ulti­ma pagina e continuassero a fuggire».<br />
(dalla prima di copertina)</p>
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		<title>22/11/&#8217;63 – di Stephen King – Sperling &amp; Kupfer– 23,90€</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 20:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 22 novembre del 1963 John F. Kennedy fu assassinato a Dallas per mano di Lee Harvey Oswald. In questo suo libro, tradotto da Wu Ming 1, Stephen King catapulta il protagonista Jake Epping in un viaggio a ritroso nel tempo che ha come scopo quello di impedire il tragico misfatto...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 22 novembre del 1963 John F. Kennedy fu assassinato a Dallas per mano di Lee Harvey Oswald. Così recita la storia ufficiale. Nel corso degli anni molto si è discusso su quel che realmente accadde quel giorno. In particolare, al centro delle riflessioni di storici, romanzieri, cineasti, c&#8217;è una fondamentale domanda: Oswald agì da solo oppure fu lo strumento di ben altri interessi?<br />
In questo suo libro, tradotto da Wu Ming 1, Stephen King catapulta il protagonista Jake Epping in un viaggio a ritroso nel tempo che ha come scopo quello di impedire l&#8217;assassinio Kennedy. Vengono alla mente, restando in ambito letterario, due grandissimi libri, due capolavori che di questa vicenda fanno il loro perno:<strong><em> Libra</em></strong>, di <strong>Don DeLillo</strong>, e ovviamente <em><strong>American Tabloid</strong></em>, di <strong>James Ellroy</strong>. Entrambi i libri, diversissimi tra loro, sposano la tesi di un Oswald &#8220;utile idiota&#8221;. Uomo giusto al posto giusto. Strumento, come si diceva, nella mani di poteri che mal sopportavano la nuova stagione kennedyana (per chi è invece interessato alla decostruzione del mito kennedyano, oltre al già implacabile Ellroy, consigliamo <strong><em>Alla corte di Re Artù</em></strong>, di Noam Chomsky).<br />
Per King, come si evince dalla postfazione in cui tra le altre cose non vengono citati nè DeLillo nè Ellroy, ogni tesi che postuli la non(piena) responsabilità di Oswald è frutto di una mente paranoica. Una persona razionale, ci dice King, non può non arrivare a questa semplice verità: il 22/11/&#8217;63 l&#8217;assassino fu uno solo. Il suo nome è Harvey Lee Oswald.<br />
Ma forse, come ci dice <a href="http://www.satisfiction.me/stephen-king-221163/">Tommaso Pincio</a> nella sua <a href="http://www.satisfiction.me/stephen-king-221163/">recensione</a>, l&#8217;interesse del romanzo di Stephen King è da ricercare altrove. E cioè nell&#8217;indiscussa maestria dell&#8217;autore a cui bastano, come dice Pincio, &#8220;un paio di pagine per farci leggere nell’anima di Jake, per indurci a stare irriducibilmente dalla sua parte, per riconoscervi a colpo sicuro il nostro eroe&#8221;.<br />
Buona lettura!</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-9042" title="zapuder" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/zapuder.jpg" alt="" width="300" height="182" /></p>
<p>Non sono mai stato un uomo facile alle lacrime.<br />
Un giorno, mia moglie mi disse che il mio “gradiente emotivo pari a zero” era il motivo principale per cui mi stava lasciando. Come se il tizio che aveva riconosciuto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi non c’entrasse per niente. Christy disse che avrebbe forse potuto perdonarmi per non aver pianto al funerale di suo padre: lo conoscevo soltanto da sei anni e non potevo capire che uomo fantastico e generoso fosse stato (quando s’era diplomata le aveva regalato una Mustang decappottabile, tanto per fare un esempio); ma quando non avevo pianto a quelli dei <em>miei </em>genitori (morti a due anni di distanza l’uno dall’altra, papà di cancro allo stomaco e mamma fulminata da un attacco di cuore mentre passeggiava su una spiaggia della Florida), Christy aveva iniziato a capire la faccenda del “gradiente”. Nel gergo degli AA, non ero in grado di “sentire i miei sentimenti”.<br />
“Non ti ho mai visto versare una lacrima”, affermò col tono piatto di chi sta mettendo la parola fine a una relazione. “Nemmeno quando mi hai detto che, se non mi disintossicavo, tra noi due era finita.”<br />
Sei settimane dopo quella conversazione, Christy fece le valigie, prese la macchina e andò a vivere con Mel Thompson dall’altra parte della città. “Ragazzo conosce ragazza dagli AA”, ecco un’altra battuta che gira in quell’ambiente.<br />
Non piansi quando la vidi partire. Non piansi quando rientrai nella nostra casetta, comprata con un mutuo da svenarsi. La casa che non aveva visto nascere nessun bambino, e che ormai non lo avrebbe visto più. Mi sdraiai sul letto che adesso era tutto mio e mi coprii gli occhi con un braccio, solo col mio dolore.<br />
Senza lacrime.<br />
Eppure, non ho nessun blocco emotivo. Su questo, Christy aveva torto. Un giorno, quando avevo undici anni, mia madre mi attese sull’uscio al ritorno da scuola. Mi disse che il mio collie, Tag, era stato investito e ucciso da un’auto. Chi la guidava non si era nemmeno disturbato a fermarsi. Non piansi quando lo seppellimmo, anche se mio padre mi aveva detto che potevo farlo, non c’era nulla di male, nessuno mi avrebbe considerato una mammoletta; ma piansi quando mi diedero la notizia. In parte perché era la mia prima esperienza con la morte, ma soprattutto perché era compito mio assicurarmi che stesse al sicuro, chiuso nel nostro cortile.<br />
E piansi quando il medico di mamma mi chiamò per spiegarmi cos&#8217;era successo quel giorno sulla spiaggia. &#8220;Mi dispiace, non c&#8217;è stato niente da fare&#8221;, disse. &#8220;A vote capita all&#8217;improvviso. Noi dottori tendiamo a vederla come una benedizione.&#8221;<br />
