Altroquando » claudia http://www.altroquando.com Libreria di Cinema. A Roma. Tue, 30 Sep 2014 21:33:48 +0000 en-US hourly 1 Il piccolo Cesare & Ivar e Svala, grandi libri per futuri grandi lettori – editori Laterza – 18€ http://www.altroquando.com/2014/09/30/il-piccolo-cesare-ivar-e-svala-grandi-libri-per-futuri-grandi-lettori-editori-laterza-18e/ http://www.altroquando.com/2014/09/30/il-piccolo-cesare-ivar-e-svala-grandi-libri-per-futuri-grandi-lettori-editori-laterza-18e/#comments Tue, 30 Sep 2014 17:29:32 +0000 http://www.altroquando.com/?p=13837 In libreria da settembre:

Il piccolo Cesare, scritto da Giusto Traina, professore di storia romana alla Sorbona, con i disegni di Mariachiara Di piccolo cesareGiorgio, già illustratrice di alcuni volumi dell’Enciclopedia delle favole a cura di Gianni Rodari, Editori Riuniti.

Il libro racconta la vita di un bambino nella Roma dell’ultimo secolo avanti Cristo, la sua educazione, i suoi giochi, le sue avventure tra le strade della città. È ispirato alla vita di Gaio Giulio Cesare (101 a.C. circa-44 a.C.), uno dei più importanti personaggi storici di sempre. Di Cesare piccolo seguiamo le imprese, coraggiose e audaci come quelle che lo vedranno protagonista da grande. Dell’adulto scopriremo le battaglie, le vittorie in Gallia, l’inestinguibile rivalità con Pompeo, la sfida del Rubicone, le conseguenze dell’ambizione smisurata, del potere e della conquista.

Ivar e Svala, i fratelli vichinghi, scritto da Franco Cardini,uno dei più importanti studiosi del Medioevo, docente ivaresvalaall’Istituto Italiano di Scienze Umane e illustrato da Lucio Villani, artista, illustratore e musicista jazz.

Il libro racconta di Ivar e Svala, due bambini vichinghi che sbarcano dopo un lungo viaggio in mare sull’Isola di Terranova. Insieme a loro scopriremo la storia del popolo vichingo: la maestria nella lavorazione dei metalli, la tradizione dei miti e delle divinità, l’arte della navigazione, le conquiste per mare, le esplorazioni transoceaniche. Le avventure dei due fratellini si ispirano a una ricostruzione storica ormai accreditata: il Nord America è stato scoperto dai Vichinghi ben cinque secoli in anticipo rispetto a Cristoforo Colombo. Fu il capo vichingo Erik il Rosso (940-1010 d.C. circa) a sbarcare per primo in Groenlandia nel 985 d.C. e, sulle sue orme, il figlio Leif esplorò la parte settentrionale dell’isola canadese di Terranova. Lì, ancora oggi, si possono osservare i resti di un insediamento vichingo dell’XI secolo. Proprio lo stesso dove, in queste pagine, Ivar e Svala ascoltano le storie del loro popolo dalla bocca dell’anziano Fulberth.

Collana Celacanto, editori Laterza, 18€

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Il cuore dell’oceano. Il naufragio della baleniera Essex – Nathaniel Philbrick – Elliot – 19.50€ http://www.altroquando.com/2014/07/30/il-cuore-delloceano-il-naufragio-della-baleniera-essex-nathaniel-philbrick-elliot-19-50e/ http://www.altroquando.com/2014/07/30/il-cuore-delloceano-il-naufragio-della-baleniera-essex-nathaniel-philbrick-elliot-19-50e/#comments Wed, 30 Jul 2014 20:26:32 +0000 http://www.altroquando.com/?p=13788 Sotto lo sguardo attento di Coffin, il timoniere avvicinò il più possibile la nave alla malconcia scialuppa. La baleniera, data la sua forza d’inerzia, oltrepassò subito la lancia, ma nei pochi secondi in cui svettò sopra di essa gli uomini dell’equipaggio videro una scena che non avrebbero più dimenticato.

