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	<title>Altroquando &#187; marco</title>
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	<description>Libreria di Cinema. A Roma.</description>
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		<title>Rose Petal Jam – di Beata Zatorska e Simon Target</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 11:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Cucina]]></category>
		<category><![CDATA[polonia]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[rose petal jam]]></category>

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		<description><![CDATA[60 tradizionali ricette polacche, stupende fotografie della Polonia d'estate, 3000 copie vendute in 8 settimane in Gran Bretagna...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-8367  aligncenter" title="RPJ_11" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/RPJ_11.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<h3 style="text-align: center;"><em><strong>Rose Petal Jam<br />
</strong></em><em><strong>Ricette e racconti di un estate in Polonia</strong></em></h3>
<p style="text-align: center;">Beata è cresciuta in un villaggio polacco e lì ha imparato a cucinare grazie a sua nonna, Josefa. A 19 anni è partita per l’Australia e non ha più rivisto la sua amata nonna. Dopo 20 anni, Beata torna in Polonia e scopre le ricette scritte da Josefa. Con il suo marito, il marito Simon Target, conosce (di nuovo) la Polonia d&#8217;estate. Il risultato di questo viaggio è un libro di cucina polacca che tratta anche delle memorie giovanili di Beata e della Polonia stessa.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-8369" title="RPJ_1" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/RPJ_1.jpg" alt="" width="300" height="450" /></p>
<p style="text-align: center;">Gli autori:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>BEATA</strong> è nata a Jelenia Góra, nel sud della Polonia. Ha studiato medicina a Sydney in Australia, dove vive e lavora come medico di famiglia.<br />
<strong>SIMON</strong> è nato in Gran Bretania. È filmmaker e fotografo.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><em>„Il viaggio sentimentale per la terra dell&#8217;infanzia e della gioventù – il gusto di Proust della madeleine, ma con la marmellata di petali di rosa dentro.”<br />
</em><strong>Teresa Bazarnik, „New Time”, London</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>„Libro magico. Pieno di fascino e calore.”<br />
</em><strong>Diana Henry, „Sunday telegraph”</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>„Affascinante&#8230;un banchetto visivo.”<br />
</em><strong>Sue Baker, Lovereading.co.uk</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>„Libro splendido e piacevole da leggere – con fotografie bellissime.”<br />
</em><strong>Christine Walker, Most Food Journal</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong><em>Rose Petal Jam</em>, di Beata Zatorska e Simon Target, 26,6€</strong></p>
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		<title>La seconda guerra mondiale nel cinema polacco, Malgorzata Hendrykowska, Istituto Polacco di Roma</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 13:52:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema polacco]]></category>
		<category><![CDATA[katyn]]></category>
		<category><![CDATA[kieslowski]]></category>
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		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[seconda guerra mondiale]]></category>
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		<category><![CDATA[zulawski]]></category>

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		<description><![CDATA[70 anni fà iniziava la seconda guerra mondiale e i fotogrammi che si ispirano ad essa continuano a scorrere. Soprattutto per una cinematografia come quella polacca che ha costruito sugli eventi bellici il terreno fertile per svelare la storia e la politica di oggi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>La seconda guerra mondiale nel cinema polacco</strong></em><strong>, Malgorzata Hendrykowska, Istituto Polacco di Roma</strong></p>
<p><a href="http://"><img class="alignleft size-full wp-image-2205" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/passeggera.jpg" alt="" width="150" height="228" /></a> E&#8217; giusto confessare che i libri che più mi piacciono sono quelli che stimolano la lettura di altri libri; o meglio la visione di film e la partecipazione ad opere teatrali; o meglio ancora la condivisione di eventi o manifestazioni pubbliche. Il tutto per accrescere la mia ambizione di completare il libro in questione ed aggiungere così nuovi tasselli.</p>
<p>La rassegna <strong>&#8220;La seconda guerra mondiale nel cinema polacco&#8221;</strong> curata dall&#8217;Istituto Polacco di Roma ha presentato un libro appositamente scritto dalla professoressa Malgorzata Hendrykowska in una serata fantastica arricchita dalla proiezione del capolavoro incompiuto di Munk <em>La passeggera </em>(<em>Pasazerka</em>) e dal documentario <em>Il ritrattista </em>(<em>Portrecista</em>) di Dobrowolski. L&#8217;analisi, attraverso filoni e tematiche, verte sui più importanti film polacchi che hanno affrontato la seconda guerra mondiale in Polonia dal 1 settembre 1939 (quando l&#8217;esercito tedesco varca le frontiere polacche) al 28 luglio 1945 (data di nascita a Varsavia del Governo Provvisorio di Unità Nazionale).</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-2195" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/dannati.jpg" alt="" /></p>
<p>L&#8217;evento sembra provvidenziale a me &#8220;posseduto&#8221; da <em>amour fou </em>verso il regista <a href="http://www.altroquando.com/2009/06/11/il-cinema-di-andrzej-zulawski/">Andrzej Zulawski</a>. Non è forse vero che il 17 settembre 1939, alla notizia dell&#8217;entrata dell&#8217;esercito sovietico in Polonia, lo scrittore Miroslaw Zulawski fugge verso est a Leòpoli dove un anno dopo nascerà Andrzej? Oppure sarà importante che il giovane Zulawski alla fine del corso di montaggio presso la scuola di cinema francese Idhec di Parigi scriva un saggio-tesi su <em>Kanal</em> (<em>I dannati di Varsavia</em>) di Andrzej Wajda? Proprio questo film è considerato da Malgorzata Hendrykowska il simbolo per quella generazione di polacchi che aveva vent&#8217;anni all&#8217;epoca della guerra e non riuscirà dopo a partecipare alla costruzione &#8220;monumentale&#8221; dell&#8217;orgoglio nazionale ma semmai tenterà di demitologizzare la storia nazionale per cominciare a rivelare la verità. Le sorti della cosiddetta scuola cinematografica polacca (1957-60) si intersecano con il cinema di guerra fino alla delibera del Comitato Centrale nel 1960 quando si attacca la &#8220;nera visione&#8221; che infanga l&#8217;eroismo, alla stregua dei nostri <em>Ladri di biciclette</em> e <em>Sciuscià</em>.</p>
<p>Nel libro della Hendrykowska viene citato nell&#8217;elenco finale dei 101 film di guerra <em>La terza parte della notte </em>di Zulawski, anche se sfiora solo il tema della guerra e della sofferenza in essa insita. Fare il &#8220;nutritore di pulci&#8221; in un istituto che prepara il vaccino contro il tifo per l&#8217;esercito tedesco significa sfamare una famiglia e contribuire all&#8217;insurrezione e alla resistenza polacca.</p>
<p>Questo libro nella sua precisa ricostruzione storico-cinematografica è impreziosito da molte sorprese. A cominciare da un&#8217;immagine in cui si raffigura un giovane Roman Polanski nelle vesti di attore in <em>Generazione</em> (1954), primo film di Wajda.</p>
<p><a href="http://"><img class="alignleft size-full wp-image-2196" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/lotna.gif" alt="" width="500" height="360" /></a>Il merito è della ricchezza della cinematografia polacca che ad esempio per raffigurare l&#8217;inizio del conflitto si affida alla storia di una giumenta (il film è <em>Lotna</em> del 1959 sempre di Wajda) che passa di mano in mano a tutta la cavalleria fino a morire portando via con sè un&#8217;intera civiltà.</p>
