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	<title>Altroquando &#187; adelphi</title>
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	<description>Libreria di Cinema. A Roma.</description>
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		<title>Roberto Bolaño – I dispiaceri del vero poliziotto, Adelphi –19 €</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 17:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In "I dispiaceri del vero poliziotto", romanzo postumo di Roberto Bolaño appena pubblicato da Adelphi, ritroviamo alcuni personaggi già conosciuti in 2666 e in altri scritti del geniale cileno. Come il professor Amalfitano, protagonista dell'estratto che vi proponiamo. Buona lettura!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9029" title="bolan" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/bolan.jpg" alt="" width="200" height="186" />Quella sera, dopo aver riletto quattro o cinque volte la lettera, Amalfitano non poté rimanere in casa. Si mise una giacca leggera e uscì a camminare. I suoi passi lo portarono in centro, dove vagò nella piazza in cui la statua del generale Sepùlveda voltava le spalle ricambiato al gruppo scultoreo che celebrava la vittoria del popolo di Santa Teresa sui francesi, e poi si infilò in un quartiere che, malgrado fosse a due isolati dal centro, riuniva in sé – e mostrava – ogni stigma, ogni segno di povertà, squallore e pericolo. La zona rossa.<br />
Quel nome divertiva Amalfitano con un misto di amara tenerezza; anche lui, nel corso della sua vita, aveva conosciuto zone rosse. I quartieri operai, i “cordoni industriali”, prima, i luoghi liberati dalla guerriglia, dopo. Chiamare zona rossa un quartiere di puttane, tuttavia, gli sembrava azzeccato e si domandò se anche quelle lontane zone rosse della sua gioventù non fossero state enormi quartieri di puttane camuffati con la Retorica e la Dialettica. Luoghi di puttane invisibili, splendore di papponi e poliziotti, tutto il nostro sforzo, la nostra lunga rivolta carceraria.<br />
Di colpo si sentì triste e anche affamato. Contro ogni avvertenza e cautela di genere gastrointestinale si fermò da un venditore ambulante, all’angolo fra avenida Guerrero e General Mina, e comprò un panino al prosciutto e del tè all’ibisco che, nella sua fervida immaginazione, era simile al nettare di gelsomino o al succo di fiori di pesco cinesi della sua infanzia. Com’erano saggi, accidenti, com’erano delicati questi messicani, pensò mentre assaporava uno dei migliori panini della sua vita: fra il pane e il pane, panna acida, salsa di fagioli neri, avocado, lattuga, pomodoro o <em>jitomate, </em>tre o quattro pezzetti di peperoncino <em>chipotle, </em>e una sottile fetta di prosciutto, l’elemento che dava nome al panino e allo stesso tempo il meno importante. Come una lezione di filosofia. Filosofia cinese, è chiaro! pensò. Il che lo portò a ricordare quei versi del <em>Tao te ching</em>: “La loro identità è il mistero / E in questo mistero / si trova la porta di tutte le meraviglie”. Qual’era l’identità di Padilla? Pensò allontanandosi dal venditore ambulante e dirigendosi verso una grande insegna luminosa a metà di calle Mina. Il mistero, la meraviglia di essere giovane e non aver paura e di colpo averla. Ma aveva davvero paura, Padilla? o le manifestazioni che Amalfitano interpretava così erano segno di qualcos’altro? L’insegna, a grandi lettere rosse, annunciava la cantante di <em>rancheras</em> Coral Vidal, una seduta di streap-tease comunicativo e il famoso mago Alexander. Sotto la pensilina all’ingresso, in un brulichio di gente insonne, vendevano sigarette, droghe, frutta secca, riviste e giornali di Santa Teresa, Città del Messico, California e Texas. Mentre pagava un quotidiano della capitale, me ne dia uno qualunque, aveva detto all’edicolante, mi dia l’”Excélsior”, un bambino gli tirò la manica.<br />
Amalfitano si voltò. Era un bambino bruno, magro, sugli undici anni, con indosso una felpa gialla con l’emblema dell’Università del Wisconsin e dei pantaloncini sportivi. Venga con me, signore, mi segua, insisté il bambino davanti alla resistenza iniziale di Amalfitano. Qualcuno si era fermato a guardarli. Alla fine decise di obbedire. Il bambino s’infilò in una strada laterale piena di caseggiati che sembravano sul punto di crollare. I marciapiedi erano invasi da automobili parcheggiate male o, a giudicare dalle loro pietose condizioni, abbandonate dai proprietari. Dall’interno di certe case arrivava un guazzabuglio di televisioni a tutto volume e voci irate. Amalfitano contò fino a tre insegne di pensioni. I nomi gli parvero pittoreschi, ma non quanto l’insegna di calle Mina. Cosa significava <em>streap-tease comunicativo</em>? Che si spogliavano anche gli spettatori o che la spogliarellista annunciava a voce alta gli strumenti che poi si sarebbe tolta?<br />