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Come un gigantesco uccello rapace, la baleniera risaliva pigramente la costa occidentale del Sudamerica, zigzagando su un vivente mare d’olio. Perché l’oceano Pacifico nel 1821 era proprio questo, un immenso campo di depositi d’olio a sangue caldo noti come capodogli.

Mietere capodogli – le più grandi balene con fanoni al mondo – non era facile. Sei uomini lasciavano la nave a bordo di una lancia, raggiungevano la preda remando e poi tentavano di ucciderla con un rampone. La creatura di 60 tonnellate poteva distruggere la lancia con un semplice colpo di coda, scagliando gli uomini nelle fredde acque oceaniche, spesso a parecchie miglia di distanza dalla nave.

Seguiva poi l’immane compito di trasformare una balena morta in olio: staccarne il grasso, tagliarlo a pezzi e farlo bollire per ricavarne l’olio di prima qualità che illuminava le strade e lubrificava i macchinari dell’era industriale. Il fatto che tutto ciò venisse eseguito sull’immenso oceano Pacifico significava che i balenieri dell’inizio del XIX secolo non erano semplicemente cacciatori marini e operai, ma anche esploratori che si addentravano sempre più in una distesa selvaggia solo parzialmente segnata sulle mappe e più ampia di tutte le terre emerse messe insieme.

Da più di un secolo il quartier generale di questa industria olearia mondiale era una piccola isola chiamata Nantucket, a circa 24 miglia dalla costa del New England meridionale. Uno dei paradossi più significativi dei balenieri di Nantucket era che molti di loro erano quaqqueri, cioè membri di una setta religiosa stoicamente dedita al pacifismo, almeno per quanto riguardava la razza umana.

Abbinando un rigido autocontrollo alla condizione quasi sacra di avere una missione da compiere, erano quelli che Herman Melville definì “quaqqueri all’ennesima potenza”.

Era una baleniera di Nantucket, la Dauphin, salpata pochi mesi prima per quello che sarebbe stato un viaggio triennale, quella che stava risalendo la costa cilena. Il mattino del 23 febbraio 1821, la vedetta avvistò qualcosa di insolito: una barca, incredibilmente piccola per il mare aperto, che sobbalzava sulle onde. Il capitano della nave, il trentasettenne Zimri Coffin, puntò il cannocchiale sul misterioso natante con notevole curiosità.

Capì ben presto che si trattava della lancia di una baleniera – con la prua identica alla poppa e lunga circa sette metri e mezzo – ma diversa da qualunque altra lui avesse mai visto. Le fiancate erano state rialzate di circa 15 centimetri. Due alberi di fortuna l’avevano trasformata in una rudimentale goletta. Le vele – incrostate di sale e sbiancate dal sole – le avevano evidentemente permesso di percorrere un numero incredibile di miglia. Coffin non riuscì a vedere nessuno al timone. Si voltò verso il nocchiero della Dauphin e disse: “Accosta”.

Sotto lo sguardo attento di Coffin, il timoniere avvicinò il più possibile la nave alla malconcia scialuppa. La baleniera, data la sua forza d’inerzia, oltrepassò subito la lancia, ma nei pochi secondi in cui svettò sopra di essa gli uomini dell’equipaggio videro una scena che non avrebbero più dimenticato.

Prima notarono delle ossa – ossa umane – sparse sui traversini e le tavole di legno, come se la scialuppa fosse la tana in alto mare di un feroce animale antropofago. Poi videro due uomini. Erano rannicchiati alle estremità opposte della barca, la pelle coperta di piaghe, gli occhi che sporgevano dalle orbite infossate, la barba incrostata di sale e sangue. Stavano succhiando il midollo delle ossa dei compagni morti.

Invece di accogliere i loro soccorritori con sorrisi di sollievo, i sopravvissuti – troppo deliranti a causa della sete e della fame per poter parlare – apparvero agitati, quasi spaventati. Stringevano avidamente ossa scheggiate e rosicchiate, con una veemenza disperata, quasi ferina, rifiutandosi di lasciarle, come due cani affamati ritrovati in fondo a una trappola a pozzo.

