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	<title>Altroquando &#187; citazioni</title>
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	<description>Libreria di Cinema. A Roma.</description>
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		<title>Roberto Bolaño – I dispiaceri del vero poliziotto, Adelphi –19 €</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 17:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In "I dispiaceri del vero poliziotto", romanzo postumo di Roberto Bolaño appena pubblicato da Adelphi, ritroviamo alcuni personaggi già conosciuti in 2666 e in altri scritti del geniale cileno. Come il professor Amalfitano, protagonista dell'estratto che vi proponiamo. Buona lettura!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9029" title="bolan" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/bolan.jpg" alt="" width="200" height="186" />Quella sera, dopo aver riletto quattro o cinque volte la lettera, Amalfitano non poté rimanere in casa. Si mise una giacca leggera e uscì a camminare. I suoi passi lo portarono in centro, dove vagò nella piazza in cui la statua del generale Sepùlveda voltava le spalle ricambiato al gruppo scultoreo che celebrava la vittoria del popolo di Santa Teresa sui francesi, e poi si infilò in un quartiere che, malgrado fosse a due isolati dal centro, riuniva in sé – e mostrava – ogni stigma, ogni segno di povertà, squallore e pericolo. La zona rossa.<br />
Quel nome divertiva Amalfitano con un misto di amara tenerezza; anche lui, nel corso della sua vita, aveva conosciuto zone rosse. I quartieri operai, i “cordoni industriali”, prima, i luoghi liberati dalla guerriglia, dopo. Chiamare zona rossa un quartiere di puttane, tuttavia, gli sembrava azzeccato e si domandò se anche quelle lontane zone rosse della sua gioventù non fossero state enormi quartieri di puttane camuffati con la Retorica e la Dialettica. Luoghi di puttane invisibili, splendore di papponi e poliziotti, tutto il nostro sforzo, la nostra lunga rivolta carceraria.<br />
Di colpo si sentì triste e anche affamato. Contro ogni avvertenza e cautela di genere gastrointestinale si fermò da un venditore ambulante, all’angolo fra avenida Guerrero e General Mina, e comprò un panino al prosciutto e del tè all’ibisco che, nella sua fervida immaginazione, era simile al nettare di gelsomino o al succo di fiori di pesco cinesi della sua infanzia. Com’erano saggi, accidenti, com’erano delicati questi messicani, pensò mentre assaporava uno dei migliori panini della sua vita: fra il pane e il pane, panna acida, salsa di fagioli neri, avocado, lattuga, pomodoro o <em>jitomate, </em>tre o quattro pezzetti di peperoncino <em>chipotle, </em>e una sottile fetta di prosciutto, l’elemento che dava nome al panino e allo stesso tempo il meno importante. Come una lezione di filosofia. Filosofia cinese, è chiaro! pensò. Il che lo portò a ricordare quei versi del <em>Tao te ching</em>: “La loro identità è il mistero / E in questo mistero / si trova la porta di tutte le meraviglie”. Qual’era l’identità di Padilla? Pensò allontanandosi dal venditore ambulante e dirigendosi verso una grande insegna luminosa a metà di calle Mina. Il mistero, la meraviglia di essere giovane e non aver paura e di colpo averla. Ma aveva davvero paura, Padilla? o le manifestazioni che Amalfitano interpretava così erano segno di qualcos’altro? L’insegna, a grandi lettere rosse, annunciava la cantante di <em>rancheras</em> Coral Vidal, una seduta di streap-tease comunicativo e il famoso mago Alexander. Sotto la pensilina all’ingresso, in un brulichio di gente insonne, vendevano sigarette, droghe, frutta secca, riviste e giornali di Santa Teresa, Città del Messico, California e Texas. Mentre pagava un quotidiano della capitale, me ne dia uno qualunque, aveva detto all’edicolante, mi dia l’”Excélsior”, un bambino gli tirò la manica.<br />
Amalfitano si voltò. Era un bambino bruno, magro, sugli undici anni, con indosso una felpa gialla con l’emblema dell’Università del Wisconsin e dei pantaloncini sportivi. Venga con me, signore, mi segua, insisté il bambino davanti alla resistenza iniziale di Amalfitano. Qualcuno si era fermato a guardarli. Alla fine decise di obbedire. Il bambino s’infilò in una strada laterale piena di caseggiati che sembravano sul punto di crollare. I marciapiedi erano invasi da automobili parcheggiate male o, a giudicare dalle loro pietose condizioni, abbandonate dai proprietari. Dall’interno di certe case arrivava un guazzabuglio di televisioni a tutto volume e voci irate. Amalfitano contò fino a tre insegne di pensioni. I nomi gli parvero pittoreschi, ma non quanto l’insegna di calle Mina. Cosa significava <em>streap-tease comunicativo</em>? Che si spogliavano anche gli spettatori o che la spogliarellista annunciava a voce alta gli strumenti che poi si sarebbe tolta?<br />
Di colpo la strada rimase in silenzio, come ripiegata su se stessa. Il bambino si fermò tra due automobili particolarmente sgangherate e guardò Amalfitano negli occhi. Lui, finalmente, capì e scosse la testa. Poi forzò un sorriso e disse no,no. Tirò fuori di tasca una banconota e gliela mise in mano. Il bambino prese la banconota e se la infilò in una delle scarpe da ginnastica. Quando lo vide chinarsi Amalfitano ebbe l’impressione che un raggio di luna gli illuminasse la schiena piccolina e ossuta. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. <em>La loro identità è il mistero</em>, ricordò. E ora? disse il bambino. Ora te ne vai a casa a dormire, disse Amalfitano e si rese immediatamente conto della stupidità del rimprovero. Mentre si avviavano, stavolta uno accanto all’altro, s’infilò la mano in tasca e gli diede altri soldi. Ehi, grazie, disse il bambino. Così questa settimana ceni, disse Amalfitano con un sospiro.<br />
Prima di lasciare la strada sentirono dei gemiti. Amalfitano si fermò. Non è nulla, spiegò il bambino, vengono da lì, è la Llorona. La mano del bambino indicò la soglia di una casa in rovina. Amalfitano si avvicinò esitante. Nel buio dell’androne si sentirono di nuovo i gemiti. Venivano dall’alto, da uno dei piani superiori. Il bambino gli stava accanto e gli indicava il punto, Amalfitano fece pochi passi nell’oscurità e non osò proseguire. Tornando indietro vide il bambino in piedi, in equilibrio sulle macerie. E’ la matta della strada che muore di Aids, disse guardando distrattamente i piani superiori. Amalfitano non fece alcun commento. In calle Mina si separarono. […]</p>
<p><strong>Roberto Bolaño, <em>I dispiaceri del vero poliziotto</em>, Adelphi, 19 €</strong></p>
<p>Il sogno di ogni vero lettore non è forse di ritrovare, anche solo per poco, i personaggi di un libro che ha appassionatamente amato? Ebbene, lo vedrà realizzarsi, per la prima volta, in questo romanzo, dove riappaiono alcuni dei personaggi di <em>2666</em>. Per poterli incontrare di nuovo, però, dovrà accettare il rischio di intraprendere un viaggio quasi iniziatico, all’interno di una foresta in cui le piste si confondono e si aggrovigliano. Ma il vero lettore non esiterà, e si trasformerà lui stesso nel vero poliziotto del titolo: colui che (come Bolaño) &#8220;cerca invano di mettere ordine in questo dannato romanzo». Inoltrandosi dunque nella trama fittissima e imprevedibile di queste pagine, scoprirà, per esempio, che il professor Amalfi­tano è approdato in Messico dopo essere stato espulso dall&#8217;Università di Barcellona per omosessualità, e ne conoscerà il nuovo amante, un irresistibile falsario di dipinti di Larry Rivers (mentre dell’ex amante, un poeta malato di Aids, leggerà le impagabili lettere); e rivedrà anche l’incan­tevole Rosa Amalfitano, di cui sembra innamorarsi il poliziotto Pedro Negrete, incaricato di indagare sul professore insieme allo scherano Pancho, erede di una dinastia di donne violate&#8230; Nel frattempo si lascerà sedurre, il vero lettore, da digressioni letterarie impertinenti, classifiche irriguardose, biografie fittizie, atmosfere inquietanti, sogni rivelatori. Con l&#8217;im­per­tur­babile senso del ritmo e la dovizia visionaria delle sue storie, Bolaño saprà i­pnotizzare il suo lettore-po­liziotto, imponendogli un modo di raccontare nuovo e sorprendente. Sicché, alla fine, l&#8217;unico «dispiacere» che quegli proverà sarà di vedere i personaggi, già da sempre in fuga, sottrarsi ancora una volta: come se, terminato il libro, «saltassero letteralmente fuori dall&#8217;ulti­ma pagina e continuassero a fuggire».<br />