Di colpo la strada rimase in silenzio, come ripiegata su se stessa. Il bambino si fermò tra due automobili particolarmente sgangherate e guardò Amalfitano negli occhi. Lui, finalmente, capì e scosse la testa. Poi forzò un sorriso e disse no,no. Tirò fuori di tasca una banconota e gliela mise in mano. Il bambino prese la banconota e se la infilò in una delle scarpe da ginnastica. Quando lo vide chinarsi Amalfitano ebbe l’impressione che un raggio di luna gli illuminasse la schiena piccolina e ossuta. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. <em>La loro identità è il mistero</em>, ricordò. E ora? disse il bambino. Ora te ne vai a casa a dormire, disse Amalfitano e si rese immediatamente conto della stupidità del rimprovero. Mentre si avviavano, stavolta uno accanto all’altro, s’infilò la mano in tasca e gli diede altri soldi. Ehi, grazie, disse il bambino. Così questa settimana ceni, disse Amalfitano con un sospiro.<br />
Prima di lasciare la strada sentirono dei gemiti. Amalfitano si fermò. Non è nulla, spiegò il bambino, vengono da lì, è la Llorona. La mano del bambino indicò la soglia di una casa in rovina. Amalfitano si avvicinò esitante. Nel buio dell’androne si sentirono di nuovo i gemiti. Venivano dall’alto, da uno dei piani superiori. Il bambino gli stava accanto e gli indicava il punto, Amalfitano fece pochi passi nell’oscurità e non osò proseguire. Tornando indietro vide il bambino in piedi, in equilibrio sulle macerie. E’ la matta della strada che muore di Aids, disse guardando distrattamente i piani superiori. Amalfitano non fece alcun commento. In calle Mina si separarono. […]</p>
<p><strong>Roberto Bolaño, <em>I dispiaceri del vero poliziotto</em>, Adelphi, 19 €</strong></p>
<p>Il sogno di ogni vero lettore non è forse di ritrovare, anche solo per poco, i personaggi di un libro che ha appassionatamente amato? Ebbene, lo vedrà realizzarsi, per la prima volta, in questo romanzo, dove riappaiono alcuni dei personaggi di <em>2666</em>. Per poterli incontrare di nuovo, però, dovrà accettare il rischio di intraprendere un viaggio quasi iniziatico, all’interno di una foresta in cui le piste si confondono e si aggrovigliano. Ma il vero lettore non esiterà, e si trasformerà lui stesso nel vero poliziotto del titolo: colui che (come Bolaño) &#8220;cerca invano di mettere ordine in questo dannato romanzo». Inoltrandosi dunque nella trama fittissima e imprevedibile di queste pagine, scoprirà, per esempio, che il professor Amalfi­tano è approdato in Messico dopo essere stato espulso dall&#8217;Università di Barcellona per omosessualità, e ne conoscerà il nuovo amante, un irresistibile falsario di dipinti di Larry Rivers (mentre dell’ex amante, un poeta malato di Aids, leggerà le impagabili lettere); e rivedrà anche l’incan­tevole Rosa Amalfitano, di cui sembra innamorarsi il poliziotto Pedro Negrete, incaricato di indagare sul professore insieme allo scherano Pancho, erede di una dinastia di donne violate&#8230; Nel frattempo si lascerà sedurre, il vero lettore, da digressioni letterarie impertinenti, classifiche irriguardose, biografie fittizie, atmosfere inquietanti, sogni rivelatori. Con l&#8217;im­per­tur­babile senso del ritmo e la dovizia visionaria delle sue storie, Bolaño saprà i­pnotizzare il suo lettore-po­liziotto, imponendogli un modo di raccontare nuovo e sorprendente. Sicché, alla fine, l&#8217;unico «dispiacere» che quegli proverà sarà di vedere i personaggi, già da sempre in fuga, sottrarsi ancora una volta: come se, terminato il libro, «saltassero letteralmente fuori dall&#8217;ulti­ma pagina e continuassero a fuggire».<br />
(dalla prima di copertina)</p>
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		<title>Mentre morivo – William Faulkner – Adelphi – €10</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 14:42:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Mentre Morivo, pubblicato da William Faulkner nel 1930, lo scrittore americano perfeziona la struttura narrativa avanguardistica che già era ne L’urlo e il furore, apparso l’anno precedente...