Più tardi, dopo che i superstiti si rifocillarono (e rinunciarono finalmente alle ossa), uno di loro trovò la forza di narrare la sua storia. Era una storia rappresentata dal peggior incubo di un baleniere: raccontava di una barca in balia del mare e rimasta senza cibo né acqua e – cosa forse peggiore di qualunque altra – di una balena vendicativa e scaltra come un uomo.

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elBulli 2005-2011 – Ferran Adrià – ed. Phaidon – 525 € http://www.altroquando.com/2014/04/04/elbulli-2005-2011-ferran-adria-ed-phaidon-525-e/ http://www.altroquando.com/2014/04/04/elbulli-2005-2011-ferran-adria-ed-phaidon-525-e/#comments Fri, 04 Apr 2014 21:01:44 +0000 http://www.altroquando.com/?p=13391 «Dopotutto, anche i Romani indossavano le loro toghe sopra al ginocchio, ma ci è voluta Mary Quant per fare della minigonna una moda». Ferran Adrià

Per la serie «grosso è bello» è arrivato il libreria elBulli 2005-2011, il catalogo completo. Tutte le ricette degli ultimi sette anni del ristorante più famoso al mondo, gestito dallo chef Ferran Adrià, il maestro della cucina molecolare.

Sette volumi, duemilasettecentoventi pagine, millequattrocento immagini,

diciotto chili in tutto.

E se pensate che questa cucina non sia da casa, ricordatevi quello che lo chef n.1 non smette mai di ripetere: «tutto quello che abbiamo fatto è stato reinterpretare». Facile no?

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questo scatena un processo di ricostruzione che coinvolge l’intera esistenza di chi ne è colpito, tutto il suo universo mentale. C’è nel lutto un elemento creativo che è terapeutico, un legame con il passato che attiva tutte le connessioni che si stanno perdendo.

È un mondo romanzesco quello che mio padre mi ha passato: tutte queste citazioni, indicazioni, personaggi e storie che ha lasciato. Le figure della sua collezione sono messaggeri. Sono come il riflesso di un romanzo sognato che ci unirà per sempre. Mi ha assegnato un nuovo compito. Ormai non devo più occuparmi di lui, né intrattenerlo al telefono, né stare ad ascoltare le sue sconclusionate associazioni di idee. Adesso devo tenere insieme tutto ciò che è nostro. Sono l’ultimo che ricorda. Tutti questi elementi disparati che in realtà non c’entrano l’uno con l’altro, se non in virtù di quella forza unificante – il profondo interesse e la passione per tutti i dettagli della Bellezza – che è racchiusa nella collezione e nei taccuini. I ricordi della nostra famiglia sono legati a questi oggetti e alla collezione. È tutto un mondo parallelo che per mio padre era solido quanto il mondo reale, se non di più. E poi cos’è «il mondo reale» davanti all’annientamento? Chi può parlare di realtà quando ci si confronta con la morte? Chi è abbastanza forte da morire senza paura? Chi può alleviare il dolore nel cuore di un figlio davanti alla sedia vuota della scrivania? Chi può spiegare il mondo reale quando un figlio e una figlia devono un giorno stare reverenti davanti a un padre che, con la garza stretta attorno alla testa perché la mandibola non cada, giace supino come un santo astronauta in posizione di attenti rivolto al cielo, aspettando di essere inghiottito dal grande vuoto? La vasta collezione, priva di valore agli occhi della gente normale e del mercato, e il romanzo sono tutto ciò che abbiamo davanti alla morte. Mio padre lo sapeva e ci ha lasciato questa consapevolezza in eredità. È la grande scommessa su una sacralità che tenga. Forse proprio per questo nel taccuino nero, dove all’interno della copertina ha scritto “Quando sarò sepolto, ricordatemi!”, a pagina 145 c’è questo: “Da Peter mi aspetto il più significativo ampliamento della nostra realtà”. Così fa un padre, perché sa che la vita del figlio ha bisogno di questa protezione, che tutta la vita dipende dall’energia e dallo sforzo, che un padre crede in suo figlio e sua figlia, che i suoi occhi vegliano su di loro. In quella cura e responsabilità paterne c’è il pegno della nostra salvezza eterna.