(dalla prima di copertina)</p>
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		<title>22/11/&#8217;63 – di Stephen King – Sperling &amp; Kupfer– 23,90€</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 20:16:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 22 novembre del 1963 John F. Kennedy fu assassinato a Dallas per mano di Lee Harvey Oswald. In questo suo libro, tradotto da Wu Ming 1, Stephen King catapulta il protagonista Jake Epping in un viaggio a ritroso nel tempo che ha come scopo quello di impedire il tragico misfatto...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 22 novembre del 1963 John F. Kennedy fu assassinato a Dallas per mano di Lee Harvey Oswald. Così recita la storia ufficiale. Nel corso degli anni molto si è discusso su quel che realmente accadde quel giorno. In particolare, al centro delle riflessioni di storici, romanzieri, cineasti, c&#8217;è una fondamentale domanda: Oswald agì da solo oppure fu lo strumento di ben altri interessi?<br />
In questo suo libro, tradotto da Wu Ming 1, Stephen King catapulta il protagonista Jake Epping in un viaggio a ritroso nel tempo che ha come scopo quello di impedire l&#8217;assassinio Kennedy. Vengono alla mente, restando in ambito letterario, due grandissimi libri, due capolavori che di questa vicenda fanno il loro perno:<strong><em> Libra</em></strong>, di <strong>Don DeLillo</strong>, e ovviamente <em><strong>American Tabloid</strong></em>, di <strong>James Ellroy</strong>. Entrambi i libri, diversissimi tra loro, sposano la tesi di un Oswald &#8220;utile idiota&#8221;. Uomo giusto al posto giusto. Strumento, come si diceva, nella mani di poteri che mal sopportavano la nuova stagione kennedyana (per chi è invece interessato alla decostruzione del mito kennedyano, oltre al già implacabile Ellroy, consigliamo <strong><em>Alla corte di Re Artù</em></strong>, di Noam Chomsky).<br />
Per King, come si evince dalla postfazione in cui tra le altre cose non vengono citati nè DeLillo nè Ellroy, ogni tesi che postuli la non(piena) responsabilità di Oswald è frutto di una mente paranoica. Una persona razionale, ci dice King, non può non arrivare a questa semplice verità: il 22/11/&#8217;63 l&#8217;assassino fu uno solo. Il suo nome è Harvey Lee Oswald.<br />
Ma forse, come ci dice <a href="http://www.satisfiction.me/stephen-king-221163/">Tommaso Pincio</a> nella sua <a href="http://www.satisfiction.me/stephen-king-221163/">recensione</a>, l&#8217;interesse del romanzo di Stephen King è da ricercare altrove. E cioè nell&#8217;indiscussa maestria dell&#8217;autore a cui bastano, come dice Pincio, &#8220;un paio di pagine per farci leggere nell’anima di Jake, per indurci a stare irriducibilmente dalla sua parte, per riconoscervi a colpo sicuro il nostro eroe&#8221;.<br />
Buona lettura!</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-9042" title="zapuder" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/zapuder.jpg" alt="" width="300" height="182" /></p>
<p>Non sono mai stato un uomo facile alle lacrime.<br />
Un giorno, mia moglie mi disse che il mio “gradiente emotivo pari a zero” era il motivo principale per cui mi stava lasciando. Come se il tizio che aveva riconosciuto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi non c’entrasse per niente. Christy disse che avrebbe forse potuto perdonarmi per non aver pianto al funerale di suo padre: lo conoscevo soltanto da sei anni e non potevo capire che uomo fantastico e generoso fosse stato (quando s’era diplomata le aveva regalato una Mustang decappottabile, tanto per fare un esempio); ma quando non avevo pianto a quelli dei <em>miei </em>genitori (morti a due anni di distanza l’uno dall’altra, papà di cancro allo stomaco e mamma fulminata da un attacco di cuore mentre passeggiava su una spiaggia della Florida), Christy aveva iniziato a capire la faccenda del “gradiente”. Nel gergo degli AA, non ero in grado di “sentire i miei sentimenti”.<br />
“Non ti ho mai visto versare una lacrima”, affermò col tono piatto di chi sta mettendo la parola fine a una relazione. “Nemmeno quando mi hai detto che, se non mi disintossicavo, tra noi due era finita.”<br />
Sei settimane dopo quella conversazione, Christy fece le valigie, prese la macchina e andò a vivere con Mel Thompson dall’altra parte della città. “Ragazzo conosce ragazza dagli AA”, ecco un’altra battuta che gira in quell’ambiente.<br />
Non piansi quando la vidi partire. Non piansi quando rientrai nella nostra casetta, comprata con un mutuo da svenarsi. La casa che non aveva visto nascere nessun bambino, e che ormai non lo avrebbe visto più. Mi sdraiai sul letto che adesso era tutto mio e mi coprii gli occhi con un braccio, solo col mio dolore.<br />
Senza lacrime.<br />
Eppure, non ho nessun blocco emotivo. Su questo, Christy aveva torto. Un giorno, quando avevo undici anni, mia madre mi attese sull’uscio al ritorno da scuola. Mi disse che il mio collie, Tag, era stato investito e ucciso da un’auto. Chi la guidava non si era nemmeno disturbato a fermarsi. Non piansi quando lo seppellimmo, anche se mio padre mi aveva detto che potevo farlo, non c’era nulla di male, nessuno mi avrebbe considerato una mammoletta; ma piansi quando mi diedero la notizia. In parte perché era la mia prima esperienza con la morte, ma soprattutto perché era compito mio assicurarmi che stesse al sicuro, chiuso nel nostro cortile.<br />
E piansi quando il medico di mamma mi chiamò per spiegarmi cos&#8217;era successo quel giorno sulla spiaggia. &#8220;Mi dispiace, non c&#8217;è stato niente da fare&#8221;, disse. &#8220;A vote capita all&#8217;improvviso. Noi dottori tendiamo a vederla come una benedizione.&#8221;<br />
Christy non c&#8217;era. Quel giorno era dovuta restare a scuola fino a tardi, per parlare con una mamma che aveva da ridire sull&#8217;ultima nota presa dal figlio. A ogni modo, io piansi. Entrai nella stanzetta del bucato, presi un lenzuolo dalla cesta e ci piansi dentro. Non durò a lungo, ma le lacrime le versai. Avrei potuto raccontarglielo, ma non ne vedevo l&#8217;utilità: da un lato, avrebbe pensato che andavo in cerca di commiserazione (non è un&#8217;espressione degli AA, ma forse dovrebbe esserlo); dall&#8217;altro, non penso che la capacità di scoppiare in lacrime a comando sia tra i requisiti di un felice matrimonio.<br />
Non ho mai visto piangere nemmeno mio padre, ora che ci penso. Al culmine dell&#8217;emozione, poteva forse emettere un sospiro profondo, o grufolare una risatina. Non si batteva il petto nè rideva di cuore, William Epping. Era il tipo forte e taciturno, e per molti versi mia madre era come lui. Può darsi, in effetti, che la mia difficoltà a piangere abbia cause genetiche. Ma&#8230;bloccato? Incapace di &#8220;sentire i sentimenti&#8221;? No, mai stato nè l&#8217;uno nè l&#8217;altra cosa.<br />
A parte il giorno che seppi di mamma, nella mia vita adulta ricordo solo un&#8217;altra volta in cui mi misi a piangere. Fu quando lessi la storia del padre del bidello. Ero seduto, da solo, nella sala insegnanti della Lisbon High School, e correggevo di buona lena una pila di temi scritti dagli studenti del corso serale. Dal fondo del corridoio giungevano i tonfi del pallone da basket, la sirena del time-out, le grida della folla mentre le bestie sportive si battevano. I levrieri di Lisbon contro le tigri di Jay.<br />
Chi può dire quando una vita si trova in bilico, perchè?<br />
[...]</p>
<p><strong><em>22/11/&#8217;63</em>, di Stephen King, Sperling &amp; Kupfer, 23,90€</strong></p>