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="alignleft size-full wp-image-7658" title="buonvecchiofaulk" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/buonvecchiofaulk.jpeg" alt="" width="197" height="256" />In <strong><em>Mentre Morivo</em></strong>, pubblicato da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/William_Faulkner">William Faulkner</a> nel 1930, lo scrittore americano perfeziona la struttura narrativa avanguardistica che già era ne <strong><em>L’urlo e il furore</em></strong>, apparso l’anno precedente. Perno dell’opera faulkneriana di questo periodo è l’utilizzo del flusso di coscienza, sulla scia di scrittori europei come <strong>Joyce</strong> e <strong>Woolf</strong>, molto amati da Faulkner. Tecnica che come detto già appariva ne <strong><em>L’urlo e il furore</em></strong>, diviso in quattro capitoli strutturati come altrettanti monologhi corrispondenti al punto di vista dei principali protagonisti. Faulkner raggiunge qui altezze vertiginose, basti pensare al capitolo dedicato a Benjy, poetico monologo di un trentenne ritardato mentale, stupefacente tentativo di rendere in letteratura l’esperienza di una realtà disorta e oscura, filtrata attraverso categorie e simboli propri di una percezione infantile, quasi animalesca e puramente istintuale, delle cose.<br />
In <strong><em>Mentre Morivo</em></strong>, ambientato nella contea di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Yoknapatawpha">Yoknapatawpha</a>, i capitoli sono invece ben 59. Ognuno di essi porta il nome del personaggio che di volta in volta “parla”. La storia narrata è abbastanza semplice: una famiglia di poveri contadini, padre e cinque figli, deve trasportare la bara di Addie, la madre, nella città di Jefferson per una degna sepoltura, secondo le volontà della defunta. Il viaggio che viene così intrapreso, quanto mai accidentato, assume di volta sfumature tragiche, epiche e grottesche.<br />
Ciò che stupisce del capolavoro faulkneriano è proprio la struttura narrativa, la giustapposizione di molteplici voci narranti che, nel giro di pochissime pagine, smontano e rimontano la stessa vicenda da diverse prospettive. Memorabile è, ad esempio, la sequenza dell’attraversamento del fiume con annessa bara, climax emotivo del libro.<br />
Come già ne <strong><em>L’urlo e il furore</em></strong>, forte è la componente di follia, incarnata dal personaggio di Darl, reduce dalla Grande Guerra. Il “folle” Darl, alla fine lasciato in paese rinchiuso in un manicomio, è la voce narrante principale, in primo piano per un terzo del romanzo. Il suo sguardo deviato, che lo rende eccentrico rispetto al mondo circostante e perciò chiamato matto, è forse lo sguardo dell’artista (Faulkner) lucidamente impazzito, bombardato dalle migliaia di stimoli del mondo esterno trasfigurato iperrealisticamete sulla pagina.<br />
Invece i capitoli in cui la voce è quella di Vardaman, il più piccolo della famiglia, rendono conto di un’esperienza del reale che, come quella di Benji, avviene tramite elementi simbolici, mitici, esprimendo insieme un deficit linguistico e il tentativo di dare un nome alle cose, ricondotte alla loro essenza pre-razionale.<br />
Proprio da Vardaman è preso l’estratto che vi proponiamo, momento centrale del capolavoro di William Faulkner.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-7663" title="faulkner-dying" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/faulkner-dying-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><em>VARDAMAN<br />
</em></p>
<p style="text-align: left;"><em>Cash tentava ma lei è cascata di fuori e Darl è saltato finendo sotto e Cash che urlava di prenderla e io che urlavo correvo e urlavo e Dewey Dell che mi urlava Vardaman ehi vardaman ehi vardaman e Vernon mi è passato oltre perché la vedeva venir su e lei si è ributtata in acqua e Darl ancora non l’aveva presa</em><br />
<em>È venuto su a vedere e io urlavo prendila Darl prendila e lui non è tornato perché lei era troppo pesante lui doveva continuare a cercare di prenderla e io che urlavo prendila darl prendila darl perché nell’acqua lei andava più forte di un uomo e Darl doveva cercarla a tentoni sicchè ho capito che sarebbe riuscito a prenderla perché lui acchiappa meglio di tutti anche coi muli di mezzo si sono tuffati venendo fuori un’altra volta ruotando le zampe rigide roteando giù un’altra volta e ora a schiena in su e Darl doveva un’altra volta perché lei nell’acqua andava più forte di un uomo o di una donna e ho passato Vernon e non voleva entrare in acqua a aiutare Darl non voleva cercarla a tentoni con Darl lo sapeva ma non voleva</em><br />
<em>I muli si sono tuffati venendo fuori un’altra volta tuffando le zampe rigide con le zampe rigide che ruotavano lente e poi Darl un’altra volta e io che urlavo prendila darl spingila a riva darl e Vernon non dava una mano e poi Darl ha schivato i muli quando ha potuto ce l’aveva sott’acqua venendo verso riva venendo lento perché nell’acqua lei faceva resistenza per restare sott’acqua ma Darl è forte e veniva lento sicchè ho capito che ce l’aveva perché veniva lento e sono corso in acqua per dare una mano e non riuscivo a smettere di urlare perché Darl era forte e la teneva saldo sott’acqua anche se lei faceva resistenza non la asciava andare mi vedeva e la teneva e ora era tutto a posto ora era tutto a posto ora era tutto a posto</em><br />