Christy non c&#8217;era. Quel giorno era dovuta restare a scuola fino a tardi, per parlare con una mamma che aveva da ridire sull&#8217;ultima nota presa dal figlio. A ogni modo, io piansi. Entrai nella stanzetta del bucato, presi un lenzuolo dalla cesta e ci piansi dentro. Non durò a lungo, ma le lacrime le versai. Avrei potuto raccontarglielo, ma non ne vedevo l&#8217;utilità: da un lato, avrebbe pensato che andavo in cerca di commiserazione (non è un&#8217;espressione degli AA, ma forse dovrebbe esserlo); dall&#8217;altro, non penso che la capacità di scoppiare in lacrime a comando sia tra i requisiti di un felice matrimonio.<br />
Non ho mai visto piangere nemmeno mio padre, ora che ci penso. Al culmine dell&#8217;emozione, poteva forse emettere un sospiro profondo, o grufolare una risatina. Non si batteva il petto nè rideva di cuore, William Epping. Era il tipo forte e taciturno, e per molti versi mia madre era come lui. Può darsi, in effetti, che la mia difficoltà a piangere abbia cause genetiche. Ma&#8230;bloccato? Incapace di &#8220;sentire i sentimenti&#8221;? No, mai stato nè l&#8217;uno nè l&#8217;altra cosa.<br />
A parte il giorno che seppi di mamma, nella mia vita adulta ricordo solo un&#8217;altra volta in cui mi misi a piangere. Fu quando lessi la storia del padre del bidello. Ero seduto, da solo, nella sala insegnanti della Lisbon High School, e correggevo di buona lena una pila di temi scritti dagli studenti del corso serale. Dal fondo del corridoio giungevano i tonfi del pallone da basket, la sirena del time-out, le grida della folla mentre le bestie sportive si battevano. I levrieri di Lisbon contro le tigri di Jay.<br />
Chi può dire quando una vita si trova in bilico, perchè?<br />
[...]</p>
<p><strong><em>22/11/&#8217;63</em>, di Stephen King, Sperling &amp; Kupfer, 23,90€</strong></p>
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		<title>Arte dell&#8217;ospitalità in Italia – Editalia – 1500€</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 12:05:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
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		<category><![CDATA[arte dell'ospitalità in italia]]></category>
		<category><![CDATA[editalia]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa antologia illustrata pubblicata da Editalia raccoglie il meglio della letteratura di viaggio nel nostro paese, in un periodo che va dal XVI al XIX secolo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-8947    aligncenter" title="ospita" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/ospita.jpg" alt="" width="350" height="350" /><strong></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Presentazione di Stefano Bonilli, direttore del Gambero Rosso, periodico dedicato alla cultura enogastronomica.</strong></p>
<p><em>Per motivi religiosi, politici e culturali, il nostro Paese è stato fin dai tempi più antichi meta di viaggio tra le più frequentate in Europa. Ciò ha determinato la familiarità degli italiani con l’ospite straniero, percepito certamente come potenziale fonte di reddito, ma anche quale portatore di costumi e saperi diversi. La frammentazione della Penisola in piccole entità statuali indipendenti ha inoltre fatto sì che presso le varie corti si sviluppassero raffinati rituali di accoglienza, alimentando una cultura della tavola tesa a &#8220;meravigliare&#8221; l’ospite appagandone tutti i sensi. Si è, insomma, sviluppata un’arte dell’ospitalità che giungendo fino a noi attraverso la trattatistica gastronomica e la letteratura di viaggio si è impressa indelebilmente nel carattere nazionale.<br />
Alberghi, conventi, case private, stazioni di posta, sordide osterie e palazzi principeschi sono i luoghi dove gli stranieri imparano a conoscere l’Italia con le sue bellezze e le sue miserie, dove si confrontano con abitudini lontane dalle loro nell’alimentazione, nel servizio e nell’arredamento, dove incontrano i tipi umani più disparati. Per le diverse nazionalità degli autori e la differente natura dei loro scritti, nonché per l’ampio arco temporale preso in considerazione (dalla fine del XVI a tutto il XIX secolo), la scelta antologica non può che essere un &#8220;assaggio&#8221; della sterminata letteratura sul tema del viaggio in Italia. Non esaustiva, dunque, tuttavia attenta alla singolarità, alla pertinenza e alla godibilità dei testi.<br />
Gli autori pubblicati sono: Michel de Montaigne, François-Maximilien Misson, Charles de Brosses, Patrick Brydone, Johann Wolfgang Goethe, Stendhal, Saint-Germain Leduc, Alexandre Dumas père, Denis-Dominique Farjasse, Arthur John Strutt, Charles Dickens, Hans Christian Andersen, Edward Lear, William W. Story, Francis Wey, Henry Alford, Henry Havard, Ferdinand Gregorovius, Stéphen Liégeard, George Gissing. Per ciascuno, alla fine del volume, è stata compilata una breve nota biografica.</em></p>
<p><strong><em>Arte dell&#8217;ospitalità in Italia</em>, <a href="http://www.editalia.it/it/home.do">Editalia</a>, 1500€</strong></p>
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		<title>Murakami Haruki &#8211; 1Q84 &#8211; Einaudi &#8211; 20€</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 22:32:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[haruki murakami]]></category>