Trash europeo. Quattordici modi per ricordare mio padre – di Ulf Peter Hallberg – Edizioni Iperborea – 17,50€ – traduzione di Massimo Ciaravolo

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Come promesso – di Meri Gorni – edizioni Corraini – 10€ http://www.altroquando.com/2014/02/26/come-promesso-di-meri-gorni-edizioni-corraini-10e/ http://www.altroquando.com/2014/02/26/come-promesso-di-meri-gorni-edizioni-corraini-10e/#comments Wed, 26 Feb 2014 18:37:27 +0000 http://www.altroquando.com/?p=13184

Storie, amori, amicizie. Legami forti tra donne che scrivono dalle loro camere di albergo. E che, come promesso, allegano il proprio ritratto. Alcune sono risposte a domande che possiamo solo intuire, altre sono esortazioni a vivere, amare, non abbattersi mai. Un documento, una testimonianza, ma anche un invito per un futuro ancora pieno di questi rapporti epistolari. L’artista Meri Gorni pone al centro del suo lavoro la scrittura e la lettura, e indaga a tutto tondo il libro come oggetto e il suo contenuto, ragionando sull’atto stesso della lettura.

Dalla sua istallazione nasce questo libro edito dalla Corraini, che ci piace sia per il contenuto che per la forma.

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Tra gli scritti più importanti e celebrati di Vittoria Colonna, troviamo proprio un Pianto sul Cristo morto che possiamo considerare a tutti gli effetti l’espressione letteraria speculare dei sentimenti condivisi con Michelangelo sulla natura del sacrificio di Cristo, tanto da poter ritenere anche questa scultura ispirata direttamente da Vittoria poco prima della sua morte. Nel compianto di Vittoria, il dolore di Maria sottolineava il valore del sacrificio che Cristo aveva fatto per salvare gli uomini. Questa particolare interpretazione del tema della pietà, nella quale è Cristo il vero centro della rappresentazione, mosse Michelangelo a ideare una composizione nella quale il corpo di Cristo non era più, come nella Pietà di San Pietro, adagiato sulle gambe della madre e sottratto in parte allo sguardo dell’osservatore, ma mostrato frontalmente in tutta la sua potenza comunicativa. La volontà di esaltare principalmente il corpo del Salvatore spinse Michelangelo a dare vita a una composizione complessa, in cui tre figure sorreggono il corpo privo di vita. […] Proprio sulla figura del Cristo, portata a perfetto compimento e riuscita oltre ogni possibile aspettativa, si abbatté però, in un giorno cupo degli ultimi anni Cinquanta, la furia autodistruttiva di Michelangelo. Negli stessi giorni in cui tutta Roma inorridiva di fronte alla carcerazione del suo amico il cardinale Morone, oppresso dalla morte di Urbino e dalla censura economica di Paolo IV, il vecchio ottantenne afferrò un pesante martello e si avventò proprio contro quel corpo meraviglioso. Prima che qualcuno potesse accorrere in suo soccorso, e soprattutto in soccorso della statua, fece in tempo a mutilarne il ginocchio sinistro, la clavicola e il braccio destro, frantumandoli in molti pezzi. […] Era un evento troppo tragico, troppo devastante per trovare posto nella biografia dell’artista senza suscitare inquietanti interrogativi sulle vicende tormentate che lo angosciarono negli ultimi anni di vita. Giorgio Vasari ne fu perfettamente consapevole e benché nel 1564 non ricordasse neppure il numero esatto delle figure della Pietà, scrivendone come della «pieta delle cinque figure, chegli roppe», pochi anni dopo, nel 1568, diede alle stampe una ricostruzione purgata di quella tragedia. Nonostante la sua palese infondatezza, la ricostruzione sopravvisse al tempo perché era funzionale al mito che lo stesso Vasari aveva contribuito a creare, manipolando saggiamente gli spigoli e le oscurità della vita di Michelangelo. Le cause, spiegò, sarebbero state da cercarsi nell’insofferenza dell’artista per le pressioni di Urbino a finire la scultura e in una vena difettosa del marmo che gli rendeva difficile il lavoro. […] Per l’investimento psicologico che un’opera d’arte porta in sé, la sua distruzione si può paragonare all’uccisione di un figlio. Tanto più per un’opera così straordinaria, che comprendeva tra l’altro l’unico autoritratto dell’artista. Neppure il carattere insofferente di Michelangelo può da solo spiegare una tale crisi autodistruttiva. La storia dei mesi in cui si compì la tragedia ci dice cose diverse sulle sue possibili cause. Michelangelo aveva molti motivi per essere sopraffatto dalla disperazione: la morte di Urbino, l’elezione di Paolo IV al pontificato, che iniziò le ostilità sospendendogli la provvigione e minacciò punizioni anche più gravi come la prigione inflitta, nel 1557, al cardinale Giovanni Morone. Calata in questo quadro di totale sconfitta ideale e pratica delle sue ambizioni, l’aggressione alla Pietà, e in particolare al Cristo in essa rappresentato, lascia immaginare altri scenari, soprattutto se messa in relazione alla traccia leggendaria ma non per questo meno significativa dell’urlo scagliato contro il Mosè: «Perché non parli?». La scultura del Mosè non fu mai aggredita e non vi sono segni di martellate, ma la leggenda potrebbe aver intrecciato storie e momenti diversi di un dramma troppo profondo per essere raccontato senza rischio. Se nella furia distruttrice delle martellate il «Perché non parli» fosse stato gridato al Cristo dell’ultima Pietà, l’episodio avrebbe un diverso significato per la storia di Michelangelo. Sconfortato dalla piaga degli eventi, l’artista avrebbe chiesto a Cristo perché non intervenisse nella catastrofe religiosa e umana perpetrata da quelli che avrebbero dovuto essere i suoi più santi ministri.