<strong><em>Poi lui esce dall’acqua. Esce su lento parecchio prima delle mani ma deve averla deve averla se no come faccio a sopportarlo. Poi le sue mani vengono su e tutto quanto lui fuori dall’acqua. Non riesco a smettere. Non ho il tempo di provarmici. Ci proverò quando posso ma le sue mani sono venute fuori dall’acqua vuote vuotando l’acqua vuotandola</em></strong><br />
<em>“Dov’è la mamma, Darl?” ho detto. “Non l’hai presa. Lo sapevi che è un pesce ma te la sei lasciata scappare. Darl. Darl. Darl”. Ho cominciato a correre lungo la riva, guardando i muli che si tuffavano fuori lenti un’altra e poi giù un’altra volta.</em></p>
<p style="text-align: left;"><strong><em>Mentre morivo</em>, William Faulkner, Adelphi, €10</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ti ucciderò, mia capitale – Giorgio Manganelli – Adelphi – €25</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2011 14:38:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mia capitale]]></category>
		<category><![CDATA[ti ucciderò]]></category>

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		<description><![CDATA[un estratto da "Ti ucciderò, mia capitale", racconto di Giorgio Manganelli contenuto nell'omonima raccolta di scritti edita da Adelphi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">La prima volta che cercai di ucciderla, pensai che dovesse essere per fuoco e ferro. Saccheggiarla come una città, scendere su di lei con ali di metallo, sganciare bombe inesatte ma largamente letali sulle vie, le piazze, le sedi dei partiti, i focolari, farla una distesa di cadaveri d’infanti, di donne, di vecchi. Colpire, con una forbice lanciata su di un fondale, i rifugi dei vecchi, seminare i morti senili, come mirtilli grigi di polvere. M’ero disegnato il suo corpo come una mappa, con vene di strade e arterie di ramblas e avenues carotidee e i crescentes capezzolati e le esedre genitali. Poi scatenavo la grande ombra della mano sopra la pianta, la mappa, e quella imitazione di falco diffondeva dovunque il brivido, il terrore, l’angoscia, udivo il clamore inane delle sirene d’allarme, vedevo affollarsi le strade di popolazione in fuga. I plebei, abitanti tra le dita dei piedi, attorno ai calcagni hanno piantato una tendopoli di provvisori contenitori per abitanti. I sovversivi hanno il loro quartiere malfamato nelle pieghe del pube o nelle pelurie delle ascelle; ma dai denti, dalle belle padiglionate orecchie, nelle lisce colline dei seni, Parioli e Tibidabo, vedo sfrecciare le belle, grandi macchine dei potenti, degli ecclesiastici, le famiglie, con bonne svizzera, dei ricchi. Il suo ventre è cosparso di giornali, si spengono i fanali, perfino l’ombelico, sede del governo del parlamento, noto per la bella pindarità intellettuale che l’affolla, le donne bellissime della donna bellissima, l’ombelico e silenzioso e stralunato: io mi abbasso, l’ombra della mano si fa più grande, e appunto lì, nell’ombelico dell’ombelico, io punto all’ironia pelosa del dito di metallo. “No” mi disse “ma qui; alla tempia”. “Le Tuileries” aggiunse dopo una pausa “la reggia”. Si accarezzò col polpastrello, signore di moltitudini, la bella tempia, invito di intimo scalone, onoranza dell’ospite, pronao del templum, ascensore al témenos.<br />
Colui davanti a cui mi trovavo era infinitamente alto, da trenta a quaranta volte più alto di me, ma così benevolmente retrattile da giungere alla mia misura, o quasi, giacchè mi parlava con la sua voce roca e tenera, talora da dieci, talora da cinque, talora da soli due metri al di sopra di me. Ma sapeva, all’occorrenza, sfrecciare verso il soffitto – poiché certo v’era un soffitto, giacchè non fu dato di scorgere costellazioni – per aprire certe sue scatole grandi come continenti, e trarne fuori oggetti incredibilmente minuti che reggeva in certe sue dita che gli si innestavano sui polpastrelli delle altre; e mi parve che anche codeste minori dita reggessero tutta una serie di chele, prense, molle, pinze, con cui egli maneggiava oggetti minimi e massimi, palle da tennis e presse idrauliche. Avvolto nella seta di una vestaglia lavorata come un obelisco, aveva un aspetto lievemente inconsueto – così poco impiegatizio – ma per nulla intimidatorio. Dalla mia posizione, mi era dato scorgere il suo enorme spazio corporale percorso da carovane di essere diversi da me per statura, ma affatto simili per forma; lunghe carovane che percorrevano quella mappa affidandosi forse agli ingannevoli segni della veste, o forse al pulsare della carne che essi dovevano avvertire, o forse ai messaggi di altre carovane che procedevano sul corpo, direttamente. Talora, ai suoi gesti alti e solenni, vedevo cadere per l’aria minuscoli cammelli, e uomini in turbante scuotere le minuscole braccia. Cadevano di là dal banco, verso il basso, nelle tenebre dove forse era loro consentito di tentare una vita meno improbabile e ambiziosa.</p>