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		<description><![CDATA[Un assaggio del nuovo libro di Murakami...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-8751" title="1q84" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/1q84.jpg" alt="" width="250" height="347" />Il venerdì come al solito, la sua amica andò a trovarlo. La pioggia era cessata, ma il cielo era avvolto da una coltre uniforme di nuvole grigie. Mangiarono qualcosa di leggero, e andarono a letto. Mentre facevano sesso, Tengo continuò a pensare a varie cose in modo frammentario, senza però che ciò rovinasse il piacere fisico dell’atto sessuale. Come sempre lei seppe tirar fuori con abilità il desiderio che si era accumulato in lui durane la settimana, e soddisfarlo rapidamente. E anche lei riuscì a trarne pieno appagamento. Come un bravo consulente tributario che trova una gioia profonda nei complicati calcoli delle cifre sui registri contabili. Ma ciò nonostante, si accorse che l’attenzione di Tengo era distratta da qualcosa.</em></p>
<p><em>- In questi ultimi tempi il whisky è diminuito notevolmente, &#8211; disse. Aveva poggiato la mano sul petto robusto di Tengo e stava assaporando il piacere del dopo sesso. All’anulare portava un anello matrimoniale con diamante, piccolo ma molto luminoso. Il suo commento si riferiva alla bottiglia di Wild Turkey che già da molto tempo vedeva sempre su uno scaffale. Come molte donne di mezza età che hanno relazioni sessuali con uomini più giovani, era attenta a ogni piccolo mutamento dell’ambiente.</em></p>
<p><em>- Negli ultimi tempi mi sveglio spesso di notte, disse Tengo.</em></p>
<p><em>- Non sarai mica innamorato?</em></p>
<p><em>Tengo scosse la testa</em></p>
<p><em>- Non sono innamorato.</em></p>
<p><em>- Problemi di lavoro, allora?</em></p>
<p><em>- No, il lavoro va bene. Anche se non so in quale direzione proceda.</em></p>
<p><em>- Ciò nonostante, si direbbe che qualcosa ti preoccupi.</em></p>
<p><em>- Non saprei. E’ che non dormo. Di solito non mi succede. Anzi in genere dormo profondamente.</em></p>
<p><em>- Povero piccolo Tengo, &#8211; disse lei, e cominciò a massaggiargli delicatamente i testicoli con il palmo della mano senza anello. – E fai brutti sogni?</em></p>
<p><em>- Non sogno quasi mai, &#8211; disse Tengo. Era la verità.</em></p>
<p><em>- Io sogno spesso. E capita anche che lo stesso sogno si ripeta più volte. Tanto che sognando me ne accorgo e mi dico: “Ma questo l’ho già sognato”. Non ti sembra strano?</em></p>
<p><em>- Che tipo di sogni fai?</em></p>
<p><em>- Per esempio sogno una capanna in una foresta.</em></p>
<p><em>- Una capanna in una foresta, ripeté Tengo. Pensò a delle persone in una foresta. I ghiliachi, i Little People, e Fukaeri. – Che tipo di capanna?</em></p>
<p><em>- Ti interessa davvero saperlo? Non ti annoiano i sogni degli altri?</em></p>
<p><em>- No, per niente. Se ti va, mi fa piacere ascoltarti, &#8211; disse Tengo sincero.</em></p>
<p><em>- Cammino da sola attraverso una foresta. Non è cupa e sinistra come quella in cui si perdono Hansel e Gretel. E’ una foresta piena di spazio e luce E’ pomeriggio, il clima è caldo e piacevole, e io cammino spensierata. A un certo punto mi trovo davanti a una piccola casa. Ha il camino, un piccolo portico e alle finestre tendine di percalle a quadretti. Insomma, ha un’aria molto accogliente. Busso alla porta e dico “Buongiorno”. Ma non c’è risposta. Riprovo a bussare più forte, e questa volta la porta si apre da sola. Probabilmente non era chiusa bene. Entro nella casa, chiedendo permesso: “Buongiorno. C’è nessuno? Posso entrare?”</em></p>
<p><em>Massaggiandogli dolcemente i testicoli, lo guardò in viso.</em></p>
<p><em>- Fin qui sono riuscita a comunicarti l’atmosfera? – gli chiese-</em></p>
<p><em>- Sì, certo.</em></p>
<p><em>- E’ una casetta di una stanza sola. Costruita in modo estremamente semplice. C’è una piccola cucina, un letto, un tavolo. Al centro c’è una stufa a legna, e sul tavolo è servito in modo ordinato un pranzo per quattro persone. Dai piatti si leva un vapore bianco. Però in casa non c’è nessuno. Siccome tutto è pronto per il pranzo, la sensazione è che sia successo qualcosa di strano, per esempio che all’improvviso sia apparso un mostro, e tutti siano fuggiti via in fretta. Ma le sedie non sono in disordine. Tutto è tranquillo, tutto sorprendentemente normale. Solo che non c’è nessuno.</em></p>
<p><em>- Che tipo di cibo c’è in tavola?</em></p>
<p><em>Lei inclinò la testa.</em></p>
<p><em>- Questo non me lo ricordo. Già, cosa c’è nei piatti? Però penso che la questione fondamentale non è tanto il contenuto dei piatti, ma il fatto che il cibo è stato appena cucinato, ancora fumante. Comunque sia, io mi siedo su una delle sedie, e aspetto che la famiglia che vive lì ritorni a casa. Ho bisogno di aspettare che tornino. Per quale ragione ne abbia bisogno, non so dirlo. Trattandosi di un sogno, è ovvio che non tutte le circostanze si possono spiegare in modo preciso. Forse per farmi indicare la strada del ritorno, oppure perché devo prendere qualcosa, una ragione del genere. Insomma, aspetto lì che rientrino a casa. Però passa un sacco di tempo, e non si vede nessuno. I piatti continuano a fumare. Nel vederli mi viene una fame terribile. Ma, per quanta fame possa avere, non essendo casa mia, è impensabile che tocchi il cibo di quelle persone in loro assenza. Non credi sia naturale un pensiero del genere?</em></p>
<p><em>- Sì, credo di sì, &#8211; disse Tengo. – Ma trattandosi di un sogno non potrei dirlo con sicurezza.</em></p>
<p><em>- Mentre sto lì ad aspettare, a un certo punto scende il tramonto. Dentro la capanna inizia a farsi scuro. Vorrei accendere la luce, ma non so come fare. Comincia a crescermi l’ansia. Poi tutt’a un tratto mi accorgo di una cosa. Incredibilmente, la quantità di vapore che si solleva dai piatti non è per niente diminuita, da quando sono entrata. Anche se sono passate diverse ore, il cibo è ancora fumante. Allora comincio a pensare che ci sia qualcosa di strano. Qualcosa che non va. E lì il sogno finisce.</em></p>
<p><em>- E non sai cosa succede dopo?</em></p>