<p>Naturalmente Hendrykowska cita anche i film che riportano in vita ricordi ed episodi eroici e sacrificali, come <em>&#8230;dovunque tu sia, signor sindaco&#8230; (&#8230;gdziekolwiek jestes, panie prezydencie&#8230;</em>) che parla del sindaco di Varsavia Starzynski che anche dopo l&#8217;arrivo della Gestapo rimane senza fuggire, perfetto capitano di una nave senza speranza.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-2199" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/katyn.jpg" alt="" width="278" height="400" /> Il pregio de <strong>La seconda guerra mondiale nel cinema polacco</strong><em> </em>è di accostare questa mitologia conclamata al tabù del crimine di Katyn infranto da Wajda nel 2007, quando racconta delle fosse comuni fatte dai sovietici di Stalin. Oppure di sottolineare come la politica e la censura abbiano accompagnato il tema della guerra, come nel caso del compositore Szpilman la cui storia avrebbe dovuto costituire un film già nel 1945 e vede la luce solo nel 2002 grazie a Polanski nel film <em>Il pianista</em>. O ancora citare addirittura tre versioni di un film, <em>La casa perduta </em>(<em>Dom na pustkowiu</em>), sul dramma di guerra di Rybkowski: l&#8217;ultima è &#8220;finalmente&#8221; depositaria di posizioni &#8220;utili&#8221; e &#8220;necessarie&#8221; all&#8217;Esercito Popolare comunista, per offuscare anche i film della scuola cinematografica polacca.</p>
<p>La guerra è anche genere d&#8217;azione e commedia, ad esempio nella serie televisiva di culto composta da otto episodi <em>Una posta in gioco più alta della vita </em>(<em>Stawka wieksza niz zycie</em>), 1968; ma soprattutto è ricostruzione documentaristica come nel già citato <em>Il ritrattista</em> (2005) dove Brasse racconta la sua esperienza di fotografo del campo di concentramento di Auschwitz e della sua impossibilità dopo la guerra di fare altri scatti. I segni e le mutilazioni lasciati riguardano il gruppo di persone che attende il treno nel film <em>Due ore </em>ambientato nell&#8217;immediato dopoguerra, ma anche gli spettatori di questo film che devono aspettare 11 anni, visto che nel 1946 è giudicato troppo pessimista per l&#8217;epoca socialista da avviare.</p>
<p><a href="http://"><img class="alignright size-full wp-image-2201" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/kieslwoski.jpg" alt="" /></a></p>
<p>Concedetemi un ultimo vezzo. Parlare del cinema polacco per me significa citare Kieslowski: è più forte di me! Mi chiedo perchè mai la prof Malgorzata Hendrykowska non abbia citato il suo documentario <em>La fotografia </em>(<em>Zdjecie</em>) del 1968. Esso nasce da una foto mostrata da Karabasz (suo maestro della scuola di Lodz) che ritrae due bambini di quattro e sei anni armati di fucile e berretti dell&#8217;esercito mentre sorridono. Il film si basa sulla ricerca appassionata da parte di Kieslowski di questi due bambini di un tempo, fino a che li trova e filma la loro emozione.</p>
<p>Ma poi capisco che è solo un primo documentario professionale realizzato per la televisione polacca: in fondo è giusto e non poteva essere inserito nel libro. Ancora una volta la prof ha ragione. Grazie dottoressa Hendrykowska per la testimonianza che ci hai dato. E grazie all&#8217;Istituto Polacco di Roma per la preziosa regia.</p>
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		<title>Gli uomini che hanno fatto la luna&#8230;</title>
		<link>http://www.altroquando.com/2009/07/29/gli-uomini-che-hanno-fatto-la-luna/</link>
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		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 22:34:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[luna]]></category>
		<category><![CDATA[pavese]]></category>

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		<description><![CDATA[C'eravate il 21 luglio 1969? Oppure siete 'ggiovani e avete partecipato al concerto di Moby per la festa dei quaranta anni dell'allunaggio? Harstad, Giacobbe, Baldini e Pavese ci raccontano la luna...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?, Iperborea, 2008, pp. 457, 16,50 €.</span></strong><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>[...]<span> </span>Dove eri tu il 20 luglio 1969, alle 21:17:42, ora norvegese, quando l&#8217;uomo atterrò sulla luna?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Cinquecento milioni di persone erano davanti allo schermo della televisione. Ancora di più davanti alla radio.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Io ero tra le gambe di mia madre.<img class="alignright size-medium wp-image-1752" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/buzz.jpg" alt="" width="80" height="157" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Dov&#8217;eri tu quando il secondo uomo uscì dall&#8217;Eagle e si avventurò sul Mare della Tranquillità, alle 04:15?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Avevi spento la tivù? Eri andato a dormire?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Allora ti sei perso Buzz Aldrin che camminava sulla luna. I suoi stivali affondavano di tre millimetri nella superficie polverizzata, io ero sdraiato su un tavolo e non sapevo niente.Di tutti i miliardi di persone che sono vissute, Buzz Aldrin fu il secondo uomo a mettere piede sulla luna, il 21 luglio 1960 mentre la sua famiglia, trecentottantamila chilometri più in basso, guardava papà alla tele, nella sua tuta spaziale, lo guardava cercare di descrivere quel che vedeva.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Magnificent. Magnificent desolation. Disse Aldrin.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Forse la più bella descrizione di un panorama al mondo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>[...]</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Certe persone non vogliono il mondo intero, anche se potrebbero averlo. Certe persone non vogliono un paese tutto loro. Certi non vgliono nemmeno una scuola di Stavanger. Certi vogliono solo essere una parte del tutto. Utile, anche se modesta. Non tutti hanno bisogno del mondo intero. Io volevo solo stare in pace. [...]</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Emilio Giacobbe, Mai chiuderò gli occhi alla luna, Libroitaliano World, 2005, pp. 46, 10 €.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><img class="aligncenter size-full wp-image-1754" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/ad_occhi_chiusi.jpg" alt="" width="350" height="173" /></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>[...] Ho scelto il pallore della luna,</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>quel fiore di cotone che spogliandosi nel vento</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>cosparge il Suo mare mescolando bianco al bianco;</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>abiterò quella candida casa</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>conchiglia arenata nell&#8217;immenso cielo</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>e dai suoi occhi cavi</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>bagnerò le stelle che ami.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Lascio a te la terra</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>e il suo coperchio di crosta.<span> </span>[...]</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Eraldo Baldini &#8211; Alessandro Fabbri, Quell&#8217;estate di sangue e di luna, Einaudi, pp. 255, 2008, 15,00 €</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>[...] Ma a rovinare davvero tutto ci pensò Siro. All&#8217;improvviso comparve nella sala, seminudo, e disse ad alta voce: &#8211; Siete ancora qui a fare casino? Lo volete spegnere o no quel coso, che non riesco a dormire?