<p style="text-align: center;">Egli mi consegnò, tratta da una scatola fatta di foresta nemmeno lavorata, ma tenuta assieme con lava collosa, una Preziosa Rivoltella. Piccola: che egli maneggiò ne sono certo, con pinze inserite sull’indice del mignolo; mi consegnò, come un parvolo “le sparerai alla tempia, mentre dorme; così” […]</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-7491" title="manganelli" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/manganelli.jpeg" alt="" width="200" height="149" /></p>
<p style="text-align: left;"><strong><em>Ti ucciderò, mia capitale</em>, di Giorgio Manganelli, Adelphi, €25</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>INCIPIT</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 12:21:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[isbn]]></category>
		<category><![CDATA[Jedediah Berry]]></category>
		<category><![CDATA[tom mccarthy]]></category>
		<category><![CDATA[William S. Burroughs]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli incipit di alcuni libri da poco usciti che ci attizzano alquanto...
Manuale di investigazione - Jedediah Berry - Adelphi
Uomini nello spazio - Tom McCarthy - Isbn
Il biglietto che esplose - William S. Burroughs - Adelphi
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Manuale di investigazione -Jedediah Berry - Adelphi</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-2142" title="manualediinvestigazionecop" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/manualediinvestigazionecop.jpg" alt="" width="280" height="439" /></p>
<p style="text-align: center;">Uno<br />
il pedinamento</p>
<p><em>Durante il pedinamento, il detective esperto non si fa notare, ma non perché è un tipo ordinario. Piuttosto perché da l&#8217;impressione di doversi trovare lì, come l&#8217;ombra della persona pedinata.</em></p>
<p><em></em></p>
<p>Onde evitare che i dettagli vengano scambiati per indizi, si sappia che Mr. Charles Unwin, da una vita residente in questa città, ogni giorno andava a lavoro in bicicletta, anche quando pioveva. Aveva escogitato un metodo per tenere aperto l&#8217;ombrello mentre pedalava, agganciando il manico al manubrio. Tale metodo comprometteva la manovrabilità della bicicletta e riduceva il campo visivo di Unwin, ma se il suo programma quotidiano includeva una visita non uffiaciale a Central Terminal per regioni non ufficiali, allora certi rischi erano inevitabili.<br />
Sebbene di per sé non appariscente, come ciclista e ombrelloforo Unwin veniva decisamente notato. Al trillo del suo campanello, frotte di pedoni si facevano da parte, le madri stringevano a sé i bambini, e i bambini sbalordivano al suo maestoso passaggio. Agli incroci evitava di guardare negli occhi i conducenti dei veicoli a motore, per non dar l&#8217;impressione di voler lasciare loro la precedenza. Quel giorno era in ritardo. Aveva bruciacchiato il porridge, sbagliato cravatta, e per poco non dimenticava l&#8217;orologio da polso, tutto per via di quel sogno poco prima di svegliarsi, un sogno che ancora lo turbava e lo distraeva. [...]</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Uomini nello spazio - Tom McCarthy -Isbn</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-2143" title="uomininellospazio" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/uomininellospazio.jpg" alt="" width="339" height="515" /></p>
<p>Ecco Anton Markov, seduto a un tavolo, che passa il dito attorno al bordo di un piattino mentre guarda il suo compatriota Koulin che attraversa la sala del Malostranskà Kavàrna con falcate decise. Koulin avanza a passi elastici, saltellanti. Con le braccia e i fianchi gira intorno alle sedie e ai tavoli. Fa una giravolta da pattinatore sul ghiaccio per indietreggiare leggero di due passi e schivare la cameriera, una ragazza sulla ventina. Gli specchi a muro, su entrambi i lati della porta da cui è appena emerso, quella che porta ai bagni, riproducono l&#8217;evento in versione tripla: tre Koulin, da davanti, da sinistra e da destra, come nelle foto segnaletiche della polizia. Si vedono anche tre cameriere e tre gruppi di avventori sullo sfondo. Guardando la scena che si moltiplica, Anton ricorda i tempi in cui faceva l&#8217;arbitro in Bulgaria: il trucco era vedere tutte quelle maglie praticamente identiche, le corse ripetute, gli scatti improvvisi, i cambi di ruolo e le inversioni di fronte, come se fossero un unico movimento, parti di un sistema modulare che bisognava osservare come se ci si trovasse al suo esterno, o al di sopra, o da qualche altra parte.</p>