Michelangelo. Una vita inquieta – di Antonio Forcellino – Laterza – 14€

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La via del pavone – di Alessandro Schwed – lunedì 3 febbraio ore 17e30 in via del collegio romano 27 http://www.altroquando.com/2014/01/29/la-via-del-pavone-di-alessandro-schwed-lunedi-3-febbraio-ore-17e30-in-via-del-collegio-romano-27/ http://www.altroquando.com/2014/01/29/la-via-del-pavone-di-alessandro-schwed-lunedi-3-febbraio-ore-17e30-in-via-del-collegio-romano-27/#comments Wed, 29 Jan 2014 20:36:43 +0000 http://www.altroquando.com/?p=13054

Giulio Campennì è un architetto piuttosto strano.
Non ama uscire di casa e osserva il mondo con un binocolo. La sua vita emotiva, d’altro canto, non è semplice nemmeno in casa, dove Giulio vive con Ionta, sua moglie: una giovane donna tanto incantevole quanto umorale, e – soprattutto – dotata di una madre insopportabile, che ha pensato bene di rimanere vedova per poter gravare ulteriormente sulla vita della figlia e del genero.
Nonostante il lutto recente, la signora Nelly decide di non rinunciare alle vacanze con la figlia. E la mattina della partenza si presenta a casa Campennì con il suo amatissimo animale domestico: un pavone. Non ha dubbi che Giulio, che resterà a Roma a lavorare, le farà il piacere di prendersene cura, trattandolo come fosse un figlio, nutrendolo con il suo maleolente becchime e facendogli tanti complimenti in modo che non soffra e dispieghi la sua ruota. Come al solito, Giulio non ha la presenza di spirito per opporsi al dispotismo della suocera, discendente di una stirpe di matriarche ebree poco abituate a venire contraddette. Ma Ionta e la signora Nelly non fanno in tempo ad andarsene che – orrore! – il pavone in un balzo è già scappato sopra i tetti…

leggi il primo capitolo qui

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Quasi mai – di Daniel Sada – Del Vecchio editore – 16,50€ http://www.altroquando.com/2014/01/25/quasi-mai-di-daniel-sada-del-vecchio-editore-1650e/ http://www.altroquando.com/2014/01/25/quasi-mai-di-daniel-sada-del-vecchio-editore-1650e/#comments Sat, 25 Jan 2014 15:23:00 +0000 http://www.altroquando.com/?p=13040