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span><img class="alignleft size-medium wp-image-1755" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/estate.jpg" alt="" width="135" height="209" /> I bambini per un attimo rimasero fermi e zitti, fissandolo, poi si guardarono a bocca  aperta. Prima di tutto perché, in mutande, il vecchio era straordinario, grasso e bianco  come un verme; poi perché pareva essere l&#8217;unico al mondo a cui non interessava  niente di ciò che stava accadendo sopra la sua testa.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> &#8211; Nonno, sono scesi! Ci pensi? Gli uomini sono arrivati sulla Luna! -disse Enrico.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> Lui lo fissò con un&#8217;espressione tra il deluso e il disgustato. Scosse la testa e replicò: &#8211;  Mi meraviglio che andate a scuola e vi ritenete tanto in gamba, tu e questi altri tre!  Come fate a credere che sia vero? Che possano stare appesi lassù? Eh? Me lo dici  come fate?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Poi sputò a terra, si girò e tornò a salire le scale.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>I quattro ragazzi a quel punto cominciarono a rotolarsi per terra dalle risate.<span> </span>[...]</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Cesare Pavese, La luna e i falò, Super ET, Einaudi, pp. 208 10,00 €</span></strong><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>[…]<span> </span>Nuto non disse niente. M’ero già accorto che della Mora non parlava volentieri. Con tanto che mi aveva raccontato degli anni di musicante, il discorso più vecchio, di quando eravamo ragazzi, lo lasciava cadere. O magari lo cambiava a suo modo, attaccando a discutere. Stavolta stette zitto, sporgendo le labbra, e soltanto quando gli raccontai di quella storia dei falò nelle stoppie, alzò la testa. « Fanno bene sicuro » saltò. « Svegliano la terra. »</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>« Ma, Nuto » dissi, « non ci crede neanche Cinto. »</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Eppure, disse lui, non sapeva cos’era, se il calore o la vampa o che gli umori si svegliassero, fatto sta che i coltivi dove sull’orlo si accendeva il falò davano un raccolto più succoso, più vivace.<img class="alignright size-medium wp-image-1756" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/falo.jpg" alt="" width="157" height="240" /><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>« Questa è nuova » dissi. « Allora credi anche nella luna? »</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>« La luna » disse Nuto, « bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano. »</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Allora gli dissi che nel mondo ne avevo sentito di storie, ma le più grosse erano queste. Era inutile che trovasse tanto da dire sul governo e sui discorsi dei preti se poi credeva a queste superstizioni come i vecchi di sua nonna. E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza. Ma prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo. Un vecchio come Valino non saprà nient’altro ma la terra la conosceva.<span> </span>[…]</span></p>
<p class="MsoNormal">
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Asian Film Festival &#8211; 7a Edizione</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 09:07:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Asian Film Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Mc Carthy]]></category>
		<category><![CDATA[My Magic]]></category>

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		<description><![CDATA[ Per voi altroquandiani mi sono travestito da inviato ed ho assistito l'11 luglio alla premiazione della 7^ edizione dell'Asian Film Festival.  E' stato onorato giustamente dalla critica il film My Magic di Eric Khoo.E' una favola sul famoso mangiafuoco Francis Bosco, liberamente ispirato al libro di Corman McCarthy La strada.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per voi altroquandiani mi sono travestito da inviato ed ho assistito l&#8217;11 luglio alla premiazione della 7^ edizione dell&#8217;<strong>Asian Film Festival</strong>. </p>
<p>   E&#8217; stato onorato giustamente dalla critica il film <em>My Magic</em> di Eric Khoo, facendo meritare al geniale regista di Singapore il riconoscimento di &#8220;<span>Miglior regia&#8221; (per come ha descritto una storia fortemente drammatica con uno stile intenso e originale)</span><span>.</span> Il film è una favola sul famoso mangiafuoco Francis Bosco, liberamente ispirato al libro di Corman McCarthy <em>La strada</em>. E&#8217; il primo film di Singapore a essere entrato nel concorso principale di Cannes. Poesia e scene cruente coesistono in maniera mirabile, toccando vari registri visivi.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1734" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/my_magic_ridimensionata-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></p>
<p> Un pò come McCarthy del quale vi lascio un brano tratto appunto da <em>La strada</em>. Da leggere anche il catalogo dell&#8217; <em>Asian Film Festival 7</em> pubblicato dall&#8217;Edizioni Cineforum Robert Bresson e curato da Stefano Locati. </p>
<p>   Come vedete c&#8217;è molto da fare durante questa estate, ma proprio tanto.</p>
<p>[...]</p>
<p><span> </span>Cominciò a scendere gli scalini di legno grezzo. Chinò la testa poi accese l&#8217;accendino e protese la fiammella verso il buio come un&#8217;offerta. Freddo e umidità. Un puzzo inumano. Il bambino gli si aggrappava al giaccone. Intravedeva una parete di pietra. Un pavimento di argilla. Un vecchio materasso macchiato di scuro. Si chinò, scese un altro gradino e illuminò lo spazio davanti a sé. Rannicchiate contro la parete opposta c&#8217;erano delle persone nude, maschi e femmine, che cercavano di nascondersi, riparandosi il viso con le mani. Sul materasso era steso un individuo con le gambe amputate fino ai fianchi e i moncherini anneriti e bruciati. L&#8217;odore era micidiale.</p>
<p>Gesù sussurrò l&#8217;uomo.</p>
<p>Uno dopo l&#8217;altro i prigionieri si voltarono, battendo le palpebre per quel barlume di luce. Aiuto, mormorarono. La prego ci aiuti.</p>
<p>Cristo, disse lui. Oh Cristo.</p>
<p>Si voltò e afferrò il bambino. Svelto, disse. Svelto.</p>
<p>L&#8217;accendino gli era caduto. Non c&#8217;era tempo per cercarlo. Spinse il bambino su per le scale. Aiuto, imploravano quelli.</p>
<p>Svelto.</p>
<p>Ai piedi delle scale apparve un volto barbuto. Ti prego, gridò battendo le palpebre. Ti prego.</p>
<p>Svelto. Svelto, per l&#8217;amor di Dio.</p>
<p>Spinse il bambino fuori dalla botola facendolo cadere a terra. Uscì, afferrò lo sportello, lo richiuse brutalmente e si voltò per raccogliere il bambino, che però si era già rialzato e stava facendo il solito balletto del terrore.</p>
<p>Per l&#8217;amor di Dio, muoviti, gli sibilò. Ma il bambino stava puntando il dito verso la finestra e quando l&#8217;uomo guardò fuori si sentì gelare il sangue. Quattro individui barbuti e due donne stavano attraversando il prato diretti verso la casa. Afferrò la mano del bambino. Cristo, disse. Corri. Corri.</p>
<p>Attraversarono di corsa la casa fino alla porta d&#8217;ingresso e si precipitarono giù dalle scale. A metà del viale l&#8217;uomo trascinò il bambino nel prato. Si guardò alle spalle. Erano parzialmente nascosti dai resti del ligustro ma sapeva che avevano a disposizione solo qualche minuto, forse neanche quello. In fondo al prato si infilarono in un boschetto di canne morte, sbucarono sulla strada e tagliarono per il bosco dall&#8217;altra parte. Strinse più forte il polso del bambino. Corri, disse. Dobbiamo correre. Guardò verso la casa ma non riusciva a vedere nulla. Se quelli fossero scesi lungo il viale li avrebbero visti scappare in mezzo agli alberi. Questo è il momento. Si buttò a terra e tirò a sé il bambino. Shh, gli disse. Shh.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-1733" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/mccarthy_strada_ridimensionata.jpg" alt="" width="120" height="180" /></p>
<p>Ci ammazzeranno, papà?</p>