<p><em>- Sono sicura che dopo qualcosa debba accadere, &#8211; disse lei. – Il sole tramonta, io non conosco la strada del ritorno e sono da sola in quella capanna sconosciuta. Qualcosa sta per accadere. E ho la sensazione che si tratti di una cosa non troppo piacevole. Ma il sogno si interrompe lì. E l’ho già fatto tante tante volte.</em></p>
<p><em>Smise di accarezzare i testicoli di Tengo, e gli appoggiò la guancia sul petto.</em></p>
<p><em>- Forse questo sogno vuole suggerirmi qualcosa, &#8211; disse.</em></p>
<p><em>- Per esempio?</em></p>
<p><em>Lei non risposa alla domanda, e gliene fece un’altra.</em></p>
<p><em>- Tengo, vuoi sapere qual è l’aspetto di questo sogno che mi fa più paura?<img class="alignright size-full wp-image-8748" title="murakami" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/murakami.jpeg" alt="" width="262" height="192" /></em></p>
<p><em>- Sì, dimmi.</em></p>
<p><em>Lei espirò profondamente, e Tengo sentì sul capezzolo un soffio, simile a una folata di vento caldo che attraversa uno stretto. – E’ che quel mostro potrei essere io. Una volta mi è balenata questa possibilità. Se fossero fuggiti via in fretta, interrompendo il loro pasto, proprio perché hanno visto me che mi avvicinavo alla capanna? In questo caso, finché io sarò lì non potranno rientrare. Eppure io devo restare lì ad aspettare il loro ritorno. Questo pensiero mi fa paura. E’ una situazione senza via d’uscita. Non credi?</em> […]</p>
<p><strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Haruki_Murakami">Murakami Haruki</a> &#8211; 1Q84 &#8211; <a href="http://www.einaudi.it/">Einaudi</a> (20€)</strong></p>
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		<title>La Baby Aerodinamica Kolor Karamella – di Tom Wolfe – Castelvecchi, €16,5</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 15:16:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
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		<category><![CDATA[baby aerodinamica color caramella]]></category>
		<category><![CDATA[castelvecchi]]></category>
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		<category><![CDATA[new journalism]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[tom wolfe]]></category>

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		<description><![CDATA[...e se avesse ragione?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Col termine <em>New Journalism </em>si intende una particolare corrente letteraria sorta negli anni sessanta del secolo scorso, caratterizzata dall&#8217;ibridazione di letteratura e reportage. Patria elettiva del movimento furono gli Stati Uniti d&#8217;America. Tra le personalità di spicco si annoverano <strong>Truman Capote</strong>, <strong>Norman Mailer</strong>, <strong>Tom Wolfe</strong>. Proprio da un libro di Wolfe, <em><strong>Baby Aerodinamica Kolor Karamella</strong></em>, è preso l&#8217;estratto che vi proponiamo. Il testo, pubblicato nel 1965 e ora riproposto da <strong>Castelvecchi</strong>, è composto da una serie di pezzi che fotografano, in maniera lucida e penetrante, un momento storico fondamentale nella storia dell&#8217;occidente. Vale a dire, il trionfo della cultura pop. E insieme l&#8217;emergere di nuovi miti collettivi e stili di vita, tutti apparentemente accomunanti da un sostanziale dato: la prevalenza del contenitore sul contenuto. O, in altre parole, dell&#8217;apparire sull&#8217;essere.<br />
Il brano qui riportato ci parla del sociologo canadese <strong>Marshall McLuhan</strong>, di cui non a caso Wolfe ci offre un ritratto.<br />
Del resto,<em> il medium è il messaggio</em>.</p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>E se avesse ragione?</strong></h3>
<p><strong> </strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-8570" title="kandy" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/kandy.jpg" alt="" width="300" height="482" />Conobbi Marshall MacLuhan nella primavera del 1965, a New York. La prima cosa che notai fu che portava una strana specie di cravatta a scatto con degli affari di plastica applicati dentro. MacLuhan è un uomo alto, con una bella faccia lunga, espressiva, ma terribilmente pallida. A quel tempo aveva cinquantatrè anni e i capelli grigi, pettinati dritto all’indietro, un po’ radi in cima ma con bei riccioli intorno alle orecchie. Un’aria distinta, insomma. D’altro canto, c’erano quegli affari di plastica di cui un angolino sporgeva tra il colletto e il nodo della cravatta; non riuscivo a staccarne gli occhi. Si trattava di quel tipo di cravatta che si compra a 89 cents da Rexall, pigliandola direttamente dalle rastrelliere girevoli. Si infilano dentro quegli affari di plastica – una specie di supporto che sporge dal nodo con un paio di ali – li inserisce sotto al colletto ed ecco, la cravatta scende giù col nodo già bell’è pronto. Pre-Nodata.</p>
<p>Eravamo insieme a colazione, in cinque, all’aperto, nel giardino di un ristorante francese chiamato Lutèce, al 249 della 50<sup>a </sup>Strada Est. È un ristorante piccolo ma fa parte dei quattro o cinque ristoranti più alla moda di New York, credo. Certamente è uno dei più cari. È così caro che solo il menu dell’ospite porta i prezzi, gli altri hanno soltanto la lista dei piatti – e questo per evitare negli invitati qualsiasi senso di colpa. Al Lutèce mettono in tavola delle caraffe di acqua depurata e inoltre c’è un vero sommelier. È uno di quei locali della zonta tra la 50<sup>a </sup>e la 60<sup>a </sup>Est di Manhattan dove i Mammoni e le Vecchiarde di Mondo convengono per il principale avvenimento dei giorni feriali: lo Status Lunch, la colazione che distingue […]<br />
[…] Il nostro tavolo non era il più illustre, ma ce la metteva tutta: un&#8217;attrice cinematografica; la figlia di una delle donne più ricche d&#8217;America; uno dei più grossi pubblicitari di New York e, naturalmente, McLuhan. Il quale però a quel tempo non era una celebrità. Dubito che in quel ristorante qualcuno avesse mai sentito parlare di lui.<br />