<p>&#8220;Be&#8217;, allora&#8221; dice Koulin, appoggiandosi allo schienale e stendendo un braccio sul termosifone che aveva alle spalle &#8220;la casa di quello jugoslavo è nel quarto distretto di Praga, vicino a Nusle. Abita al quarto piano. Io e Milachkov abbiamo pensato di spaventarlo minacciando di buttarlo giù dalla finestra. Così andiamo là e ci apre la porta proprio lui, in accappatoio. Dovevano essere le dieci di mattina. Mila lo stende e poi lo raccogliamo, uno per parte, e lo portiamo vicino alla finestra. Ma, mentre ce lo portiamo, dalla camera da letto esce una ragazza. E, indovina un po&#8217;?&#8221;</p>
<p>Mi perfora con lo sguardo dall&#8217;altro lato del tavolo, le guance rosse per l&#8217;esaltazione.</p>
<p>&#8220;Cosa?&#8221; chiede Anton.</p>
<p>&#8220;E&#8217; nuda&#8221; gli risponde Koulin. &#8220;Bel corpo, davvero. Peletti neri lungo la schiena. Tettine rotonde. Quando ci vede si mette a piangere e a gridare &#8220;Non fategli del male! Vi prego, non fategli del male!&#8221;. Io comincio a spiegare che non vogliamo fargli niente, ma deve dei soldi a Ili per le sigarette che vende sul suo territorio, però lei continua a piangere e urlare. Lo jugoslavo è tutto calmo perché è stordito per il pugno che ha preso da Mila, quindi non crea problemi, ma la ragazza sta montando un casino. E poi&#8230;&#8221; Sposta il braccio. &#8220;E&#8217; un po&#8217; difficile spiegare questo pezzo esattamente come è successo&#8230; Be&#8217;, la tipa si è pisciata addosso. Ma quello che ho notato io era una specie di gocciolio&#8230; no, balle, non era un gocciolio: era un po&#8217; come se le fosse scoppiata una sacca proprio all&#8217;interno della gamba. Una sacca che prima non c&#8217;era. O come un gavettone che esplode. Un&#8217;unica massa solida. Almeno, era solida finché non ha toccato il pavimento, uno di quei pavimenti a incrocio, tutti di legno, com&#8217;è che si chiamano? &#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Parquet.&#8221;</p>
<p>&#8220;Giusto. Finché non ha toccato il il parquet. Poi si è rotta. Davvero strano. Siccome era nuda, non c&#8217;era niente a interrompere la caduta. E la ragazza, quella bella ragazza nuda, ci stava sopra, gridando. Non so neanche se si è accorta di quello che aveva appena fatto&#8230;&#8221;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Il biglietto che esplose - William S. Burroughs - Adelphi</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-2144" title="bigliettocheesplose" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/bigliettocheesplose.jpg" alt="" width="250" height="395" /></p>
<p>&#8220;Visto che azione, B.J.?&#8221;</p>
<p>E&#8217; un viaggio lungo. A bordo ci siamo solo noi. Perciò abbiamo imparato a conoscerci così bene che il suono della sua voce e il guizzo della sua immagine sopra il registratore mi sono familiari quanto i miei movimenti intestinali il suono del mio respiro il battito del mio cuore. Non che ci amiamo e nemmeno ci piaciamo. Anzi non lo guardo mai se non con occhi assassini. E lui non mi guarda mai se non con occhi assassini. Assassinio sotto una lampada a carburo a Puya fuori piove il posto e fradicio bevo aguardiente con tè alla cannella per eliminare quel gusto di cherosene mi ha dato dell&#8217;alcolizzato figlio di puttana ed eccolo lì dall&#8217;altra parte del tavolo pieno di graffi e grondante sangue con un coltello appena usato&#8230; seduto intorpidito e inerte su una sdraio dopo aver letto la pagina dei fumetti sul domenicale del mese scorso &#8220;le barzellette&#8221; le chiamava lui e leggeva ogni singola parola a volte ci metteva un&#8217;ora buona lungo un fiume gonfiato dalle maree in Messico assassinio lento nei suoi occhi forse dieci quindici anni più tardi vedo la mossa che aveva fatto allora era uno scacchista dilettante se la cavava bene in realtà gli prendeva quasi tutto il tempo libero ma ne aveva da vendere. Una volta gli avevo chiesto se voleva sfidarmi mi aveva guardato e sorriso e detto: &#8220;Ti faccio fesso ogni volta che mi gira&#8221;.</p>