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		<title>La Baby Aerodinamica Kolor Karamella – di Tom Wolfe – Castelvecchi, €16,5</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 15:16:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[...e se avesse ragione?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Col termine <em>New Journalism </em>si intende una particolare corrente letteraria sorta negli anni sessanta del secolo scorso, caratterizzata dall&#8217;ibridazione di letteratura e reportage. Patria elettiva del movimento furono gli Stati Uniti d&#8217;America. Tra le personalità di spicco si annoverano <strong>Truman Capote</strong>, <strong>Norman Mailer</strong>, <strong>Tom Wolfe</strong>. Proprio da un libro di Wolfe, <em><strong>Baby Aerodinamica Kolor Karamella</strong></em>, è preso l&#8217;estratto che vi proponiamo. Il testo, pubblicato nel 1965 e ora riproposto da <strong>Castelvecchi</strong>, è composto da una serie di pezzi che fotografano, in maniera lucida e penetrante, un momento storico fondamentale nella storia dell&#8217;occidente. Vale a dire, il trionfo della cultura pop. E insieme l&#8217;emergere di nuovi miti collettivi e stili di vita, tutti apparentemente accomunanti da un sostanziale dato: la prevalenza del contenitore sul contenuto. O, in altre parole, dell&#8217;apparire sull&#8217;essere.<br />
Il brano qui riportato ci parla del sociologo canadese <strong>Marshall McLuhan</strong>, di cui non a caso Wolfe ci offre un ritratto.<br />
Del resto,<em> il medium è il messaggio</em>.</p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>E se avesse ragione?</strong></h3>
<p><strong> </strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-8570" title="kandy" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/kandy.jpg" alt="" width="300" height="482" />Conobbi Marshall MacLuhan nella primavera del 1965, a New York. La prima cosa che notai fu che portava una strana specie di cravatta a scatto con degli affari di plastica applicati dentro. MacLuhan è un uomo alto, con una bella faccia lunga, espressiva, ma terribilmente pallida. A quel tempo aveva cinquantatrè anni e i capelli grigi, pettinati dritto all’indietro, un po’ radi in cima ma con bei riccioli intorno alle orecchie. Un’aria distinta, insomma. D’altro canto, c’erano quegli affari di plastica di cui un angolino sporgeva tra il colletto e il nodo della cravatta; non riuscivo a staccarne gli occhi. Si trattava di quel tipo di cravatta che si compra a 89 cents da Rexall, pigliandola direttamente dalle rastrelliere girevoli. Si infilano dentro quegli affari di plastica – una specie di supporto che sporge dal nodo con un paio di ali – li inserisce sotto al colletto ed ecco, la cravatta scende giù col nodo già bell’è pronto. Pre-Nodata.</p>
<p>Eravamo insieme a colazione, in cinque, all’aperto, nel giardino di un ristorante francese chiamato Lutèce, al 249 della 50<sup>a </sup>Strada Est. È un ristorante piccolo ma fa parte dei quattro o cinque ristoranti più alla moda di New York, credo. Certamente è uno dei più cari. È così caro che solo il menu dell’ospite porta i prezzi, gli altri hanno soltanto la lista dei piatti – e questo per evitare negli invitati qualsiasi senso di colpa. Al Lutèce mettono in tavola delle caraffe di acqua depurata e inoltre c’è un vero sommelier. È uno di quei locali della zonta tra la 50<sup>a </sup>e la 60<sup>a </sup>Est di Manhattan dove i Mammoni e le Vecchiarde di Mondo convengono per il principale avvenimento dei giorni feriali: lo Status Lunch, la colazione che distingue […]<br />
[…] Il nostro tavolo non era il più illustre, ma ce la metteva tutta: un&#8217;attrice cinematografica; la figlia di una delle donne più ricche d&#8217;America; uno dei più grossi pubblicitari di New York e, naturalmente, McLuhan. Il quale però a quel tempo non era una celebrità. Dubito che in quel ristorante qualcuno avesse mai sentito parlare di lui.<br />
E viceversa: McLuhan non avrebbe potuto essere più dimentico della particolarissima grandeur newyorchese nella quale era capitato. Credo che non si accorgesse neppure della gente. Era tutto interessato al piccolo giardino, o meglio alla sua termodinamica, al modo in cui era disposto là fuori nel calore del sole di mezzogiorno.<br />
“Il calore acuisce il senso del tatto e diminuisce quello della vista”, disse a un certo punto, se ben ricordo le sue parole: ero troppo affascinato da quegli affari di plastica. “È più impegnativo. Fa dimenticare le distanze tra la gente. È, letteralmente, più intimo. Perciò questi cosiddetti ristoranti con giardino vanno.”<br />
Poco prima di fare una qualsiasi dichiarazione di questo genere – e non faceva altro che analizzare ciò che lo circondava – affondava il mento nel petto. Sembrava una specie di segnale inconscio: via! E io osservavo la cravatta, imperniata su quell’indiscreto affarino di plastica. Era di un perfetto bianco latte Rexall quella plastica.<br />
Al momento non mi resi conto che McLuhan era stato portato lì, a New York, e quindi da Lutèce, per essere presentato alla haute New York. Insomma, stava per fare il suo debutto, secondo la moda. Stava per trasformarsi da Herbert Marshall McLuhan, cinquantatreenne professore anglo-canadese, in McLuhan. Lui però non si comportava di conseguenza. Ogni cosa era stata preparata, ma non certo da lui, per il quale non esisteva nessuna haute New York. Per lui questa città è tutta al passato. Verso la fine del pasto affondò il mento affondò, il nodo ruotò sulla plastica – intorno a noi le voci rintronavano e risuonavano a tutt’andare – e McLuhan girò gli occhi in su, verso i grandi edifici che torreggiavano su quella piccola isola termodinamica.<br />
“Naturalmente, una città come New York è un fenomeno superato”, disse. “La gente non ci concentrerà più in grosse città allo scopo di lavorare, New York diventerà una Disneyland, un parco di divertimenti…”.<br />
Grosso modo, con quegli affari di plastica e tutto, aveva la grazia carismatica dell’aruspice, la certezza irresistibile del monomane. Già vedevo New York trasformarsi in un enorme padiglione con rumorosi adolescenti in stivali di Courrèges bianchi, urlanti e ridenti e sobbalzanti nell’aria, come la neve in uno di quei fermacarte di cristallo che si capovolgono…</p>
<p>E se avesse ragione. E…se…avesse…ragione. E s-e-a-v-e-s-s-e-r-a-g-i-o-n-e.</p>
<p style="text-align: left;">E<br />
SE<br />
AVESSE<br />
RAGIONE?[…]</p>
<p><strong><em>La Baby Aerodinamica Kolor Karamella</em>, di Tom Wolfe, Castelvecchi, €16,5</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Richard Yates – di Tao Lin – Il Saggiatore – 15€</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 10:17:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Haley Joel Osment disse che l’unico motivo per cui era andato alla New York University era che così adesso Dakota Fanning poteva dire a sua madre che non era un maniaco, ma uno che si era laureato alla New York University...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-8231" title="taolin" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/taolin.jpg" alt="" width="250" height="341" /></p>
<p>“Io un criceto l’ho tenuto in mano solo una volta” disse Dakota Fanning sulla chat di Gmail. “Aveva delle zampette minuscole. Mi sa che ho pianto un po’.”<br />
“Io una volta ho visto un criceto mangiarsi i figli” disse Haley Joel Osment . “Avrei voluto battergli il cinque. Solo che lui non sapeva come si batte il cinque.”<br />
“Anche io mi mangerei i figli, se ne avessi. Non ne ho.”<br />
“Quanti anni hai?” disse Haley Joel Osment.<br />
“16. Mi sa che è un bene che non ho figli.”<br />
“Tu non hai 16 anni. Ne avrai 25.”<br />
“No, ne ho 16” disse Dakota Fanning “Oggi ho disegnato un criceto su un pezzo di carta rosa e poi l’ho posato in cima a un cestino pieno di carta, così il primo che lo svuota si trova il criceto che lo fissa, è carino.”<br />