E viceversa: McLuhan non avrebbe potuto essere più dimentico della particolarissima grandeur newyorchese nella quale era capitato. Credo che non si accorgesse neppure della gente. Era tutto interessato al piccolo giardino, o meglio alla sua termodinamica, al modo in cui era disposto là fuori nel calore del sole di mezzogiorno.<br />
“Il calore acuisce il senso del tatto e diminuisce quello della vista”, disse a un certo punto, se ben ricordo le sue parole: ero troppo affascinato da quegli affari di plastica. “È più impegnativo. Fa dimenticare le distanze tra la gente. È, letteralmente, più intimo. Perciò questi cosiddetti ristoranti con giardino vanno.”<br />
Poco prima di fare una qualsiasi dichiarazione di questo genere – e non faceva altro che analizzare ciò che lo circondava – affondava il mento nel petto. Sembrava una specie di segnale inconscio: via! E io osservavo la cravatta, imperniata su quell’indiscreto affarino di plastica. Era di un perfetto bianco latte Rexall quella plastica.<br />
Al momento non mi resi conto che McLuhan era stato portato lì, a New York, e quindi da Lutèce, per essere presentato alla haute New York. Insomma, stava per fare il suo debutto, secondo la moda. Stava per trasformarsi da Herbert Marshall McLuhan, cinquantatreenne professore anglo-canadese, in McLuhan. Lui però non si comportava di conseguenza. Ogni cosa era stata preparata, ma non certo da lui, per il quale non esisteva nessuna haute New York. Per lui questa città è tutta al passato. Verso la fine del pasto affondò il mento affondò, il nodo ruotò sulla plastica – intorno a noi le voci rintronavano e risuonavano a tutt’andare – e McLuhan girò gli occhi in su, verso i grandi edifici che torreggiavano su quella piccola isola termodinamica.<br />
“Naturalmente, una città come New York è un fenomeno superato”, disse. “La gente non ci concentrerà più in grosse città allo scopo di lavorare, New York diventerà una Disneyland, un parco di divertimenti…”.<br />
Grosso modo, con quegli affari di plastica e tutto, aveva la grazia carismatica dell’aruspice, la certezza irresistibile del monomane. Già vedevo New York trasformarsi in un enorme padiglione con rumorosi adolescenti in stivali di Courrèges bianchi, urlanti e ridenti e sobbalzanti nell’aria, come la neve in uno di quei fermacarte di cristallo che si capovolgono…</p>
<p>E se avesse ragione. E…se…avesse…ragione. E s-e-a-v-e-s-s-e-r-a-g-i-o-n-e.</p>
<p style="text-align: left;">E<br />
SE<br />
AVESSE<br />
RAGIONE?[…]</p>
<p><strong><em>La Baby Aerodinamica Kolor Karamella</em>, di Tom Wolfe, Castelvecchi, €16,5</strong></p>
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		<title>Rose Petal Jam – di Beata Zatorska e Simon Target</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 11:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cucina]]></category>
		<category><![CDATA[polonia]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[rose petal jam]]></category>

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		<description><![CDATA[60 tradizionali ricette polacche, stupende fotografie della Polonia d'estate, 3000 copie vendute in 8 settimane in Gran Bretagna...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-8367  aligncenter" title="RPJ_11" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/RPJ_11.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<h3 style="text-align: center;"><em><strong>Rose Petal Jam<br />
</strong></em><em><strong>Ricette e racconti di un estate in Polonia</strong></em></h3>
<p style="text-align: center;">Beata è cresciuta in un villaggio polacco e lì ha imparato a cucinare grazie a sua nonna, Josefa. A 19 anni è partita per l’Australia e non ha più rivisto la sua amata nonna. Dopo 20 anni, Beata torna in Polonia e scopre le ricette scritte da Josefa. Con il suo marito, il marito Simon Target, conosce (di nuovo) la Polonia d&#8217;estate. Il risultato di questo viaggio è un libro di cucina polacca che tratta anche delle memorie giovanili di Beata e della Polonia stessa.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-8369" title="RPJ_1" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/RPJ_1.jpg" alt="" width="300" height="450" /></p>
<p style="text-align: center;">Gli autori:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>BEATA</strong> è nata a Jelenia Góra, nel sud della Polonia. Ha studiato medicina a Sydney in Australia, dove vive e lavora come medico di famiglia.<br />
<strong>SIMON</strong> è nato in Gran Bretania. È filmmaker e fotografo.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><em>„Il viaggio sentimentale per la terra dell&#8217;infanzia e della gioventù – il gusto di Proust della madeleine, ma con la marmellata di petali di rosa dentro.”<br />
</em><strong>Teresa Bazarnik, „New Time”, London</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>„Libro magico. Pieno di fascino e calore.”<br />
</em><strong>Diana Henry, „Sunday telegraph”</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>„Affascinante&#8230;un banchetto visivo.”<br />
</em><strong>Sue Baker, Lovereading.co.uk</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>„Libro splendido e piacevole da leggere – con fotografie bellissime.”<br />
</em><strong>Christine Walker, Most Food Journal</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong><em>Rose Petal Jam</em>, di Beata Zatorska e Simon Target, 26,6€</strong></p>
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		<title>Richard Yates – di Tao Lin – Il Saggiatore – 15€</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 10:17:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