«Le volute barocche del linguaggio di Sada modellano le descrizioni puramente carnali dell’essere amato, accentuando l’ironia della
narrazione, e la commedia di maniera e corteggiamento si spinge verso la farsa»

INSEGUENDO UN TESORO PREZIOSO

1.

Sesso, valido pretesto per spezzare la monotonia; sesso-motore; sesso-affanno; abitudine al sesso come un’ingozzata qualunque che diventa, poi, zavorra; sesso smisurato, incontenibile, frenetico, ambiguo come un gioco che confonde e poi rischiara e ancora confonde; sesso-simulacro, sesso-ovvietà. Il piacere, alla fine, come un elogio che viaggia in senso contrario alla vita. Pensieri sospesi durante una camminata in un pallido pomeriggio. Strade in salita e in discesa, isolato dopo isolato. Ansia nel passo, ansia nella mente. Il soggetto in questione era un certo Demetrio Sordo, alto e magro, sui trent’anni, legato alla vita di campagna dove svolgeva le proprie mansioni con moderato entusiasmo, ma per svagarsi: quali emozioni? Le partite notturne a domino in una locanda di quart’ordine; le passeggiate, rare e monotone, lunghe appena tre chilometri, ma anche meno; i caffè bevuti di sera, sempre da solo e senza un perché; le lettere scritte a individui conosciuti ma ormai spettrali. Al che la nausea, e allora, che fare? Pensare prevenendo dubbi e certezze: tante ipotesi scartate e molti più ripensamenti a cui, senza spremersi troppo le meningi, dovete la scintilla che andava cercando in quel pomeriggio nuvoloso. Era il sesso la risposta più ovvia, anche se la vera sfida sarebbe stata farlo ogni ventiquattr’ore. Magari! Tanto denaro ma ben speso. Quella stessa notte l’agronomo andò in cerca di un bordello. Si muoveva con esitazione. I passi corti ne erano la prova. Sceso dal taxi, avanzò come se pestasse gusci d’uovo o camminasse a piedi nudi su vetri rotti. Si trovava poco lontano dal centro di un quartiere a luci rosse che non aveva alcunché di paradisiaco e, come se non bastasse, male illuminato. Era la seconda volta che si cacciava in un inferno come quello, perciò non sapeva da che parte andare. Guardandosi attorno, notò per prima cosa alcune donne malconce e ripugnanti sedute in fila all’aperto su poltrone a dondolo in legno di guaiaco, ciascuna accanto alla porta spalancata della propria baracca. Uno spettacolo rivoltante lungo un intero marciapiede da cui pian piano prese le distanze. In breve i passi corti divennero falcate. Comprensibile la sua fretta, giustificata dal desiderio di trovare un bordello esclusivo. Si fermò e chiese a un passante. Caso volle che, interpellato, l’uomo si mostrasse disponibile. Quello laggiù e un altro più avanti. Sono i più costosi. Poi una battuta sulle figliole che avrebbe trovato (ce ne erano di ogni genere), ma Demetrio non volle sentire oltre e, anzi, affrettò il passo senza neanche ringraziare, ed eccoli!, un bordello si chiamava La Entretenida, l’altro Presunctiòn, due villini gialli simili a quadrilateri sbilenchi che conferivano un tocco di lustro al crepuscolo: ma quale scegliere tra i due per passare la serata? Dilemma ameno, e prolungato.