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		<title>Ogawa Yoko &#8211; L&#8217;anulare &#8211; Adelphi</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 11:09:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Ogawa Yoko]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[C'è una data che bisogna segnare in agenda. E' il 30 marzo 2009, giorno in cui la scrittrice giapponese Ogawa Yoko compie 37 anni. Non bisogna farsi scrupoli nel sottolineare l'età, i giapponesi non si infastidiscono. Mi riprometto anzi di stabilire un contatto con lei nata nel 1962 e di farle un regalo; eppoi i numeri, le sigle e le cifre mi hanno ossessionato nel leggere il suo romanzo breve L'anulare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ogawa Yoko &#8211; L&#8217;anulare &#8211; Adelphi <img class="alignright size-full wp-image-1307" title="occhio1" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/occhio1.jpg" alt="" width="350" height="268" /></strong></p>
<p>C&#8217;è una data che bisogna segnare in agenda. E&#8217; il <strong>30 marzo 2009</strong>, giorno in cui la scrittrice giapponese Ogawa Yoko compie <strong>37</strong> anni. Non bisogna farsi scrupoli nel sottolineare l&#8217;età, i giapponesi non si infastidiscono. Mi riprometto anzi di stabilire un contatto con lei nata nel <strong>1962</strong> e di farle un regalo; eppoi i numeri, le sigle e le cifre mi hanno ossessionato nel leggere il suo romanzo breve <em>L&#8217;anulare</em>.</p>
<p>Scritto nel <strong>1994</strong>, quando usciva il film di Yoshimitsu Morita <em>Kitchen</em> (tratto da Banana Yoshimoto), erano già passati <strong>30</strong> anni dal film <em>Onibaba</em> di Kaneto Shindo (dove una suocera per gelosia di una nuora indossa una maschera diabolica che si sostituirà al volto). Diventato film in francese nel <strong>2005</strong> (<em>L&#8217;Annulaire</em>, <em>The Ringfinger</em>) diretto da Diane Bertrand con la &#8220;bond girl&#8221; Olga Kurylenko e poi proiettato in molti festival internazionali (in quello di Edimburgo Diane Bertrand ha detto che non era sicuro di aver capito il libro). Pubblicato in Italia da Adelphi per la collana Piccola Biblioteca nel <strong>2007</strong>, quando un terremoto magnitudo <strong>6,8 </strong>ha colpito il nord-ovest del Giappone, uccidendo <strong>10</strong> persone, ferendone più di <strong>900 </strong>e facendo tremare i grattacieli, le strade e i ponti di Tokyo.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1305" title="ogawa" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/ogawa.jpg" alt="" width="200" height="420" /> La ragazza protagonista e narratrice de <em>L&#8217;anulare </em>è assunta per  accogliere con professionalità ed ascoltare i clienti di un laboratorio  creato da un uomo di mezza età, il signor Deshimaru, nella sede di un  ex collegio femminile. In questo spettrale edificio i due dovranno  catalogare e conservare degli oggetti e tramutarli in &#8220;esemplari&#8221; con lo  scopo di far separare i &#8220;clienti&#8221; da ciò che hanno irrimediabilmente  perduto.</p>
<p>La giovane di cui non si sa il nome deve così affidare al laboratorio  inaccessibile del signor Deshimaru <strong>3</strong> funghi raccolti fra le ceneri  dell&#8217;incendio in cui una ragazzina ha perso i genitori, le ossa di un  padda caro a un vecchietto, la musica ricevuta dal fidanzato di  una <strong>30</strong>enne che non riesce a dimenticare, una cicatrice sulla  guancia, <strong>1 </strong>becher con dentro <strong>1</strong> campione di sperma&#8230;</p>
<p>In realtà anche lei nella fabbrica di bibite dove lavorava  precedentemente ha perduto l&#8217;ultima falange dell&#8217;anulare sinistro che, si  sa, gli antichi romani o egizi credevano fosse il punto di partenza della  vena che arriva al cuore, veicolo quindi dei sentimenti.</p>
<p>In maniera graduale l&#8217;eroe della vicenda diventa il mondo chiuso e  silenzioso del complesso che inghiottisce l&#8217;impiegata nei suoi meandri  amniotici. Il disagio e la repellenza verso questo enorme edificio  montano inesorabilmente di pari passo con la capacità di Ogawa Yoko di dipingere atmosfere e descrivere nell&#8217;essenziale uomini e cose, oscillando tra il detto e il non detto, tra il fantastico e l&#8217;accaduto. Si varcano i confini dell&#8217;erotismo e del feticismo; la scrittura è lineare e pura nella sua essenzialità, ma in filigrana c&#8217;è il segno di un evento catastrofico. Le parole sono scelte con precisione certosina: pochi aggettivi, abolite le metafore e monologhi interiori. Si va avanti per accumulo di dettagli e i personaggi trasmettono la sensazione di non conoscere il motivo delle loro azioni.</p>