Haley Joel Osment confermò che era carino. Dakota Fanning disse che nella vita di tutti i giorni lei non faceva facce. Lasciava che i muscoli si muovessero come veniva a loro, e tutti i giorni qualcuno le diceva “Sembri triste, smettila. Non hai il diritto di essere triste. Io sono triste. I miei sono divorziati. Di’ qualcosa che fa ridere.”<br />
Haley Joel Osment disse che lui quando faceva la faccia triste si sentiva bene.<br />
“Mia mamma ha visto un pacco che mi hai spedito e ha chiesto se eri un maniaco” disse Dakota Fanning sulla chat di Gmail una settimana dopo. “Le ho detto che non eri un maniaco. Che sei laureato alla New York University”. Haley Joel Osment disse che l’unico motivo per cui era andato alla New York University era che così adesso Dakota Fanning poteva dire a sua madre che non era un maniaco, ma uno che si era laureato alla New York University. Dakota Fanning disse che a novembre l’avrebbero portata in gita a vedere un museo di Manhattan e che Haley Joel Osment poteva raggiungerla e sedersi vicino a lei e potevano mangiare insieme.<br />
“Sarebbe bello” disse Haley Joel Osment.<br />
“Novembre è lontanissimo” disse anche.</p>
<p>Qualche settimana dopo si parlarono al telefono per quasi tre ore. Dakota Fanning disse che era andata a lavorare da McDonald’s e poi aveva attraversato a piedi un ponte e regalato 20 dollari a un senzatetto e al senzatetto aveva detto che odiava il suo lavoro e poi era tornata a casa e per un quarto d’ora aveva tentato di far roteare delle cose come un giocoliere. Haley Joel Osment era steso al buio sul suo materasso gonfiabile in un appartamento di Wall Street dove vivevano in tre. Nella sua stanza non c’erano finestre. Disse che quel giorno mentre camminava a un certo punto si era accorto che stava pensando “La vita è stupida. Io sono stupido.” Ma in una frase sola, non due. Dakota Fanning gli disse che era normale. Disse che aveva un violino rotto che conservava perché voleva sfasciarlo contro qualcosa, però ogni volta pensava “No, non ancora”. Quando non avevano niente da dire rimanevano in silenzio, e poi si dicevano “ciao” una quarantina di volte.<br />
Il giorno dopo Haley Joel Osment si fermò fuori dalla biblioteca sulla 76esima dove lavorava venticinque ore a settimana e sentì il sole sulla faccia e mangiò un’insalata. Era il 25 aprile. Haley Joel Osment aveva 22 anni. Dopo il lavoro, prese la metro 6 e andò alla Bobst Library della New York Univesity a sedersi davanti a un computer. Non era più uno studente, ma qualcuno si era sbagliato e gli aveva prolungato l’accesso fino al 2011. Era il 2006. Haley Joel Osment parlò con Dakota Fanning sulla chat di Gmail. Andò a casa. Si stese sul materasso gonfiabile. Lesse un racconto su una donna con una grave depressione nell’Illinois rurale.</p>
<p>Si svegliò intorno alle 2 del pomeriggio e fece la doccia e si vestì. Andò in cucina ascoltando musica sull’iPod con gli auricolari. Era solo in casa. Osservò la stanza in comune. Una volta nella stanza in comune aveva guardato un film coreano con il suo coinquilino. Nel film, un poliziotto colpiva per sbaglio un altro poliziotto con un calcio volante. Il film parlava di un serial killer. “La vita mi annoia” pensò Haley Joel Osment.[…]</p>
<p><strong><em>Richard Yates</em>, di Tao Lin, Il Saggiatore, 15€</strong></p>
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		<title>Michel Houellebecq – La Carta e il Territorio – Bompiani – € 10,90</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 21:03:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jed aveva sempre visto suo padre assorbito unicamente da problemi tecnici...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7960" title="houellebecq" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/houellebecq.jpg" alt="" width="265" height="190" /></p>
<p>Jed aveva sempre visto suo padre assorbito unicamente da problemi tecnici, e verso la fine da crescenti problemi finanziari; l’idea che anche suo padre avesse frequentato Belle Arti, che l’architettura facesse parte delle discipline artistiche, era sorprendente, sgradevole.<br />
“Si, anch’io volevo essere un <em>artista</em>…” disse suo padre con acrimonia, quasi con cattiveria.<br />
“Ma non ci sono riuscito. La corrente dominante quando ero giovane era il funzionalismo, a dire il vero dominava già da parecchi decenni; da Le Corbusier e Van der Rohe in architettura non era successo nulla. Tutte le città nuove, tutti i quartieri costruiti in periferia negli anni cinquanta e sessanta sono stati segnati dalla loro influenza. Insieme ad alcuni, a Belle Arti, avevamo l’ambizione di fare qualcosa di diverso. Non rifiutavamo veramente il primato della funzione o la nozione di “<em>machine à habiter</em>”; ma si rimetteva in discussione quella che il fatto di abitare da qualche parte implicava. Come i marxisti, come i liberali, Le Corbusier era un produttivista, che immaginava per l’uomo immobili di uffici, squadrati, utilitari, senza decorazioni di alcun genere; e degli immobili abitativi pressoché identici, con alcune funzioni supplementari – asilo, palestra, piscina; fra i due, delle vie veloci. Nella sua cella abitativa, l’uomo doveva beneficiare di aria pura e di luce, era molto importante ai suoi occhi; e, fra le strutture di lavoro e le strutture di abitazione, lo spazio libero era riservato alla natura selvaggia: foreste, fiumi – immagino che, nella sua testa, le famiglie umane dovevano potervi passeggiare la domenica; comunque fosse, voleva preservare tale spazio, era una sorta di <em>ecologista</em> ante litteram; per lui l’umanità doveva limitarsi a moduli abitativi circoscritti in mezzo alla natura, ma che non dovevano in alcun caso modificarla. E’ spaventosamente primitivo quando ci si pensa, è una regressione terribile rispetto a qualsiasi paesaggio rurale – mescolanza sottile, complessa, evolutiva di prati, campi, foreste, paesi. E’ la visione di uno spirito brutale, totalitario. Le Corbusier ci sembrava uno spirito totalitario e brutale, animato da un gusto intenso per la bruttezza; ma è stata la sua visione a prevalere durante tutto il XX secolo. Noi, invece, eravamo influenzati piuttosto da Charles Fourier…”. Sorrise vedendo l’espressione di sorpresa del figlio. “Abbiamo preso in considerazione soprattutto le teorie sessuali di Fourier, ed è vero che sono abbastanza balzane. E’ difficile prendere Fourier alla lettera, con le sue storie di turbini, di fachire e di fate dell’esercito del Reno; sorprende perfino che abbia avuto dei discepoli, delle persone che lo prendevano sul serio, che progettavano realmente di costruire un nuovo modello di società sulla base dei suoi libri. E’ incomprensibile se si cerca di vedere in lui un <em>pensatore</em>, perché del suo pensiero non si comprende assolutamente nulla, ma in fondo Fourier non è un pensatore, è un <em>guru, </em>il primo della sua specie, e come per tutti i guru il successo è venuto non dall’adesione intellettuale a una teoria ma dall’incomprensione generale, associata ad un inattaccabile ottimismo, in particolare sul piano sessuale; la gente ha incredibilmente bisogno di ottimismo sessuale. Però il vero soggetto di Fourier, quello che lo interessa soprattutto, non è il sesso, ma l’organizzazione di produzione. Il grande interrogativo che si pone è: perché l’uomo lavora? Che cosa fa sì che occupi un posto determinato nell’organizzazione sociale, che accetti di starci e di assolvere il proprio compito? A tale domanda, i liberali rispondevano che era l’allettamento del profitto, puro e semplice; noi pensavamo fosse una risposta insufficiente. Quanto ai marxisti, non rispondevano nulla, non erano nemmeno interessati, ed è ciò che ha fatto sì, del resto, che il comunismo sia fallito: non appena si è soppresso lo stimolo finanziario, le persone hanno smesso di lavorare, hanno abborracciato il loro compito, l’assenteismo è aumentato in proporzioni enormi; il comunismo non è mai stato capace di assicurare la produzione e la distribuzione dei beni più elementari. Fourier aveva conosciuto l’Ancien Régime ed era consapevole che assai prima dell’apparizione del capitalismo ricerche scientifiche, progressi tecnici avevano luogo, e che gli individui lavoravano duramente, talvolta molto duramente, senza essere spinti dall’allettamento del profitto, ma da qualcosa di assai più vago agli occhi di un uomo moderno: l’amore di Dio, nel caso dei monaci, o più semplicemente l’onore della funzione.”<br />