Quasi mai – di Daniel Sada – Del Vecchio editore – 16,50€ – traduzione di Carlo Alberto Montalto

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Il voyeur – di Alain Robbe-Grillet – nonostante edizioni http://www.altroquando.com/2014/01/08/il-voyeur-di-alain-robbe-grillet-nonostante-edizioni/ http://www.altroquando.com/2014/01/08/il-voyeur-di-alain-robbe-grillet-nonostante-edizioni/#comments Wed, 08 Jan 2014 14:26:31 +0000 http://www.altroquando.com/?p=12934 I

 Era come se nessuno avesse sentito.

La sirena lanciò un secondo sibilo, acuto e prolungato, seguito da tre colpi lesti, d’una violenza da bucare i timpani – violenza gratuita e senza esito. Nessuna esclamazione, nessun accenno a indietreggiare, non più della prima volta; sui visi, non un solo tratto aveva tremato.

Una serie di sguardi immobili e paralleli, sguardi inquieti, quasi ansiosi, si aprivano un varco – tentavano di aprirsi un varco – lottavano contro quello spazio declinante che ancora li separava dalla meta. Una contro l’altra, le teste erano tutte tese in posa identica. Un ultimo getto di vapore, denso e muto, tracciò nell’aria che le sovrastava un pennacchio – nemmeno apparso e già svanito.

Un po’ in disparte, indietro rispetto al campo appena descritto dal fumo, un viaggiatore rimaneva estraneo a quell’attesa. La sirena non lo aveva strappato alla sua assenza, non più dei sui vicini alla loro passione. In piedi come loro, corpo e membra rigidi, occhi fissi a terra.

Gli avevano spesso raccontato questa storia. Quand’era bambino – venticinque o trent’anni prima – possedeva una grande scatola di cartone, di quelle per le scarpe, dove collezionava pezzi di spago. Non conservava di tutto, non volendo né campioni di qualità inferiore né frammenti troppo rovinati dall’uso, flosci o sfilacciati. Scartava anche i pezzetti troppo corti per poter mai servire a qualcosa di interessante.

Questo qui sarebbe andato a meraviglia. Era una sottile cordicella di canapa, in perfetto stato, accuratamente avvolta a forma di otto, con qualche spira ulteriore attorno alla strozzatura. Avrà avuto una bella lunghezza: almeno un metro, se non due. Qualcuno doveva averla lasciata cadere lì inavvertitamente, dopo averne fatto un gomitolo in vista di un uso futuro – o di una collezione.

Mathias si chinò per raccoglierla. Rialzandosi, a qualche passo sulla destra, scorse una ragazzina di sette, otto anni che lo fissava seria, con i suoi grandi occhi tranquillamente posati su di lui. Abbozzò un mezzo sorriso, ma lei non si curò di ricambiarglielo e fu solo dopo alcuni secondi che vide le sue pupille scivolare verso il gomitolo di spago che lui teneva in mano, all’altezza del petto. Un esame più minuzioso non lo deluse: era un bel colpo – avvolto con finezza e regolarità, palesemente molto solido, non eccessivamente vistoso.

Per un attimo gli parve di riconoscerlo come uno dei suoi oggetti probabilmente smarriti molto tempo prima. Una cordicella del tutto simile aveva dovuto già occupare un posto importante nei suoi pensieri. Si trovava con le altre nella scatola delle scarpe? Il ricordo deviò all’istante verso la luce senza orizzonte di un paesaggio piovoso, dove nessuno spago giocava un ruolo visibile.

Non gli restava che infilarselo in tasca. Ma non fece che accennare al gesto: indeciso, il braccio ancora piegato a metà, indugiò a scrutare la sua mano. Notò le unghie troppo lunghe, cosa che già sapeva. Constatò pure che, crescendo, avevano preso una forma esageratamente appuntita; ovviamente non era in quel modo che lui le tagliava.

La bambina guardava sempre nella sua direzione. Tuttavia era difficile precisare se osservasse proprio lui o qualcosa più in là, o addirittura qualcosa di indefinito; i suoi occhi sembravano sempre troppo aperti per poter raccogliere un elemento isolato, a meno che non fosse di grandi dimensioni. Forse stava solo guardando il mare.