<p>Le piccole e numerosissime stanze si riempiono di oggetti catalogati. Si aspetta la morte delle uniche <strong>2</strong> decrepite inquiline:la suonatrice di pianoforte del <strong>309</strong> e l&#8217;ex centralinista ora febbrile lavoratrice a maglia del <strong>223</strong>. L&#8217;unico luogo non adibito a laboratorio è l&#8217;ex sala da bagno del collegio, che diventa l&#8217;alcova per gli incontri amorosi tra la giovane e il maturo professore. Il mondo fuori non esiste più. Il calzolaio che va a trovare è lo stesso delle ossa di padda e che poi ha confezionato dellle scarpe magiche (dono del signor Deshimaru) che si impossessano dei piedi di chi le indossa. La ragazza che vuole conservare la cicatrice è la stessa dei <strong>3</strong> funghi e scompare nel laboratorio, attesa invano e con gelosia.</p>
<p>Della segretaria che ricomincia da capo la sua vita dopo l&#8217;incidente al dito si sa solo quello che in tono grottesco e surreale osserva e ciò che sente nelle sue alienate riflessioni. Sfugge ad ogni caratterizzazione sociale, in una società come quella giapponese dove l&#8217;appartenenza a gruppi e subculture con riti e simboli precisi è molto ghettizzante. Non appartiene alle &#8220;Bambine per bene&#8221; per cui l&#8217;emancipazione non è una loro aspirazione; non fa certo parte delle ragazze &#8220;Kawai&#8221;con una personalità più matura e femminile ma che si esprime attraverso la cura di ogni piccolo particolare del look; non può nemmeno essere considerata una &#8220;Provocatrice stravagante&#8221; che cura ogni dettaglio per sfidare i tabù della società giapponese tradizionale.</p>
<p>Di qualsiasi gruppo si metta a confronto non ha il denominatore comune della scelta del lavoro <img class="alignright size-full wp-image-1301" title="anulare" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/anulare.jpg" alt="" width="236" height="206" />come esperienza per sentirsi adulta e responsabile: la sua occupazione è meccanica, noiosa e senza possibilità carrieristica. Nemmeno presenta la caratteristica comune di scegliere un fidanzato che, anche nelle ragazze più stravaganti, deve portare alla conquista di una certa serenità conformista: accetta supinamente le profferte sessuali di un attempato superiore.</p>
<p>Le rimane solo di assolvere alle procedure consuete del suo lavoro di catalogazione e di usare un numero di registrazione(ad esempio il <strong>26-F30999</strong>). Si capirà alla fine (o forse no) cosa lasciare al laboratorio.</p>
<p>Anche a me non rimane nel giorno di compleanno di Ogawa Yoko che chiudere la mano per nascondere il mio regalo e bussare alla porta del suo laboratorio.</p>
<p>Buona lettura</p>
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		<title>Pasto Nudo di William S. Borroughs</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jul 2007 15:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[citazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Incipit: Sento sul collo il fiato caldo della Legge, li sento che fanno le loro mosse, piazzano pupe diaboliche come informatori e canticchiano davanti al cucchiaino e al contagocce che butto via alla fermata di Washington Square, salto un cancelletto girevole...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/pasto-nudo-william-borroughs-copertina.jpg" alt="pasto-nudo-william-borroughs-copertina.jpg" /></p>
<p><em>Traduzione di Franca Cavagnoli<br />
</em><br />
Editore: Adelphi Edizioni<br />
Collana: Fabula<br />
Pubblicazione: Settembre 2001<br />
Pagine: 269<br />
ISBN: 88-459-1643-X</p>
<blockquote><p>Incipit: Sento sul collo il fiato caldo della Legge, li sento che fanno le loro mosse, piazzano pupe diaboliche come informatori e canticchiano davanti al cucchiaino e al contagocce che butto via alla fermata di Washington Square, salto un cancelletto girevole, scendo a precipizio due rampe di scale di ferro, prendo la metropolitana in direzione uptown&#8230; Una checca con l&#8217;aria da pubblicitario, giovane, carino, capelli a spazzola, targato Ivy League, mi tiene aperta la porta. Evidentemente sono il suo tipo. Sapete, uno di quelli che se la fa con baristi e tassisti, sempre lì a parlare dei ganci giusti e dei Dodger, e che chiama per nome il barman di Nedick&#8217;s. Un vero stronzo. Ma proprio all&#8217;ultimo momento &#8217;sto paraculo della narcotici col trench bianco (ve l&#8217;immaginate pedinare qualcuno con un trench bianco? Per spacciarsi meglio da frocio, immagino) zompa sulla banchina del metrò. Già sento che dice, stringendo nella mano sinistra le cose che uso per prepararmi la dose, la mano destra sul cannone: «Amico, mi sa che t&#8217;è caduto qualcosa».</p></blockquote>
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