<p>Shh.</p>
<p>Rimasero stesi in mezzo alle foglie e alla cenere con il cuore che batteva all&#8217;impazzata. Lui stava per cominciare a tossire. Avrebbe voluto mettersi la mano davanti alla bocca, ma una gliela stringeva il bambino, e non l&#8217;avrebbe mollata, nell&#8217;altra teneva la pistola. Doveva concentrarsi per trattenere la tosse e al tempo stesso cercava di tendere l&#8217;orecchio. Ruotò il mento tra le foglie, tentando di vedere qualcosa. Sta&#8217; giù con la testa, sussurrò.</p>
<p>Stanno arrivando?</p>
<p>No.</p>
<p><span> </span></p>
<p><span> </span>Strisciarono lentamente verso quello che sembrava un avvallamento. L&#8217;uomo rimase in ascolto stringendo a sé il bambino. Li sentiva parlare sulla strada. La voce di una donna. Poi li sentì passare sulle foglie secche. Afferrò la mano del bambino e ci ficcò la pistola. Prendila, sussurrò. Prendila. Il bambino era terrorizzato. Lui lo abbracciò e lo tenne stretto. Era così magro. Non aver paura, gli disse. Se ti trovano lo devi fare. Hai capito? Shh. Non piangere. Mi ascolti? Lo sai come si fa? Te la metti in bocca e la punti in su. Veloce e deciso. Hai capito? Smettila di piangere. Hai capito?</p>
<p>Penso di sì.</p>
<p>No. Hai capito?</p>
<p>Sì.</p>
<p>Di&#8217; sì papà ho capito.</p>
<p>Sì papà ho capito</p>
<p>Lui abbassò gli occhi e lo guardò. Vide solo terrore. Gli tolse la pistola. No che non hai capito, disse.</p>
<p>Non so cosa fare, papà. Non so cosa fare. Tu dove sarai?</p>
<p>Stai tranquillo.</p>
<p>Non so cosa fare.</p>
<p>Shh. Io sono qui. Non ti lascio.</p>
<p>Me lo prometti?</p>
<p>Sì te lo prometto. Volevo scappare. Per cercare di districarli. Ma non ti posso lasciare.</p>
<p>Papa?</p>
<p>Shh. Sta giù.</p>
<p>Ho tanta paura.</p>
<p>Shh.</p>
<p>[...]</p>
<p> </p>
<p>Corman McCarthy, <em>La strada, </em>traduzione di Martina Testa<em>, </em><span>pagine 218, ISBN 8806185829, </span>Einaudi<em>, </em><span>data di pubblicazione 11 Sep 2007</span><em>.</em></p>
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		<title>Per il tuo bene &#8211; Rocco Carbone &#8211; Mondadori</title>
		<link>http://www.altroquando.com/2009/06/27/per-il-tuo-bene-rocco-carbone-mondadori/</link>
		<comments>http://www.altroquando.com/2009/06/27/per-il-tuo-bene-rocco-carbone-mondadori/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2009 11:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altroquando Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[casa delle letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Per il tuo bene]]></category>
		<category><![CDATA[Rocco Carbone]]></category>

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		<description><![CDATA[Vorrei parlare del grande romanzo Per il tuo bene e dell'incontro alla Casa delle Letterature in ricordo di Rocco Carbone. Sono contento di aver letto il libro ed aver partecipato all'incontro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Titolo: <a href="http://book.webchising.it/narrativa-italiana/per-il-tuo-bene/dettaglio/id-1955163/"><span><strong>Per il tuo bene</strong></span></a></p>
<p>Genere: Narrativa Italiana<br />
Autore: Rocco Carbone<br />
Editore: Mondadori<br />
Anno: 2009<br />
Collana: Scrittori italiani e stranieri<br />
Informazioni: pg. 238</p>
<p>prefazione-saggio di Emanuele Trevi: <em>La breve vita felice di Rocco Carbone</em><br />
Codice EAN: 9788804586180<br />
Prezzo di listino: € 18,00</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><span><span> </span></span>Non posso non cominciare con le emozioni che mi suonano dentro in seguito alla presentazione-incontro del 24 giugno 2009 tenuta nel giardino della Casa delle Letterature di Roma.</p>
<p>    Il primo impulso una volta tornato a casa è quello di scrivere di getto senza far depositare le immagini e le parole. Magari tentando di ricreare la commozione vera che si è respirata tra gli alberi di arance, la fontana che bagna i passanti e le lacrime compostamente versate per la morte prematura di uno scrittore e di un uomo. </p>
<p>    Poi capisco la necessità di far passare un giorno e mi capita di vedere un film come <em>La Fidélité </em>di Zulawski. Immergersi nello stile sopra le righe, estroverso, di danza &#8220;epilettica&#8221; del regista polacco mi sembra antitetico rispetto all&#8217;essenzialità stilistica, al respiro scarno e misurato che emerge dalla lettura di <em>Per il tuo bene </em>e che è emerso dagli interventi quella sera. La storia della fotografa Lucien interpretata da Sophie Marceau, con la sua voglia di vivere avvenimenti e incontri attraverso il mirino di un apparecchio fotografico che ritrae <em>tranche de vie </em>&#8220;decapitate&#8221; e senza volto, fa a pugni con lo stile di uno scrittore come Rocco Carbone. </p>
<p><a href="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/carbone_rocco1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1712" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/carbone_rocco1.jpg" alt="" width="120" height="176" /></a></p>
<p>    Per me che ho sempre preferito l&#8217;interpretazione totalizzante ed autoreferenziale di un Gassman alla compostezza umile e &#8220;di servizio&#8221; di un Mastroianni ha significato dei rivolgimenti interni. Carbone sembra appartenere a questa seconda schiera e ne sto apprezzando le qualità. Nelle sue pagine, come dice mirabilmente il geniale Emanuele Trevi sia nella prefazione-saggio al libro che durante l&#8217;incontro di avanti ieri, il luogo è &#8220;uno scenario normalissimo, contemporaneo, perfettamente riconoscibile&#8221;; [...] &#8220;automobili, palazzi, uffici, negozi. Paesi e città, centri e periferie&#8221; sono precisamente e meticolosamente connotati tanto da farsi ri-conoscere dal lettore. Non solo però dal punto di vista diegetico il mondo esterno &#8220;esiste solo nella mente del personaggio&#8221; ed è uno &#8220;spazio mentale&#8221;. Ma in un incredibile e scientifica ricorrenza non viene mai citato il nome di una via o di un particolare dichiarato, connotando Carbone come uno scrittore altro rispetto alla moda vincente dei &#8220;Cannibali&#8221; e dei suoi epigoni che presentano una prosa intessuta di toponimi e di parlato.</p>
<p>    Il plot di <em>Per il tuo bene </em>ruota attorno a Bruno e Gilberto, due amici dalla storia antitetica che si rincontrano dopo tanti anni, in un racconto cha procede per salti temporali. Tanto coraggioso, indipendente e apparentemente affermato il primo, quanto goffo, ipersensibile e fallito il secondo. Ad accomunarli un&#8217;amicizia fatta di protezioni affettuose e ricompense esagerate nel passato; e un grande dolore: entrambi sono orfani, Bruno del papà e Gilberto della mamma (come ne <em>La fidélitè </em>i due protagonisti Lucien e l&#8217;editore Cléve).</p>
<p>    Anche il titolo di questo romanzo postumo mi sembra azzeccato, nonostante Giosetta Fioroni nel suo intervento abbia elogiato l&#8217;incisività de <em>La bontà</em>, primo provvisorio titolo. In questa frase c&#8217;è in sintesi l&#8217;affetto che però deborda in soffocamento e de-responsabilizzazione: è la filigrana dietro il gesto del signor Abenavoli (papà di Gilberto) che nomina Bruno come amministratore della sua eredità. C&#8217;è però anche la protezione coraggiosa mista poi al tradimento che caratterizza le difese di Bruno nei confronti di Gilberto prima dai bambini crudeli e poi dalle personi rapaci e interessate al suo patrimonio. </p>
<p>    Il porsi necessariamente sul gradino del <em>magister vitae </em>porta Bruno inevitabilmente ad approfittare della situazione per diventare affermato uomo d&#8217;affari ma anche arido padre di famiglia (reticente con la moglie, odiato dal figlio), in una parabola inversamente proporzionale rispetto al suo amico apparentemente dimenticato. Sarà proprio Gilberto, col suo esempio di dedizione verso il prossimo fino all&#8217; autocancellazione, a costringere  Bruno a rifare i conti con se stesso, in una battaglia che se è comunque persa può essere lenita da una carezza. </p>