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		<category><![CDATA[citazioni]]></category>
		<category><![CDATA[il saggiatore]]></category>
		<category><![CDATA[RICHARD YATES]]></category>
		<category><![CDATA[tao lin]]></category>

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		<description><![CDATA[Haley Joel Osment disse che l’unico motivo per cui era andato alla New York University era che così adesso Dakota Fanning poteva dire a sua madre che non era un maniaco, ma uno che si era laureato alla New York University...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-8231" title="taolin" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/taolin.jpg" alt="" width="250" height="341" /></p>
<p>“Io un criceto l’ho tenuto in mano solo una volta” disse Dakota Fanning sulla chat di Gmail. “Aveva delle zampette minuscole. Mi sa che ho pianto un po’.”<br />
“Io una volta ho visto un criceto mangiarsi i figli” disse Haley Joel Osment . “Avrei voluto battergli il cinque. Solo che lui non sapeva come si batte il cinque.”<br />
“Anche io mi mangerei i figli, se ne avessi. Non ne ho.”<br />
“Quanti anni hai?” disse Haley Joel Osment.<br />
“16. Mi sa che è un bene che non ho figli.”<br />
“Tu non hai 16 anni. Ne avrai 25.”<br />
“No, ne ho 16” disse Dakota Fanning “Oggi ho disegnato un criceto su un pezzo di carta rosa e poi l’ho posato in cima a un cestino pieno di carta, così il primo che lo svuota si trova il criceto che lo fissa, è carino.”<br />
Haley Joel Osment confermò che era carino. Dakota Fanning disse che nella vita di tutti i giorni lei non faceva facce. Lasciava che i muscoli si muovessero come veniva a loro, e tutti i giorni qualcuno le diceva “Sembri triste, smettila. Non hai il diritto di essere triste. Io sono triste. I miei sono divorziati. Di’ qualcosa che fa ridere.”<br />
Haley Joel Osment disse che lui quando faceva la faccia triste si sentiva bene.<br />
“Mia mamma ha visto un pacco che mi hai spedito e ha chiesto se eri un maniaco” disse Dakota Fanning sulla chat di Gmail una settimana dopo. “Le ho detto che non eri un maniaco. Che sei laureato alla New York University”. Haley Joel Osment disse che l’unico motivo per cui era andato alla New York University era che così adesso Dakota Fanning poteva dire a sua madre che non era un maniaco, ma uno che si era laureato alla New York University. Dakota Fanning disse che a novembre l’avrebbero portata in gita a vedere un museo di Manhattan e che Haley Joel Osment poteva raggiungerla e sedersi vicino a lei e potevano mangiare insieme.<br />
“Sarebbe bello” disse Haley Joel Osment.<br />
“Novembre è lontanissimo” disse anche.</p>
<p>Qualche settimana dopo si parlarono al telefono per quasi tre ore. Dakota Fanning disse che era andata a lavorare da McDonald’s e poi aveva attraversato a piedi un ponte e regalato 20 dollari a un senzatetto e al senzatetto aveva detto che odiava il suo lavoro e poi era tornata a casa e per un quarto d’ora aveva tentato di far roteare delle cose come un giocoliere. Haley Joel Osment era steso al buio sul suo materasso gonfiabile in un appartamento di Wall Street dove vivevano in tre. Nella sua stanza non c’erano finestre. Disse che quel giorno mentre camminava a un certo punto si era accorto che stava pensando “La vita è stupida. Io sono stupido.” Ma in una frase sola, non due. Dakota Fanning gli disse che era normale. Disse che aveva un violino rotto che conservava perché voleva sfasciarlo contro qualcosa, però ogni volta pensava “No, non ancora”. Quando non avevano niente da dire rimanevano in silenzio, e poi si dicevano “ciao” una quarantina di volte.<br />
Il giorno dopo Haley Joel Osment si fermò fuori dalla biblioteca sulla 76esima dove lavorava venticinque ore a settimana e sentì il sole sulla faccia e mangiò un’insalata. Era il 25 aprile. Haley Joel Osment aveva 22 anni. Dopo il lavoro, prese la metro 6 e andò alla Bobst Library della New York Univesity a sedersi davanti a un computer. Non era più uno studente, ma qualcuno si era sbagliato e gli aveva prolungato l’accesso fino al 2011. Era il 2006. Haley Joel Osment parlò con Dakota Fanning sulla chat di Gmail. Andò a casa. Si stese sul materasso gonfiabile. Lesse un racconto su una donna con una grave depressione nell’Illinois rurale.</p>
<p>Si svegliò intorno alle 2 del pomeriggio e fece la doccia e si vestì. Andò in cucina ascoltando musica sull’iPod con gli auricolari. Era solo in casa. Osservò la stanza in comune. Una volta nella stanza in comune aveva guardato un film coreano con il suo coinquilino. Nel film, un poliziotto colpiva per sbaglio un altro poliziotto con un calcio volante. Il film parlava di un serial killer. “La vita mi annoia” pensò Haley Joel Osment.[…]</p>
<p><strong><em>Richard Yates</em>, di Tao Lin, Il Saggiatore, 15€</strong></p>
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		<title>Motherland. Fotografia. Festival Internazionale di Roma. X Edizione &#8211; il catalogo_Ed. Quodlibet &#8211; 25 €</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Oct 2011 13:18:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Festival Internazionale di Roma]]></category>
		<category><![CDATA[quodlibet]]></category>