Il padre di Jed tacque; si accorse che il figlio lo ascoltava adesso con molta attenzione. “Si…” commentò, “c’è senza dubbio un rapporto con ciò che hai cercato di fare nei tuoi quadri. Ci sono molti discorsi senza capo né coda in Fourier, che è quasi illeggibile nella sua totalità; ma forse c’è ancora qualcosa da trarne. Insomma, è ciò che pensavamo all’epoca…”<br />
Tacque, parve immergersi di nuovo nei suoi ricordi. Lo tormenta si era placata, lasciando il posto a una notte stellata, silenziosa; una spessa coltre di neve ricopriva i tetti. […]</p>
<p><strong>Michel Houellebecq, <em>La Carta e il Territorio</em>, Bompiani, € 10,90</strong></p>
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		<title>Il sogno del celta – Mario Vargas Llosa – ed. Einaudi – 22€</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 12:11:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[citazioni]]></category>
		<category><![CDATA[einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Vargas Llosa]]></category>

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		<description><![CDATA[La vita di Roger Casement, che per primo denunciò gli orrori del colonialismo dall’Africa al Sud America, raccontata dal premio Nobel per la letteratura 2010.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Congo.<img class="alignright size-full wp-image-7847" title="rogerc" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/rogerc.jpg" alt="" width="250" height="344" /></em></p>
<p><em>Quando aprirono la porta della cella, insieme al fiotto di luce e a un colpo di vento, entrò anche il rumore della strada che i muri di pietra attutivano del tutto, e Roger si ridestò, spaventato. Batteva le palpebre, ancora confuso, lottava per riaversi, quando scorse, appoggiata contro il vano della porta, la sagoma dello </em><em>sheriff. La sua faccia flaccida, con i baffi biondi e gli occhietti pettegoli, lo osservava con l’antipatia che non aveva mai cercato di nascondere. Ecco uno che avrebbe sofferto se il Governo inglese avesse accolto la sua richiesta di clemenza.</em></p>
<p><em>- Visita – mormorò lo sheriff, senza togliergli gli occhi di dosso.</em></p>
<p><em>Si alzò, strofinandosi le braccia. Quanto aveva dormito? Uno dei supplizi di Pentoville Prison era non sapere mai che ora fosse. Nel carcere di Brixton e nella Torre di Londra sentiva i rintocchi delle campane che battevano le mezze ore e le ore; qui, le pareti spesse non lasciavano arrivare all’interno della prigione il rintoccare delle campane delle chiese di Caledonian Road né il chiasso del mercato di Islington e le guardie dislocate alla porta rispettavano rigorosamente l’ordine di non rivolgergli la parola. Lo sheriff gli mise le manette e gli fece cenno di uscire davanti a lui. L’avvocato avrebbe portato qualche buona notizia? Il Consiglio si era riunito e aveva preso una decisione? Forse lo sguardo dello sheriff, più segnato che mai dal fastidio che suscitava in lui, era dovuto al fatto che gli avevano commutato la pena. Camminava per il lungo corridoio di mattoni rossi anneriti dalla sporcizia, tra le porte metalliche delle celle e muri scoloriti in cui ogni venti o venticinque passi c’era un’alta finestra con le grate attraverso la quale riusciva a scorgere un pezzetto di cielo grigiastro. Perché aveva tanto freddo? Era luglio, il cuore dell’estate, non c’era motivo per cui quel gelo gli facesse accapponare la pelle.</em></p>
<p><em>Appena entrato nello stretto parlatorio delle visite, si rabbuio. Chi lo aspettava lì non era il suo avvocato, maitre George Gavan Duffy, ma uno dei suoi assistenti, un giovane biondo e stravolto, dagli zigomi sporgenti, vestito come un figurino, che aveva visto durante i quattro giorni del processo portare e riportare carte agli avvocati della difesa. Perché maitre Gavan Duffy, anziché venire di persona, mandava uno dei suoi praticanti?</em></p>
<p><em>Il giovane gli rivolse uno sguardo freddo. Nelle sue pupille c’era sdegno e fastidio. Che gli passava per la testa a quell’imbecille?&lt;&lt;Mi guarda come se fossi una bestia&gt;&gt;, pensò Roger.</em></p>
<p><em>- Ci sono novità?</em></p>
<p><em>Il giovane fece cenno di no con il capo. Respirò a fondo prima di parlare:</em></p>
<p><em>- Sulla richiesta d’indulto, ancora no – mormorò, seccamente, facendo una smorfia che lo stravolse anche di più. – Bisogna aspettare che si riunisca il Consiglio dei Ministri.</em></p>
<p><em>Roger era infastidito dalla presenza dello sheriff e dall’altra guardia nel piccolo parlatorio. Sebbene se ne stessero silenziosi e immobili, sapeva che erano attenti a tutto quello che dicevano. Quell’idea gli stringeva il petto e rendeva difficile il suo respiro.</em></p>
<p><em>-       Ma, tenuti in considerazione gli ultimi avvenimenti – aggiunse il giovane biondo, battendo le palpebre per la prima volta e aprendo e chiudendo la bocca in maniera esagerata, &#8211; tutto adesso è diventato più difficile.</em></p>
<p><em>-       A Pentoville Prison non arrivano notizie da fuori. Che cosa è successo?</em></p>
<p><em>E se l’Ammiragliato tedesco avesse in fine deciso di attaccare la Gran Bretagna dalle coste dell’Irlanda? E se la sognata invasione avesse avuto luogo e i cannoni del Kaiser avessero vendicato in quegli stessi momenti i patrioti irlandesi fucilati dagli inglesi nella Sollevazione della Settimana Santa? Se la guerra aveva preso quella direzione, i suoi piani si realizzavano, malgrado tutto.</em></p>
<p><em>-       Adesso è diventato difficile, quasi impossibile, avere successo – rispose il praticante. Era pallido, tratteneva l’indignazione, e Roger ne indovinava il teschio sotto la pelle biancastra del volto. Ebbe il presentimento che alle sue spalle lo sheriff stesse sorridendo.</em></p>
<p><em>-       Di che cosa sta parlando? Il signor Gavan Duffy era ottimista riguardo alla richiesta. Che cosa è successo per fargli cambiare opinione?</em></p>
<p><em>-       I suoi diari – scandì il giovane, con un’altra smorfia di fastidio. Aveva abbassato la voce e Roger stentava ad ascoltarlo.</em></p>
<p><em>-       Li ha scoperti Scotland  Yard, nella sua casa di Ebury Street.</em></p>
<p><em>Fece una lunga pausa, aspettando che Roger dicesse qualcosa. Ma poiché era ammutolito, diede libero sfogo alla propria indignazione e storse la bocca:</em></p>
<p><em>-       Come ha potuto essere tanto sconsiderato, benedett’uomo – parlava con una lentezza che rendeva più evidente la sua rabbia. – Come ha potuto mettere nero su bianco simili cose, benedett’uomo. E, se l’ha fatto, come ha potuto non prendere la precauzione di distruggere quei diari prima di mettersi a cospirare contro l’Impero britannico?</em></p>
<p><em>&lt;&lt; È un insulto che questo imberbe mi chiami “benedett’uomo”&gt;&gt;, pensò Roger. Era un maleducato, perché lui aveva almeno il doppio degli anni di quello sbarbatello affettato.</em></p>
<p><em>-       Brani di quei diari circolano adesso dappertutto – aggiunse il praticante, più sereno, sebbene sempre infastidito, senza guardarlo. – All’Ammiragliato, il portavoce del ministro, il capitano di vascello Reginald Hall in persona, ne ha consegnato copie a decine di giornalisti. Si trovano dovunque a Londra. Al Parlamento, alla Camera dei Lord, nei club liberali e conservatori, nelle redazioni, nelle chiese. Non si parla d’altro in città.</em></p>