<p>    E&#8217; lo stesso messaggio che Zulawski ci manda attraverso l&#8217;editore che capisce prima di morire di aver vissuto la gioia di aver sedotto ma non di aver amato. Dunque Gassman e Mastroianni grazie a <em>Per il tuo bene </em>di Rocco Carbone hanno fatto pace.</p>
<p>    Si sono piacevolmente succeduti gli interventi alla Casa delle Letterature, tra ricordi divertenti di risoluzioni delle brigate rosse (vedi l&#8217;editore Alberto Castelvecchi) e conoscenza dei vini (grazie a Raffaele Manica). Alla fine c&#8217;era la voglia di prolungare l&#8217;incontro e con esso il ricordo. Lo stesso piacere che si prova nel leggere e rileggere un romanzo vero e prezioso come <em>Per il tuo bene</em>.</p>
<p> </p>
<p>    Vi lascio in dono una parte del brano letto quella sera stessa a Roma in quel giardino della Casa delle Letterature che si è scoperto luogo caro e ricorrente nella vita felice di Rocco Carbone.</p>
<p> </p>
<p>[...] Quando il cappio fu attorno alla testa dell&#8217;animale tirò verso di sè lo stelo e la lucertola cominciò a dibattersi, sospesa nel vuoto. Bruno si asciugò un pò di sudore dalla fronte, si tolse il berretto, si grattò la testa e se lo rimise. Osservò la sua preda, che continuava a muoversi già meno di prima, con scatti più brevi, si chinò e prese da terra una bottiglia d&#8217;acqua, dalla quale bevve un lungo sorso. Fu in quel momento che si accorse che c&#8217;era qualcuno. Era un altro bambino, e si trovava quasi alle sue spalle. Era vestito con una maglietta di cotone e un paio di pantaloncini, entrambi bianchi, nuovi e puliti. Anche i sandali che portava ai piedi sembravano appena comprati. Teneva le mani in tasca e guardava verso Bruno con insistenza, dondolandosi un pò sulle gambe, magre dalla pelle non abbronzata. &#8220;Pensi che morirà presto?&#8221; disse dopo un pò. Aveva una voce molto sottile.</p>
<p>    &#8220;Dipende&#8221; rispose Bruno, sollevando in alto la lucertola, che adesso era quasi immobile. &#8220;Certe durano tanto.&#8221;</p>
<p>    &#8220;La vuoi uccidere?&#8221; continuò Gilberto, che si era avvicinato timidamente e guardava quell&#8217;animale con una smorfia disegnata sul viso dai contorni delicati.</p>
<p>    &#8220;E&#8217; mia. Ci faccio quello che voglio.&#8221; Diede uno strattone allo stelo per sottolineare quella frase.</p>
<p>    L&#8217;altro bambino tirò fuori qualcosa da una tasca dei pantaloncini. Aprì la mano e se l&#8217;avvicinò agli occhi. &#8220;Posso comprartela?&#8221; disse.</p>
<p>    &#8220;Quanto mi dai?&#8221;</p>
<p>    &#8220;Ho questi&#8221; disse ancora aprendo la mano.</p>
<p>    &#8220;Va bene&#8221; disse Bruno prendendo in fretta quei soldi. &#8220;Tieni&#8221; continuò porgendogli il filo d&#8217;erba.</p>
<p>    Il bambino lo prese e l&#8217;appoggiò piano per terra. Restò a guardare la lucertola, che non si muoveva più. &#8220;E&#8217;già morta?&#8221; domandò.</p>
<p>    &#8220;No, guarda.&#8221; Mosse un pò lo stelo allentando inavvertitamente il cappio. In quello stesso momento l&#8217;animale si mosse con uno scatto veloce, e scomparve dentro una siepe. &#8220;E&#8217; scappata&#8221; disse ancora. &#8220;Altro che morta.&#8221;   [...]</p>
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		<title>Il Cinema Di Andrzej Zulawski-Michele Salimbeni-Res Edizioni</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 18:07:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema polacco]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[Res Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Salimbeni]]></category>
		<category><![CDATA[zulawski]]></category>

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		<description><![CDATA[ Ci sono libri sul cinema che si limitano a raccontare da semplice spettatore film e registi. Questo libro è invece una gemma nel genere perchè a scriverlo è un regista cinematografico e teatrale che entra nella materia in maniera creativa. E poi si crea una miscela stimolante e direi alchemica con l'oggetto dell'analisi: un regista geniale...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono libri sul cinema che si limitano a raccontare da semplice spettatore film e registi. Questo libro è invece una gemma nel genere perchè a scriverlo è un regista cinematografico e teatrale che entra nella materia in maniera creativa. E poi si crea una miscela stimolante e direi alchemica con l&#8217;oggetto dell&#8217;analisi: un regista geniale, innovatore, visionario, &#8220;filosofo&#8221;, maledetto e scarsamente distribuito in Italia come Andrzej Zulawski (si pronuncia Andjei Joulawski).</p>
<p>Si citano le sue 4 aiuto-regia (in particolare con Wajda), i suoi 3 ruoli di attore, 1 suo soggetto cinematografico, le 3 regie teatrali, i suoi 2 saggi; ma soprattutto si analizzano con uno stile accattivante e competente (l&#8217;autore Michele Salimbeni ha lavorato per Citti e Dario Argento, si è impegnato in ricerche teatrali basati sugli studi dell&#8217;antropologo-filosofo Edward T. Hall e sul rito &#8220;teatrale&#8221;) le 12 regie (più 2 mediometraggi per la tv polacca inficiati dal regime) e i 9 romanzi (più 3 romanzi brevi e una raccolta di poesie). Salimbeni focalizza la capacità del regista polacco di affrontare l&#8217;angoscia partendo però dalle tenebre verso la luce, dirigendosi verso di lei in un olocausto (che significa etimologicamente &#8216;ciò che sale&#8217;).</p>
<p><a href="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/film_zulawski.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1691" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/film_zulawski-300x190.jpg" alt="" width="300" height="190" /></a></p>
<p>Tutto è magico nella vita di Zulawski, a cominciare dalla città natale Leòpoli, nel 1940 terra polacca ed ora appartenente all&#8217;Ucraina. Dietro il papà ambasciatore deve trascorrere l&#8217;infanzia a zonzo tra Praga, Varsavia e soprattutto Parigi, dove a 5 anni arriva con una benda sull&#8217;occhio sinistro a causa di una bomba.</p>
<p>Salimbeni sottolinea come Zulawski aggiunga in maniera originale a temi tipici del surrealismo la verticalità; gli obiettivi larghi che inquadrano i personaggi negli ambienti deserti, le inquadrature bunueliane delle gambe, la figura del doppio si sommano al motivo zulawskiano delle scale che vanno verso l&#8217;alto.</p>
<p>L&#8217;immagine in <em>La terza parte della notte</em> di un viso femminile coperto di sangue in primo piano che cola sulla fronte su uno sfondo blu ha la stessa pregnanza del taglio dell&#8217;occhio di <em>Un chien andalou</em>.</p>
<p>Ne <em>Il diavolo</em> (film per il quale lascia la Polonia costretto dalla censura) la presenza diabolica che danza attorno al protagonista ripresa da una mdp a mano che si muove volando circolarmente, è la prova che il mondo è una danza &#8220;epilettica&#8221; (vero Nietzsche?).</p>
<p>Zulawski non trova pace nemmeno in Francia quando gira <em>L&#8217;importante è amare</em>, film che ama di meno perchè nell&#8217;Europa occidentale non ha più la libertà totale sui dialoghi e si vede tagliare alcune scene.</p>
<p>Allora torna in Polonia per girare <em>Sul globo d&#8217;argento</em> usando tre linguaggi cinematografici diversi: soggettiva con mdp che passa di mano in mano, obiettivo larghissimo, zoom e carrellate hollywoodiane. Ma il film girato nel 1977 rimane congelato negli archivi di stato fino al 1989.</p>
<p>Salimbeni ci racconta come il suo capolavoro <em>Possession</em> (film a mio avviso geniale quanto il miglior <a href="http://www.altroquando.com/2008/09/12/interpretazione-tra-mondi-il-pensiero-figurale-di-david-lynch/">Lynch</a>) nasce in soli 10 giorni con Zulawski che scrive in un hotel a New York  affacciato da una finestra davanti ad un muro. La scena famosa della metropolitana con Adjani epilettica era già stata scritta nel romanzo <em>Negli occhi della tigre</em>.</p>