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		<description><![CDATA[Un percorso fotografico, il cui tema è “Motherland”, si snoda per i musei e le gallerie d’arte della capitale...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-8160" title="cover-motherland-b" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/cover-motherland-b.jpg" alt="" width="200" height="281" /></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.quodlibet.it/">www.quodlibet.it</a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Anche quest’anno si sta svolgendo nella capitale il <a href="http://www.fotografiafestival.it/index.asp">Festival Internazionale di Roma</a>, alla sua decima edizione. Dal 23 settembre al 23 ottobre un percorso fotografico, il cui tema è “Motherland”, si snoda per musei e gallerie d’arte, dove molti artisti, dai grandi della fotografia alle nuove scoperte, ci raccontano dal loro punto di vista il rapporto con la madre terra. Sono previsti inoltre incontri e workshop, letture e proiezioni per approfondire l’argomento del festival nello specifico e della fotografia contemporanea in generale.</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-8162" title="hosoe" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/hosoe.jpg" alt="" width="350" height="254" /><br />
</strong></p>
<p><em>&#8220;Dieci anni di FOTOGRAFIA Festival Internazionale di Roma costituiscono un periodo al termine del quale si può tentare un bilancio culturale di ciò che è stato e continua a essere il più importante appuntamento annuale per la fotografia contemporanea in città. Un bilancio senz’altro positivo che ha portato nella capitale i grandi fotografi internazionali e allo stesso tempo ha fatto scoprire nuovi talenti emergenti, una finestra sul mondo capace di raccontarlo da diverse angolazioni, mostrando sensibilità culturali differenti, come la mostra Mizu no Oto – Sound of Water, che oggi ci porta in Giappone con un percorso fotografico sul tema dell’acqua.</em></p>
<p><em>Questo Festival non solo ha svelato una “visione” della migliore fotografia contemporanea, ma ha anche perseguito con costanza una prospettiva di produzione realizzando in nove delle sue dieci edizioni il progetto Rome Commission, che commissiona a un fotografo di fama internazionale un lavoro inedito avente come soggetto Roma, realizzato in seguito a un periodo di residenza nella città.</em></p>
<p><em>Josef Koudelka, Olivio Barbieri, Guy Tillim e quest’anno Alec Soth sono solo alcuni dei nomi che vi hanno partecipato e che hanno restituito il loro sguardo come pensiero visivo in grado di sorprendere, con angolature insolite, la nostra distratta percezione del luogo in cui viviamo.</em></p>
<p><em>L’annuale appuntamento con il Festival diventa così anche occasione per riflettere sulle ragioni del fare fotografia, sulle sue radici e sulle sue prospettive; proprio per questo motivo l’edizione del 2011 ha come ospite d’onore della due giorni di incontri con i principali esponenti della fotografia internazionale, Tod Papageorge, Professore di fotografia dell’Università di Yale, figura chiave della scena americana contemporanea che in questa occasione presentarà Core Curriculum, importante raccolta di saggi, interviste e lezioni. La manifestazione è anche una rete che coinvolge le istituzioni straniere e quelle cittadine che con il linguaccia fotografico hanno una relazione privilegiata.</em></p>
<p><em>Quest’anno il percorso costituito da Festival e dal suo direttore Marco Delogu vede inoltre una sempre più stretta collaborazione e sinergia con il MACRO, in una prospettiva di condivisione tra le migliori energie culturali della città per rafforzare una visione che, per dirla con il titolo di questa edizione, trae la sua vitalità dal concetto di Motherland, di Madre terra: tornare a pensare alle radici profonde di un legame con i luoghi e le persone che ci sono vicine&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Bartolomeo Pietromarchi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Direttore MACRO</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-8166" title="villamedici_©Valentina Pascarella" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/villamedici_©Valentina-Pascarella.jpg" alt="" width="450" height="313" /><br />
</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Nessuno mi farà del male – di Giacomo Monti – ed. Canicola € 17</title>
		<link>http://www.altroquando.com/2011/09/21/nessuno-mi-fara-del-male-%e2%80%93-di-giacomo-monti-%e2%80%93-ed-canicola-e-17/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 21:13:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un mondo alienato solo gli alieni forse potranno riportare un senso dell’esistenza...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-8023" title="nessuno" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/nessuno.jpg" alt="" width="300" height="260" /></p>
<p>In un mondo alienato solo gli alieni forse potranno riportare un senso dell’esistenza.<br />
Sembra questo il messaggio che ci vuole suggerire  Giacomo Monti con il suo <em>Nessuno mi farà del male</em>, graphic novel di racconti brevissimi, che si legano l’uno con l’altro per imbastire la trama di una società contemporanea arrivata al capolinea. Ambientato in una provincia che le rappresenta tutte e nessuna, camerieri senza sogni, sale da bingo dove lo stare insieme è condividere una solitudine enorme, trans e omofobi, autogrill notturni, sono alcuni dei protagonisti di queste storie alla fine del mondo. Gli alieni, che stanno per invadere la terra, sono forse gli unici che possano riportare una netta distinzione fra Bene e Male, riempiendo il vuoto siderale dell’umanità del contemporaneo. Sempre che possa ancora chiamarsi Umanità…</p>
<p>Da questo libro <strong>Gipi</strong> (fumettista e illustratore pisano, al secolo Gian Alfonso Pacinotti), ha tratto il suo primo film <strong>L’ultimo terrestre</strong>, presentato alla 68° Mostra del Cinema di Venezia.</p>
<p><strong><em>Nessuno mi farà del male</em>, di Giacomo Monti, <a href="http://www.canicola.net/">ed. Canicola</a> € 17</strong></p>