Mathias lasciò cadere il braccio. Le macchine si fermarono d’improvviso. La trepidazione cessò di colpo, e con essa il rumore di fondo che accompagnava il traghetto sin dalla partenza. I passeggeri tacevano tutti, immobili, accalcati all’ingresso della corsia già affollata da dove si sarebbe effettuata l’uscita. Pronti per lo sbarco da interminabili minuti, erano in molti a tenere in mano i bagagli. Avevano tutti il viso rivolto a sinistra e gli occhi fissi sulla parte alta del molo, dove una ventina di persone formavano un gruppo compatto, ugualmente silenzioso e immobile, intento a cercare un viso da riconoscere tra la folla del battello. Da entrambe le parti l’espressione era identica: inquieta, quasi ansiosa, stranamente uniforme e impietrita.

 Il voyeur – di Alain Robbe-Grillet – nonostante edizioni

Con un saggio di Roland Barthes

Traduzione di Stefania Ricciardi

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IL CIRCO ELETTRICO DELLE SIRENE – di Emanuele Coco – Codice edizioni http://www.altroquando.com/2014/01/02/il-circo-elettrico-delle-sirene-di-emanuele-coco-codice-edizioni/ http://www.altroquando.com/2014/01/02/il-circo-elettrico-delle-sirene-di-emanuele-coco-codice-edizioni/#comments Thu, 02 Jan 2014 21:39:00 +0000 http://www.altroquando.com/?p=12916 Non chiedetevi se queste cose sono vere.

Chiedetevi cosa significano.

L’AMORE PUÒ ESSERE PERICOLOSO.

Del resto ognuno ha le proprie palpitazioni. Nel grande palazzo della mitologia tutto è consentito: gli dèi possono rapire le ragazze,
le ragazze possono partorire divinità, le amiche possono farti impiccare, la vanità spopola, l’astuzia sta sotto le gonne, ognuno ha un presagio da rivelarti, e il resto va da sé.

Anche le sirene soffrono le proprie vicissitudini. Dopo essere apparse a Omero, una moltitudine di grammatici ha cercato di ricostruirne la storia. Secondo Sofocle erano figlie di Forco – al pari di Scilla appunto – ma anche delle Gorgoni e delle Erinni. Euripide le credeva invece nate dalla terra, e tali le crede anche Elena che così le chiama: sorelle, figlie della terra. Apollodoro, Servio e Tzetze pensano che le Sirene siano figlie di Acheloo, il dio-fiume che scorre tra la Acarnania e l’Etolia. Acheloo è il più marino dei fiumi: le Sirene sarebbero nate dal suo amore con una delle Muse, le divinità protettrici delle arti. Secondo un’altra versione le Sirene sarebbero invece nate dal sangue di Acheloo, quando fu sfidato dal fratello Eracle. Ovidio riferisce della capacità del dio-fiume di cambiare forma: «Anch’io ho il potere di mutare il mio corpo, sia pure in un numero limitato di forme. A volte, infatti, sono come mi vedete ora; a volte mi attorciglio diventando un serpente; a volte, capo di mandria, faccio il gradasso con queste mie corna. Corna, veramente, non è più esatto, poiché ormai la mia fronte, da una parte, è senz’arma, come ben si vede». Secondo quanto ricorda Libanio di Antiochia, Eracle desiderava Deianira, figlia di Oineo, ma la desiderava anche Acheloo, il dio-fiume. I due contendenti decisero per una gara di lotta e fissarono come premio le nozze con la ragazza. Eracle si avventò allora su Acheloo e nella colluttazione finì col staccargli un corno. Tutt’altro che seduttrici, secondo Omero le Sirene erano originariamente votate alla castità. Afrodite, dea dell’amore, s’indispettì della cosa: perché tanta ritrosia nei confronti del sesso? Le punì quindi trasformandole in uccelli.

IL CIRCO ELETTRICO DELLE SIRENE – di Emanuele Coco – Codice edizioni

qui un’intervista all’autore

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