<p><a href="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/possession_zulawski.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1692" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/possession_zulawski-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a></p>
<p>La grammatica dei suoi film è correlata alla geometria: i movimenti vertiginosi della mdp in <em>Amore balordo</em> sono obliqui lungo linee diagonali, mentre erano circolari in <em>Possession </em>e orizzontali in <em>La femme publique</em>. Anche la sperimentazione teatrale è centrale, puntando sul concetto grotowskiano di &#8220;attore santo&#8221; che supera ogni blocco psico-fisico per donarsi completamente. La regia nella sua alternanza di delirio e delicatezza segue l&#8217;attore disarticolato che utilizza il corpo in maniera espressiva.</p>
<p>Dopo il crollo del regime comunista Zulawski rientra in Polonia per girare <em>La sciamana</em> e cambia tutto quanto: in un&#8217;atmosfera magica sul set, senza scrivere la sceneggiatura, con un&#8217;attrice studentessa e la steady-cam come l&#8217;unico protagonista.</p>
<p>Il percorso tracciato da Salimbeni si ferma al 5 aprile del 2000 quando nelle sale esce <em>La fedeltà</em>, film che considera come il suo capolavoro.</p>
<p>A noi non rimane che leggere e far leggere questo libro prezioso, unica pubblicazione specifica sul cinema di Andrzej Zulawski. Non ne troverete altri e la qualità del libro è merito della Resedizioni, casa editrice che nasce a Sarzana in Lunigiana, terra che ha avuto un ruolo importante nella cultura e nella diffusione della cultura libraria.</p>
<p>Magari si può aggiungere la visione dei dvd del regista polacco prodotti dalla Rarovideo. E chiederci come mai dal 2000 non ci siano più film di Zulawski, magari chiederlo a lui stesso iscrivendoci al suo gruppo su Facebook.</p>
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		<title>La ragazza dello Sputnik &#8211; Haruki Murakami &#8211; Einaudi</title>
		<link>http://www.altroquando.com/2009/05/08/la-ragazza-dello-sputnik-haruki-murakami-einaudi/</link>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 15:33:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[giappone]]></category>
		<category><![CDATA[haruki murakami]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[Chissà cosa ha pensato nel 1957 la cagnetta Laika a bordo dello Sputnik 2 (il primo era stato lanciato un mese prima), ignara vittima sacrificale in nome delle ricerche sugli esseri viventi nello spazio? Cosa lega in un banchetto di nozze una raffinata imprenditrice di origine coreana, ex musicista classica ed ora esperta di vini (Myu), una giovane aspirante scrittrice (Sumire) e un anonimo giovane maestro di scuola elementare (l’io narrante del romanzo La ragazza dello Sputnik)?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong>Haruki Murakami, </strong><em><strong>La ragazza dello Sputnik</strong></em><strong>, Einaudi, </strong></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Chissà cosa ha pensato nel 1957 la cagnetta Laika a bordo dello Sputnik 2 (il primo era stato lanciato un mese prima), ignara vittima sacrificale in nome delle ricerche sugli esseri viventi nello spazio? Cosa lega in un banchetto di nozze una raffinata imprenditrice di origine coreana, ex musicista classica ed ora esperta di vini (Myu), una giovane aspirante scrittrice (Sumire) e un anonimo giovane maestro di scuola elementare (l’io narrante del romanzo <em>La ragazza dello Sputnik</em>)?</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Perché si confonde la parola sputnik (in russo significa compagno di viaggio) con i beatnik, giovani scrittori degli anni ’60 tra cui Kerouac? <img class="alignright size-full wp-image-1534" title="sputnikk" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/sputnikk.jpg" alt="" width="295" height="314" /></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>E ancora: perché ad un certo punto si pensa ai discendenti dello Sputnik che continuano ad attraversare il cielo, attratti alla terra dalla sola forza gravitazionale, solitari aggregati metallici che si sfiorano e si separano per sempre? Cosa spinge un bambino (Rimura “Carota” Shin’ichi, figlio dell’amante del giovane maestro) a rubare in un supermercato per tre volte rispettivamente 15 portamine, 8 compassi e svariate cucitrici? Quale evento vissuto/immaginato può far tramutare all’istante i capelli neri-corvini in un bianco totale?</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>A queste domande si cerca di dare una risposta ne <em>La ragazza dello Sputnik</em>, scritto nel 1999 dallo scrittore giapponese Haruki Murakami. Il mondo da lui creato in questo romanzo prevede un continuo spostamento di ambientazione (Giappone, Italia, Grecia) che ci fa viaggiare assieme ai protagonisti.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Tutto ruota attorno ad un elemento insolito: l’innamoramento per un’altra donna raffinata e ricca da parte di <span> </span>una ragazza (Sumire) che mai aveva manifestato tale inclinazione. Le differenti fasi dell’innamoramento, raccontate dal giovane maestro a sua volta segretamente innamorato di Sumire, passano attraverso l’innocenza, la passione incondizionata seppure platonica, e seguendo un turbato sodalizio vacanziero, una rivelazione di un segreto e una sparizione misteriosa, arrivano fino all’approdo definitivo: la solitudine intesa come dimensione assoluta e rifugio difensivo dal mondo e dai sentimenti.</p>
<p class="MsoNormal"><span> <img class="alignleft size-full wp-image-1531" title="harukimurakamii" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/harukimurakamii.jpg" alt="" width="300" height="300" /> </span>E’ proprio la solitudine il motivo conduttore de <em>La ragazza  dello Sputnik</em> che segue le orbite segnate dai personaggi-  satelliti che si sfiorano e si allontanano lasciando scie di  parole. Anche la narrazione ne è influenzata, partendo da  un piano assolutamente realista e autobiografico per poi  registrare il capovolgimento del mondo reale in una  trasfigurazione onirica: lo smarrimento imperante non ci fa  più capire da quale lato dello specchio ci troviamo. In  questo novello “paese delle meraviglie” il tema del viaggio,  inteso come spostamento fisico ma anche all’interno di noi  stessi, e quello della “fine del mondo” si ripresentano  come <em>topoi</em> assoluti.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>La solitudine dunque come destino dell’uomo, come  sostanza e nutrimento del pianeta che riceve perciò  l’energia per continuare a ruotare. Personaggi-sputnik che vanno alla deriva per l’eternità. Cosa però ci impedisce di andare ad urtarci con violenza verso qualcosa? Solo il sogno, il suo mondo esclusivo ed inclusivo che, una volta entrati dentro, non ci permette più di uscire. Solo la dimensione onirica con la sua dolce malinconia può illuminare o nascondere la fine del romanzo. La telefonata finale non si sa se è la prova del ricongiungimento dei satelliti. Forse Sumire è passata al di là dello specchio, verso l’alter ego intravisto in sogno, in una dimensione già sperimentata da Myu.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Oppure <em>La ragazza dello Sputnik </em>è stato solo un sogno di un grande scrittore giapponese come Haruki Murakami. Il suo stile si avvicina al pennello sottile tipico delle stampe nipponiche che lascia indovinare dietro l’apparente semplicità dell’immagine un mondo suggestivo e segreto. Ma nella delicata stampa giapponese lo scrittore nato a Kyoto ha trasmesso la sua passione per la cultura edonistica occidentale, fatta di macchine veloci, musica, vestiti eleganti e vino.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Consiglio di lasciarvi trasportare dal suo stile diretto e comunicativo: vi lascerà il segno e scuoterà il vostro Io più profondo.</p>