<p><em>Roger non diceva nulla. Non si muoveva. Aveva, di nuovo, quella strana sensazione che si era impadronita di lui molte volte negli ultimi mesi, da quel mattino grigio e piovoso del 1916 in cui, rigido a causa del freddo, era stato arrestato tra le rovine del McKenna’s Fort, nel sud dell’Irlanda: non si trattava di lui, era un altro quello di cui parlavano, un altro a cui accadevano quelle cose.</em></p>
<p><em>-       So che la sua vita privata non è affar mio, né del signor Gavan Duffy né di nessun altro – aggiunse il giovane praticante, sforzandosi di attenuare la collega che impregnava la sua voce. – Si tratta di una questione strettamente professionale. Il signor Gavan Duffy ha voluto metterla al corrente della situazione. E prevenirla. La richiesta di clemenza ne può risultare compromessa. Questa mattina, su alcuni giornali vi sono proteste, slealtà, indiscrezioni circa il contenuto dei suoi diari. L’opinione pubblica favorevole alla richiesta potrebbe sentirsi colpita. Una pura e semplice supposizione, certo. Il signor Gavan Duffy la terrà informata. Desidera che gli trasmetta un messaggio?</em></p>
<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-7849" title="rogercasement" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/rogercasement.jpg" alt="" width="230" height="302" />Il prigioniero fece segno di no, con un movimento quasi impercettibile del capo. Subito si girò su se stesso, verso la porta del parlatorio. Lo sheriff rivolse con la sua faccia grassoccia un cenno alla guardia. Questi fece scorrere il pesante catenaccio e la porta si aprì. Il ritorno in cella gli risultò interminabile. Durante il percorso per il lungo corridoio dalle pietrose pareti con i mattoni nero – rossi ebbe la sensazione che da un momento allì’altro avrebbe inciampato e sarebbe caduto lungo disteso su quelle pietre umide e non si sarebbe rialzato. Arrivato alla porta metallica della cella, ricordò: il giorno che lo avevano portato a Pentonville Prison lo sheriff gli aveva detto che tutti i detenuti che avevano occupato quella cella, senza nessuna eccezione, erano finiti sul patibolo.</em></p>
<p><em>-       Potrò fare un bagno, oggi? – domandò, prima di entrare. L’obeso carceriere fece cenno di no, guardandolo negli occhi con la stessa ripugnanza che Roger aveva avvertito nello sguardo del praticante.</em></p>
<p><em>-       Non potrà fare il bagno sino al giorno dell’esecuzione – disse lo sheriff, assaporando ogni parola. – E quel giorno, soltanto se è la sua ultima volontà. Altri, invece del bagno, preferiscono una bella mangiata. Brutto affare per Mr Ellis, perché allora, quando sentono la corda, si cacano addosso. E il posto lo riducono uno schifo. Mr Ellis è il boia, nel caso non lo sappia.</em></p>
<p><em>Quando sentì la porta chiudersi alle sue spalle, andò a sdraiarsi a faccia in su nella <img class="alignright size-full wp-image-7851" title="sognocelta" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/sognocelta.jpg" alt="" width="150" height="239" />piccola branda. Chiuse gli occhi. Sarebbe stato bello sentire l’acqua fredda di quel getto che gli snervava la pelle e la rendeva blu per il freddo. A Pentonville Prison, i detenuti, con l’eccezione dei condannati a morte, potevano fare il bagno con il sapone una volta alla settimana sotto quel getto di acqua fredda. E le condizioni della cella erano passabili. Invece, ricordò con un brivido la sporcizia del carcere di Brixton, dove s’era riempito di pidocchi e pulci che affollavano il materasso della sua branda e gli avevano ricoperto di punture la schiena, le gambe e le braccia. Cercava di pensare a questo, ma di continuo gli tornavano alla mente la faccia disgustata e la voce odiosa del biondo praticante azzimato come un figurino che gli aveva spedito maitre Gavan Duffy anziché venire lui in persona a dargli le cattive notizie.</em></p>
<p><strong>Il sogno del celta – <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Vargas_Llosa">Mario Vargas Llosa</a> – ed. <a href="http://www.einaudi.it/">Einaudi</a> – 22€</strong></p>
<p style="text-align: center;">La vita di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Roger_Casement">Roger Casement</a>, che per primo denunciò gli orrori del colonialismo dall’Africa al Sud America, raccontata dal premio Nobel per la letteratura 2010.</p>
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		<title>Roberto Bolaño – Stella distante – Sellerio – 8€</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 18:42:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<category><![CDATA[citazioni]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
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		<description><![CDATA[ Le allucinazioni, nel 1974, non erano infrequenti...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-7811" title="bolaño" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/bolaño.jpeg" alt="" width="273" height="185" />Tutto quanto finora raccontato forse accadde così. Forse no. E&#8217; possibile che i generali delle Forze Aeree Cilene non avessero portato le loro mogli. E&#8217; possibile che nell&#8217;aeroporto Capitan Lindstrom non sia mai stato messo in scena uno spettacolo di poesia aerea. Forse Wieder scrisse la sua poesia sul cielo di Santiago senza chiedere il permesso a nessuno, senza avvisare nessuno, sebbene questo sia più improbabile. Forse quel giorno non piovve neppure su Santiago, sebbene ci siano testimoni (oziosi che guardavano in alto seduti sulla panchina di un parco, solitari affacciati a una finestra) che ricordano ancora le parole nel cielo e posteriormente la pioggia purificatrice. Ma forse tutto accadde altrimenti. Le allucinazioni, nel 1974, non erano infrequenti.<br />
La mostra fotografica nell&#8217;appartamento, tuttavia, ebbe luogo così come viene raccontato qui di seguito.<br />
I primi invitati arrivarono alle nove di sera. Perlopiù erano amici fin dall&#8217;adolescenza e da tempo non si ritrovavano tutti insieme. Alle undici c&#8217;erano una ventina di persone, tutte ragionevolmente ubriache. Nessuno era ancora entrato nella stanza in cui dormiva Wieder e sulle cui pareti aveva pensato di esporre le fotografie al giudizio dei suoi amici. Il tenente Julio César Muñuz Cano, che anni dopo avrebbe pubblicato il libro Con la corda al collo, sorta di narrazione autobiografica e autofustigatrice sulla sua attività negli anni del primo governo golpista, scrive che Carlos Wieder si comportava in modo normale (o forse anormale: era molto più tranquillo del solito, addirittura umile, col viso permanentemente come se se lo fosse appena lavato), si occupava degli invitati quasi che la casa fosse stata sua (il cameratismo era totale, troppo bonario, troppo ideale, scrive Muñoz Cano), salutava con affetto gli altri ufficiali suoi amici che non vedeva da tempo, accettava di commentare gli incidenti della mattina all&#8217;aeroporto senza attribuirvi e senza attribuirsi grande importanza, tollerava di buon grado le battute consuete (a volte pesanti, a volte francamente di cattivo gusto) in quel tipo di riunioni. Ogni tanto scompariva, si chiudeva nella stanza (e questa volta la stanza era proprio chiusa a chiave), ma le sue assenze non duravano mai molto.<br />
Infine, a mezzanotte in punto, salì su una sedia e chiese silenzio in mezzo al soggiorno e disse (parole testuali, secondo Muñoz Cano) che era ormai giunta l&#8217;ora di immergersi un po&#8217; nella nuova arte. Era di nuovo il solito Wieder, dominatore, sicuro, con gli occhi come separati dal corpo, come se guardassero da un altro pianeta. Poi si fece strada fino alla porta della sua stanza e fece entrare gli invitati uno alla volta. Uno alla volta, signori, l&#8217;arte cilena non ammette agglomerazioni. Quando disse così (secondo Muñoz Cano) Wieder usò un tono giocoso e guardò il padre, cui strizzò l&#8217;occhio sinistro e poi quello destro. Come se tornato ai suoi dodici anni gli facesse un segno segreto. Il padre aveva un viso sereno e sorrise al figlio.<br />