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		<title>Michel Houellebecq – La Carta e il Territorio – Bompiani – € 10,90</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 21:03:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jed aveva sempre visto suo padre assorbito unicamente da problemi tecnici...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7960" title="houellebecq" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/houellebecq.jpg" alt="" width="265" height="190" /></p>
<p>Jed aveva sempre visto suo padre assorbito unicamente da problemi tecnici, e verso la fine da crescenti problemi finanziari; l’idea che anche suo padre avesse frequentato Belle Arti, che l’architettura facesse parte delle discipline artistiche, era sorprendente, sgradevole.<br />
“Si, anch’io volevo essere un <em>artista</em>…” disse suo padre con acrimonia, quasi con cattiveria.<br />
“Ma non ci sono riuscito. La corrente dominante quando ero giovane era il funzionalismo, a dire il vero dominava già da parecchi decenni; da Le Corbusier e Van der Rohe in architettura non era successo nulla. Tutte le città nuove, tutti i quartieri costruiti in periferia negli anni cinquanta e sessanta sono stati segnati dalla loro influenza. Insieme ad alcuni, a Belle Arti, avevamo l’ambizione di fare qualcosa di diverso. Non rifiutavamo veramente il primato della funzione o la nozione di “<em>machine à habiter</em>”; ma si rimetteva in discussione quella che il fatto di abitare da qualche parte implicava. Come i marxisti, come i liberali, Le Corbusier era un produttivista, che immaginava per l’uomo immobili di uffici, squadrati, utilitari, senza decorazioni di alcun genere; e degli immobili abitativi pressoché identici, con alcune funzioni supplementari – asilo, palestra, piscina; fra i due, delle vie veloci. Nella sua cella abitativa, l’uomo doveva beneficiare di aria pura e di luce, era molto importante ai suoi occhi; e, fra le strutture di lavoro e le strutture di abitazione, lo spazio libero era riservato alla natura selvaggia: foreste, fiumi – immagino che, nella sua testa, le famiglie umane dovevano potervi passeggiare la domenica; comunque fosse, voleva preservare tale spazio, era una sorta di <em>ecologista</em> ante litteram; per lui l’umanità doveva limitarsi a moduli abitativi circoscritti in mezzo alla natura, ma che non dovevano in alcun caso modificarla. E’ spaventosamente primitivo quando ci si pensa, è una regressione terribile rispetto a qualsiasi paesaggio rurale – mescolanza sottile, complessa, evolutiva di prati, campi, foreste, paesi. E’ la visione di uno spirito brutale, totalitario. Le Corbusier ci sembrava uno spirito totalitario e brutale, animato da un gusto intenso per la bruttezza; ma è stata la sua visione a prevalere durante tutto il XX secolo. Noi, invece, eravamo influenzati piuttosto da Charles Fourier…”. Sorrise vedendo l’espressione di sorpresa del figlio. “Abbiamo preso in considerazione soprattutto le teorie sessuali di Fourier, ed è vero che sono abbastanza balzane. E’ difficile prendere Fourier alla lettera, con le sue storie di turbini, di fachire e di fate dell’esercito del Reno; sorprende perfino che abbia avuto dei discepoli, delle persone che lo prendevano sul serio, che progettavano realmente di costruire un nuovo modello di società sulla base dei suoi libri. E’ incomprensibile se si cerca di vedere in lui un <em>pensatore</em>, perché del suo pensiero non si comprende assolutamente nulla, ma in fondo Fourier non è un pensatore, è un <em>guru, </em>il primo della sua specie, e come per tutti i guru il successo è venuto non dall’adesione intellettuale a una teoria ma dall’incomprensione generale, associata ad un inattaccabile ottimismo, in particolare sul piano sessuale; la gente ha incredibilmente bisogno di ottimismo sessuale. Però il vero soggetto di Fourier, quello che lo interessa soprattutto, non è il sesso, ma l’organizzazione di produzione. Il grande interrogativo che si pone è: perché l’uomo lavora? Che cosa fa sì che occupi un posto determinato nell’organizzazione sociale, che accetti di starci e di assolvere il proprio compito? A tale domanda, i liberali rispondevano che era l’allettamento del profitto, puro e semplice; noi pensavamo fosse una risposta insufficiente. Quanto ai marxisti, non rispondevano nulla, non erano nemmeno interessati, ed è ciò che ha fatto sì, del resto, che il comunismo sia fallito: non appena si è soppresso lo stimolo finanziario, le persone hanno smesso di lavorare, hanno abborracciato il loro compito, l’assenteismo è aumentato in proporzioni enormi; il comunismo non è mai stato capace di assicurare la produzione e la distribuzione dei beni più elementari. Fourier aveva conosciuto l’Ancien Régime ed era consapevole che assai prima dell’apparizione del capitalismo ricerche scientifiche, progressi tecnici avevano luogo, e che gli individui lavoravano duramente, talvolta molto duramente, senza essere spinti dall’allettamento del profitto, ma da qualcosa di assai più vago agli occhi di un uomo moderno: l’amore di Dio, nel caso dei monaci, o più semplicemente l’onore della funzione.”<br />
Il padre di Jed tacque; si accorse che il figlio lo ascoltava adesso con molta attenzione. “Si…” commentò, “c’è senza dubbio un rapporto con ciò che hai cercato di fare nei tuoi quadri. Ci sono molti discorsi senza capo né coda in Fourier, che è quasi illeggibile nella sua totalità; ma forse c’è ancora qualcosa da trarne. Insomma, è ciò che pensavamo all’epoca…”<br />
Tacque, parve immergersi di nuovo nei suoi ricordi. Lo tormenta si era placata, lasciando il posto a una notte stellata, silenziosa; una spessa coltre di neve ricopriva i tetti. […]</p>
<p><strong>Michel Houellebecq, <em>La Carta e il Territorio</em>, Bompiani, € 10,90</strong></p>
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