<p class="MsoNormal"><img class="aligncenter size-full wp-image-1532" title="librimurakami" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/librimurakami.jpg" alt="" width="400" height="269" /></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Story &#8211; Robert Mckee &#8211; International Forum Edizioni</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2009 21:13:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[robert mckee]]></category>
		<category><![CDATA[sceneggiatura]]></category>

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		<description><![CDATA[Da anni tutti coloro che gravitano attorno al mondo della sceneggiatura televisiva e cinematografica hanno un mito. Si chiama Robert Mckee e le sue lezioni sulla "Struttura della Storia" tenute a Los Angeles, New York e Londra hanno acquisito l'aura di eventi irripetibili.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da anni tutti coloro che gravitano attorno al mondo della sceneggiatura televisiva e cinematografica hanno un mito. Si chiama Robert Mckee e le sue lezioni sulla &#8220;Struttura della Storia&#8221; tenute a Los Angeles, New York e Londra hanno acquisito l&#8217;aura di eventi irripetibili. </p>
<p>L&#8217;International Forum Edizioni ha avuto il merito di pubblicare in Italia <em>Story</em> che sicuramente è il libro che meglio comunica la forma e l&#8217;essenza di una sceneggiatura. O comunque apre un confronto aperto con la scrittura cinematografica a stelle e strisce con cui bisogna fare i conti, a prescindere dalla condivisione di principi e strutture.<a href="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/mckee.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1411" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/mckee.jpg" alt="" width="220" height="242" /></a></p>
<p><em>Story</em> non parla di formula (ma di forma), demistifica le strutture drammatiche, minimizza la caratterizzazione e va oltre la meccanica essenziale di come si scrive una sceneggiatura. Fin qui nulla di nuovo, soprattutto nel decidere di distruggere gli elementi tipici. </p>
<p>La grandiosità del libro è la sua pars costruens. Utilizza esempi, tratti da oltre cento film di cinematografie distanti tra loro, per dissezionare le scene e farci scoprire perchè funzionano, arrivando ai valori duraturi che sostanziano i classici. Il percorso di Mckee parte dal problema della storia (che diventa strumento di vita) per individuarne gli elementi (strumenti di un orchestra) e i principi del suo design e alla fine arrivare al lavoro dello sceneggiatore mentre crea la sua arte.</p>
<p><em>Story</em> così diventa una lezione di filosofia che trasforma il mestiere dello scrivere per il cinema in forma artistica. Nello stesso tempo è l&#8217;emblema del pragmatismo che rifiuta le idee per trasformarle in storie che possano essere vendute e permettano di catturare l&#8217;attenzione del pubblico. Gli insegnamenti e i consigli contenuti nel libro permettono al lettore di trovare delle risposte personali ed innovative.</p>
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		<title>Ogawa Yoko &#8211; L&#8217;anulare &#8211; Adelphi</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 11:09:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Ogawa Yoko]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[C'è una data che bisogna segnare in agenda. E' il 30 marzo 2009, giorno in cui la scrittrice giapponese Ogawa Yoko compie 37 anni. Non bisogna farsi scrupoli nel sottolineare l'età, i giapponesi non si infastidiscono. Mi riprometto anzi di stabilire un contatto con lei nata nel 1962 e di farle un regalo; eppoi i numeri, le sigle e le cifre mi hanno ossessionato nel leggere il suo romanzo breve L'anulare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ogawa Yoko &#8211; L&#8217;anulare &#8211; Adelphi <img class="alignright size-full wp-image-1307" title="occhio1" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/occhio1.jpg" alt="" width="350" height="268" /></strong></p>
<p>C&#8217;è una data che bisogna segnare in agenda. E&#8217; il <strong>30 marzo 2009</strong>, giorno in cui la scrittrice giapponese Ogawa Yoko compie <strong>37</strong> anni. Non bisogna farsi scrupoli nel sottolineare l&#8217;età, i giapponesi non si infastidiscono. Mi riprometto anzi di stabilire un contatto con lei nata nel <strong>1962</strong> e di farle un regalo; eppoi i numeri, le sigle e le cifre mi hanno ossessionato nel leggere il suo romanzo breve <em>L&#8217;anulare</em>.</p>
<p>Scritto nel <strong>1994</strong>, quando usciva il film di Yoshimitsu Morita <em>Kitchen</em> (tratto da Banana Yoshimoto), erano già passati <strong>30</strong> anni dal film <em>Onibaba</em> di Kaneto Shindo (dove una suocera per gelosia di una nuora indossa una maschera diabolica che si sostituirà al volto). Diventato film in francese nel <strong>2005</strong> (<em>L&#8217;Annulaire</em>, <em>The Ringfinger</em>) diretto da Diane Bertrand con la &#8220;bond girl&#8221; Olga Kurylenko e poi proiettato in molti festival internazionali (in quello di Edimburgo Diane Bertrand ha detto che non era sicuro di aver capito il libro). Pubblicato in Italia da Adelphi per la collana Piccola Biblioteca nel <strong>2007</strong>, quando un terremoto magnitudo <strong>6,8 </strong>ha colpito il nord-ovest del Giappone, uccidendo <strong>10</strong> persone, ferendone più di <strong>900 </strong>e facendo tremare i grattacieli, le strade e i ponti di Tokyo.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1305" title="ogawa" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/ogawa.jpg" alt="" width="200" height="420" /> La ragazza protagonista e narratrice de <em>L&#8217;anulare </em>è assunta per  accogliere con professionalità ed ascoltare i clienti di un laboratorio  creato da un uomo di mezza età, il signor Deshimaru, nella sede di un  ex collegio femminile. In questo spettrale edificio i due dovranno  catalogare e conservare degli oggetti e tramutarli in &#8220;esemplari&#8221; con lo  scopo di far separare i &#8220;clienti&#8221; da ciò che hanno irrimediabilmente  perduto.</p>
<p>La giovane di cui non si sa il nome deve così affidare al laboratorio  inaccessibile del signor Deshimaru <strong>3</strong> funghi raccolti fra le ceneri  dell&#8217;incendio in cui una ragazzina ha perso i genitori, le ossa di un  padda caro a un vecchietto, la musica ricevuta dal fidanzato di  una <strong>30</strong>enne che non riesce a dimenticare, una cicatrice sulla  guancia, <strong>1 </strong>becher con dentro <strong>1</strong> campione di sperma&#8230;</p>
<p>In realtà anche lei nella fabbrica di bibite dove lavorava  precedentemente ha perduto l&#8217;ultima falange dell&#8217;anulare sinistro che, si  sa, gli antichi romani o egizi credevano fosse il punto di partenza della  vena che arriva al cuore, veicolo quindi dei sentimenti.</p>
<p>In maniera graduale l&#8217;eroe della vicenda diventa il mondo chiuso e  silenzioso del complesso che inghiottisce l&#8217;impiegata nei suoi meandri  amniotici. Il disagio e la repellenza verso questo enorme edificio  montano inesorabilmente di pari passo con la capacità di Ogawa Yoko di dipingere atmosfere e descrivere nell&#8217;essenziale uomini e cose, oscillando tra il detto e il non detto, tra il fantastico e l&#8217;accaduto. Si varcano i confini dell&#8217;erotismo e del feticismo; la scrittura è lineare e pura nella sua essenzialità, ma in filigrana c&#8217;è il segno di un evento catastrofico. Le parole sono scelte con precisione certosina: pochi aggettivi, abolite le metafore e monologhi interiori. Si va avanti per accumulo di dettagli e i personaggi trasmettono la sensazione di non conoscere il motivo delle loro azioni.</p>
<p>Le piccole e numerosissime stanze si riempiono di oggetti catalogati. Si aspetta la morte delle uniche <strong>2</strong> decrepite inquiline:la suonatrice di pianoforte del <strong>309</strong> e l&#8217;ex centralinista ora febbrile lavoratrice a maglia del <strong>223</strong>. L&#8217;unico luogo non adibito a laboratorio è l&#8217;ex sala da bagno del collegio, che diventa l&#8217;alcova per gli incontri amorosi tra la giovane e il maturo professore. Il mondo fuori non esiste più. Il calzolaio che va a trovare è lo stesso delle ossa di padda e che poi ha confezionato dellle scarpe magiche (dono del signor Deshimaru) che si impossessano dei piedi di chi le indossa. La ragazza che vuole conservare la cicatrice è la stessa dei <strong>3</strong> funghi e scompare nel laboratorio, attesa invano e con gelosia.</p>