</em><em>La prima a entrare fu Tatiana von Beck Iraola, com&#8217;era logico data la sua condizione di donna e il suo carattere impulsivo e capriccioso. Tatiana, scrive Muñoz Cano, era nipote, figlia e sorella di militari e nel suo stile un po&#8217; sventato una donna indipendente, che faceva sempre quello che voleva, usciva con chi più le garbava e  aveva opinioni stravaganti, molte volte contraddittorie, ma spesso originali. Anni dopo si sposò con un pediatra, andarono a vivere a La Serena ed ebbe sei figli. La Tatiana di quella sera, ricorda Muñoz Cano con malinconia lievemente tinta di orrore, era una ragazza bella e sicura di sé ed entrò nella stanza aspettandosi di trovarvi ritratti eroici o noiose fotografie dei cieli del Cile.<br />
</em><em>La stanza era illuminata nel modo consueto. Neppure una lampada in più, né un faretto extra che desse spicco alle foto. La stanza non doveva assomigliare a una galleria d&#8217;arte ma proprio a una stanza, una camera in prestito, l&#8217;abitacolo di passaggio di un giovane. Naturalmente, non ci furono luci colorate come disse qualcuno, né musica di tamburi che usciva da un mangianastri nascosto sotto il letto. L&#8217;ambiente doveva essere casuale, normale, senza stridori.<br />
</em><em>Fuori, la festa proseguiva. I giovani bevevano da giovani e da trionfatori e inoltre sapevano sopportare l&#8217;alcol da cileni. Le risate erano contagiose, ricorda Muñoz Cano, estranee a qualsiasi minaccia, a qualsiasi ombra. Da qualche parte un trio si mise a cantare, tutti abbracciati, accompagnati alla chitarra da uno di loro. Appoggiati alle pareti, a gruppi di due o di tre, alcuni parlavano del futuro o dell&#8217;amore. Tutti erano contenti di trovarsi lì, alla festa del poeta-pilota; erano contenti di essere quello che erano e di essere, inoltre, amici di Carlos Wieder, anche se non lo capivano del tutto, anche se coglievano la differenza che c&#8217;era fra loro e lui. Nel corridoio la coda si frantumava di continuo; gli uni si ritrovavano a secco di alcol e andavano a cercarne, altri si invischiavano in riaffermazioni di amicizia e di lealtà eterne che li riportavano, come un&#8217;onda protettrice, al soggiorno, da dove tornavano, traballanti, con i pomelli rossi, a riprendere il loro posto nella coda, il fumo, soprattutto nel corridoio era considerevole. Wieder stava in piedi contro lo stipite della porta. Due tenenti discutevano e si spingevano (ma piano piano) nel bagno in fondo al corridoio. Il padre di Wieder era uno dei pochi seri e rispettosi della coda. Muñoz Cano si muoveva, secondo le sue stesse parole, in su e in giù, nervoso e pieno di oscuri presagi. I due reporter surrealisti (o superrealisti) chiacchieravano col padrone di casa. In uno dei suoi andirivieni Muñoz Cano riuscì a sentire alcune parole: parlavano di viaggi, di Mediterraneo, Miami, spiagge assolate, barche di pescatori, donne esuberanti.</em></p>
<p style="text-align: left;"><em> Non era trascorso un minuto quando Tatiana von Beck uscì. Era pallida e turbata. Tutti la guardarono. Lei guardò Wieder &#8211; sembrava che stesse per dirgli qualcosa ma che non trovasse le parole &#8211; e poi cercò di raggiungere il bagno. Non ci riuscì.<br />
Vomitò nel corridoio e poi, incespicando, se ne andò via aiutata da un ufficiale che galantemente si offrì di riaccompagnarla a casa malgrado le proteste della von Beck che preferiva andarsene da sola.<br />
Il secondo a entrare fu un capitano che era stato professore di Wieder all&#8217;Accademia. Non uscì più. Wieder, accanto alla porta chiusa (il capitano, entrando, l&#8217;aveva lasciata socchiusa ma lui la richiuse), sorrideva, sempre più soddisfatto. Nel soggiorno alcuni si domandarono se Tatiana fosse stata morsa da una tarantola. E&#8217; ubriaca, disse una voce che Muñoz Cano non riconobbe. Qualcuno mise un disco dei Pink Floyd. Qualcun altro disse che fra uomini non si poteva ballare, qui sembra una festa di coscritti, disse una voce. Risposero che la musica dei Pink Floyd era da ascoltare, non da ballare. I reporter surrealisti parlottavano fra di loro. Un tenente propose di uscire subito in cerca di puttane. Muñoz Cano scrive che in quel momento ebbe la sensazione di trovarsi esposto all&#8217;intemperie, sotto la notte oscura e in piena campagna, perlomeno le voci risuonavano così. Nel corridoio l&#8217;atmosfera creatasi era peggiore. Quasi nessuno parlava, come nella sala d&#8217;attesa di un dentista. Ma dove si è mai vista la sala d&#8217;attesa di un dentista in cui i denti-marci (sic) aspettano in piedi?, si domandava Muñoz Cano.<br />
Il padre di Wieder spezzò l&#8217;incantesimo. Si fece avanti educatamente, chiamando gli ufficiali che stavano prima di lui nella coda con i loro nomi di battesimo, ed entrò nella stanza. il proprietario dell&#8217;appartamento lo seguì. Quasi subito questi uscì e si fermò di fronte a Wieder; per un momento sembrò che stesse per colpirlo, l&#8217;aveva afferrato per i baveri, e poi fece dietrofront e se ne andò nel soggiorno a bersi un bicchiere. Da quel momento tutti, compreso Muñoz Cano, vollero entrare nella camera. [...]</em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Roberto Bolaño, <em>Stella distante</em>, Sellerio, 8€</strong></p>
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		<title>Profonde letture estive &#8211; parte seconda&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 19:55:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[...altri consigli per le vostre vacanze da chi resta a Roma...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il cimitero di Praga – Umberto Eco – <a href="http://bompiani.rcslibri.corriere.it/">Bompiani</a> – 19,50€<img class="alignright size-full wp-image-7748" title="cimiterodipraga" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/cimiterodipraga.jpg" alt="" width="120" height="180" /></strong></p>
<p>L’ultimo romanzo di Umberto Eco, tra i più grandi scrittori italiani viventi, è soprattutto una ricca documentazione e testimonianza dell’ondata antisemita che attraversò l’Europa nella seconda metà dell’ottocento e che sfociò nel genocidio della seconda guerra mondiale, alimentata da falsi documenti, tra cui i “Protocolli dei Savi di Sion”, ritenuto autentico anche da Hitler. Attraverso il diario di Simonini, da notaio a falsario fino a divenire membro dei servizi segreti (italiani, parigini, russi addirittura) ripercorriamo un periodo cruciale non solo dell’Italia ma dell’Europa intera. Il Risorgimento, la comune di Parigi, l’infittirsi della trama massonica fanno da sfondo a quest’opera, mentre sfilano personaggi come Alfred Dreyfus, Sigmund Freud, Ippolito Nievo.</p>
<p>A causa di una momentanea amnesia, il protagonista ripercorre le tappe della propria esistenza attraverso questo diario, nel quale si intromette l’abate Della Piccola, personaggio misterioso e complementare del primo.</p>
<p>A portare chiarezza nella trama un terzo personaggio, la voce narrante, cerca di ricongiungere i racconti di entrambi.</p>
<p><em>“è che gli italiani si sono modellati sui preti, l’unico vero governo che abbiano mai avuto da quando quel pervertito dell’ultimo imperatore romano è stato sodomizzato dai barbari perché il cristianesimo aveva fiaccato la fierezza della razza antica.</em></p>
<p><em>I preti…Come li ho conosciuti? A casa del nonno, mi pare, ho il ricordo oscuro di sguardi fuggenti, dentature guaste, aliti pesanti, mani sudate che tentavano di accarezzarmi la nuca. Che schifo. Oziosi, appartengono alle classi pericolose, come i ladri e i vagabondi. Uno si fa prete o frate solo per vivere nell’ozio, e l’ozio è garantito dal loro numero. Se i preti fossero, diciamo, uno su mille anime, avrebbero talmente da fare che non potrebbero starsene in panciolle mangiando capponi. E tra i preti più indegni il governo sceglie i più stupidi, e li nomina vescovi.</em></p>
<p><em>[…]</em></p>