<p>Della segretaria che ricomincia da capo la sua vita dopo l&#8217;incidente al dito si sa solo quello che in tono grottesco e surreale osserva e ciò che sente nelle sue alienate riflessioni. Sfugge ad ogni caratterizzazione sociale, in una società come quella giapponese dove l&#8217;appartenenza a gruppi e subculture con riti e simboli precisi è molto ghettizzante. Non appartiene alle &#8220;Bambine per bene&#8221; per cui l&#8217;emancipazione non è una loro aspirazione; non fa certo parte delle ragazze &#8220;Kawai&#8221;con una personalità più matura e femminile ma che si esprime attraverso la cura di ogni piccolo particolare del look; non può nemmeno essere considerata una &#8220;Provocatrice stravagante&#8221; che cura ogni dettaglio per sfidare i tabù della società giapponese tradizionale.</p>
<p>Di qualsiasi gruppo si metta a confronto non ha il denominatore comune della scelta del lavoro <img class="alignright size-full wp-image-1301" title="anulare" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/anulare.jpg" alt="" width="236" height="206" />come esperienza per sentirsi adulta e responsabile: la sua occupazione è meccanica, noiosa e senza possibilità carrieristica. Nemmeno presenta la caratteristica comune di scegliere un fidanzato che, anche nelle ragazze più stravaganti, deve portare alla conquista di una certa serenità conformista: accetta supinamente le profferte sessuali di un attempato superiore.</p>
<p>Le rimane solo di assolvere alle procedure consuete del suo lavoro di catalogazione e di usare un numero di registrazione(ad esempio il <strong>26-F30999</strong>). Si capirà alla fine (o forse no) cosa lasciare al laboratorio.</p>
<p>Anche a me non rimane nel giorno di compleanno di Ogawa Yoko che chiudere la mano per nascondere il mio regalo e bussare alla porta del suo laboratorio.</p>
<p>Buona lettura</p>
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		<title>Libera i miei nemici &#8211; Rocco Carbone &#8211; Mondadori</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Oct 2008 15:27:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari altroquandiani, è questo un libro da leggere soprattutto per chi si è appassionato da sempre alla storia italiana e agli anni del terrorismo ma che vuole trovare anche pagine ben scritte che secondo me]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Recensione di:<br />
<strong>R</strong><strong>occo Carbone, Libera i miei nemici</strong><span><strong>, Mondadori</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: auto;" align="right"><strong><img class="alignnone size-full wp-image-910" title="8804538031" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/8804538031.jpg" alt="" width="200" height="309" />&#8230;..di Marco Chieffa</strong></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Cari altroquandiani, è questo un libro da leggere soprattutto per chi si è appassionato da sempre alla storia italiana e agli anni del terrorismo ma che vuole trovare anche pagine ben scritte che secondo me rimandano alla lezione di uno scrittore come Silone. E poi c’è un finale a sorpresa.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>Come ogni grande romanzo <em>Libera i miei nemici</em><span> di Rocco Carbone non ha solo una tesi da dimostrare: come è labile il concetto di nemico per la generazione degli anni di piombo.</span></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>Non è solamente la descrizione di un ambiente: il carcere femminile nel quale il protagonista Lorenzo è insegnante volontario, quando non fa il collaboratore per un Dizionario Enciclopedico.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>La vicenda segue alternativamente il Lorenzo odierno, solitario e metodico, che cerca di coinvolgere nelle sue lezioni e far tornare alla vita Lucia Adavastro, una terrorista indurita da una reclusione ventennale senza aver usufruito di permessi e benefici di legge; e il Lorenzo del passato, diciottenne pieno di ideali che vive il suo amore per Francesca, la dolce compagna di scuola che viene dalla provincia e vive con lui i giorni dell&#8217;occupazione e del fermento rivoluzionario.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>Non si tratta di una narrazione pura, nel senso che in filigrana traspare uno scopo di denuncia e protesta come tensione verso un fine superiore. Proprio il carattere &#8220;spurio&#8221; di questo libro è in realtà la sua forza, il segno di una ricerca che gli dà una forza di suggestione che talora s’identifica con la poesia. Si tratta della poesia che traluce in piccoli gesti, in situazioni improvvisamente cariche di significati, in atteggiamenti che dissimulano pudicamente realtà ben definite.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>E&#8217; come se Rocco Carbone traduca la passione morale al di sopra delle contingenze storiche e dentro l&#8217;eterna sostanza dell&#8217;uomo.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>Si avverte la lezione di uno scrittore come Ignazio Silone che diceva: &#8220;Lo scrivere non è stato, e non poteva essere, per me, salvo in qualche raro momento di grazia, un sereno godimento estetico, ma la penosa e solitaria continuazione di una lotta&#8230; E le difficoltà con cui sono talvolta alle prese nell&#8217;esprimermi, non provengono certo dall&#8217;inosservanza delle famose regole del bello scrivere, ma da una coscienza che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse inguaribili, e che tuttavia, ostinatamente, esige la propria integrità&#8221;.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>La tensione morale e la netta denuncia non disdegnano situazioni &#8220;romantiche&#8221; che si allargano in vicende d&#8217;affetto e d&#8217;amore inteso anche come sentimento idillico.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>Ecco allora spuntare su una spiaggia il missile-giocattolo che sforna ciambelle buone da mangiare e ricordare, tulipani portati in cella ma mai recapitati, lettere appassionate scritte al fratello minore in crisi mai inviate, moduli da compilare nelle lezioni con la casella della pena appositamente non riempita, gite in montagna con la neve che sembra gioiosa cornice d&#8217;amore, <em>L&#8217;enigma di Kaspar Hauser</em><span> di Herzog visto nei cineclub degli anni &#8216;70.</span></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>Accanto rimangono però i personaggi che incarnano una tesi, pur avendo una vita narrativa propria che s’inserisce in un impianto corale: Laura che si uccide vittima di una legge sull&#8217;amnistia colpevolmente rimandata, Catapano detenuto scansato e picchiato per una colpa mai scontata del tutto.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>Al centro c&#8217;è Lorenzo che forse offre anima e corpo alla sua missione d’insegnante volontario come modo per non pensare a se stesso, che altresì ha il dono di guardare una donna non come una detenuta ma come se fosse incontrata in una circostanza normale.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>Lui riesce dolorosamente ad evolvere il suo pensiero, a non considerare, come nel passato, nemico chi sta dall&#8217;altra parte della barricata anche se non si conosce ma solo perchè vuole cose diverse da te. La discriminante vera, la divisione incolmabile è tra chi usa la violenza e chi non è capace di fare del male, tra chi uccide e chi è ucciso.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"><span>   </span>Rocco Carbone ci lascia questa eredità e questo interrogativo. Sta a noi coglierlo e svilupparlo.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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