<p><em>La civiltà non raggiungerà la perfezione finché l’ultima pietra dell’ultima chiesa non sarà caduta sull’ultimo prete, e la terra sarà libera da quella genia.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Di seta e di sangue – Qui Xiaolong – <a href="http://www.marsilioeditori.it/">Marsilio</a> – 18,50€<img class="alignright size-full wp-image-7749" title="disetaedisangue" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/disetaedisangue.jpg" alt="" width="120" height="180" /></strong></p>
<p>I gialli di Qui Xiaolong sono un ottimo modo per conoscere o approfondire la situazione attuale cinese, dalla rivoluzione culturale all’era post – Mao fino ad oggi. Uno sguardo diverso, profondo e coinvolto verso il regime comunista cinese e le sue contraddizioni.</p>
<p>Negli Stati Uniti dal 1989, dopo le proteste di piazza Tiananmen, l’autore mantiene un legame con le sue origini attraverso la narrazione. La serie dell’ispettore Chen Cao, al suo quinto caso, consacra Qui come il maestro del noir cinese, creando dei paralleli tra la Shanghai odierna e l’America degli anni trenta.</p>
<p><em>“La Cina socialista è finita in mano ai cani capitalisti. Gli tornò alla mente il ritornello di una recente canzoncina, a mo’ di contrappunto ritmico ai suoi passi. Tutto stava cambiando in maniera veloce e incomprensibile. Anche il suo jogging mattutino stava cambiando. In passato, mentre correva in solitudine illuminato dalle stelle, superato dai pochi veicoli in circolazione, si godeva la sensazione di una città che pulsava insieme a lui. Adesso, nonostante fosse molto presto, si sentiva circondato dalle auto che strombazzavano il clacson, oltre che dalle gru all’opera nel nuovo cantiere a un isolato di distanza. Dicevano che fosse l’ennesimo complesso residenziale per nuovi ricchi.</em></p>
<p><em>[…]</em></p>
<p><em>Quel ristorante economico, un tempo rinomato “per la sua dedizione al popolo lavoratore”, era scomparso, e al suo posto era sorta una caffetteria di Starbucks.”</em></p>
<p><strong>I detective selvaggi – Roberto Bolaño – <a href="http://www.sellerio.it/it/home/">Sellerio</a> – 16,50 €<img class="alignright size-full wp-image-7751" title="detectiveselvaggi" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/detectiveselvaggi.jpg" alt="" width="120" height="180" /></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sulle tracce di Cesàrea Tinajero, la mitica fondatrice della corrente poetica del realvisceralismo, questo romanzo, a metà fra un <em>on the road</em> e un poliziesco, è come un caleidoscopio rotto. Ci sono i protagonisti, Arturo Belano e Ulises Lima, che si muovono fra una Città del Messico notturna e il deserto del Sonora, e le voci narranti di tutti quelli che li hanno conosciuti. Queste voci, che si mischiano in salti temporali diacronici, creano la storia, o meglio, le storie, facendo diventare la realtà degli avvenimenti come un qualcosa di inafferrabile. Capolavoro dello scrittore cileno Roberto Bolaño (morto nel 2003 a soli 50 anni), è un vero e proprio romanzo “totalizzante”: amicizia, amore, morte, poesia, ricordo, la vita.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>&#8220;Ricordo che Ulises amava la giovane poesia francese. Posso dirlo con certezza. Per noi, quelli del Pueblo Joven Passy, la giovane poesia francese era uno schifo. Tutti figli di papà o tossicomani. Cerca di capirlo una buona volta, Ulises, gli dicevo, noi siamo rivoluzionari, noi abbiamo conosciuto le carceri dell’America Latina, come possiamo amare una poesia come quella francese, no? E lo stronzo non diceva niente, rideva e basta&#8221;.</em></p>
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		<title>Profonde letture estive&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 21:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[...alcune novità da leggere sotto l'ombrellone per distogliere l'attenzione dal vostro fisico...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>Il bacio della vedova, di André Héléna, <a href="http://www.aisara.eu/">Aìsara</a>, €16 <img class="alignright size-full wp-image-7706" title="baciodellavedova" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/baciodellavedova.jpg" alt="" width="120" height="180" /></strong></p>
<p><strong>André Héléna </strong>è considerato uno dei maestri del noir francese, il cosiddetto <em>polar</em>. Straordinariamente prolifico, in trent’anni di carriera Héléna scrisse 200 romanzi, perlopiù sconosciuti nel nostro paese. A colmare questa lacuna ci pensa, dal 2008, la casa editrice Aìsara, impegnata nella pubblicazione di romanzi scelti nella sterminata produzione dello scrittore.</p>
<p>Il bacio della vedova, espressione che in francese indica l’essere ghigliottinati, è la storia del povero Maxence, invischiato in una vicenda che, in maniera irrimediabile, lo porterà alla rovina…</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>La testa rotolò nella segatura mentre un fiotto di sangue zampillava dalla carotide mozzata. Sulla piattaforma, il corpo si contorceva come un verme tagliato a metà</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Rumble Bee, di Duka e Marco Philopat, <a href="http://www.agenziax.it/">Agenzia X</a>, €15<img class="alignright size-full wp-image-7707" title="rumble" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/rumble.jpg" alt="" width="120" height="180" /></strong></p>
<p>Questo romanzo, scritto a quattro mani da Duka e Marco Philopat, pubblicato da Agenzia X, è ambientato nel mondo dell’editoria. Malcolm, l’improbabile protagonista,  è parte “di quella nuova professionalità che sta in mezzo tra lo scrittore e lo standista”. Tra vere o fantomatiche rivolte sociali, dagli studenti in piazza all’insurrezione totale in programma per il prossimo Salone del libro, Duka e Philopat ci raccontano un pezzo di crisi che, ahimè, conosciamo molto bene.<em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Malcolm, un uomo alto e secco con il taglio a due lunghezze per mascherare i capelli già in caduta e due occhi da triglia, nella vita era uno sballato. Però sapeva benissimo che al Salone del libro non si sarebbe dovuto fare le canne. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Oggi avrei preferito non incontrarmi- Herta Muller- <a href="http://www.lafeltrinelli.it/">Feltrinelli</a> -16€<img class="alignright size-full wp-image-7708" title="muller" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/muller.jpg" alt="" width="120" height="180" /></strong></p>
<p>L’ultimo romanzo tradotto in Italia del premio Nobel 2009.</p>
<p>Herta Muller, rumena di lingua tedesca fuggita dalla dittatura nel 1987 e trasferitasi a Berlino, in questo come in altri romanzi e racconti già editi in italiano (<em>Il paese delle prugne verdi, Su una gamba sola e Bassure</em>) scrive della necessità della fuga, dell’estraniamento del nuovo paese, della paura che  tinge tutti i ricordi del paese lasciato. Il tutto dominato della nostalgia che serve a dare una nuova forma agli oggetti e alle parole della nuova vita.</p>
<p>La lingua della Muller è molto simbolica, ricca di immagini originali, buffe e strazianti. Uno stile così poetico non rende la lettura scorrevole ma lascia un segno profondo e caloroso.</p>
<p><em>Vidi i piedi di Lilli. Se il secondo dito è più lungo dell’alluce si chiama dito della vedova. In Lilli era così. E disse:</em></p>
<p><em>Lui mi chiama ciliegia.</em></p>
<p><em>Non si intonava ai suoi occhi azzurri. E quando l’uomo con le grucce si fu allontanato sempre più da noi richiudendosi alle spalle la porta del reparto imballaggio, Lilli disse:</em></p>
<p><em>La ciliegia la strappa via il vento dal ramo, non è forse bello che tu hai occhi così scuri e io mi chiamo ciliegia?</em></p>
<p><em>Nel corridoio cadeva il sole e sul soffitto ardevano i tubi al neon. Sedute così, eravamo due bambine stanche.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Come un uccello in volo- Fariba Vafi- <a href="http://www.ponte33.it/project/">Ponte33</a>- 14€<img class="alignright size-full wp-image-7709" title="fariba" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/fariba.jpg" alt="" width="120" height="180" /></strong></p>
<p>Primo libro pubblicato da Ponte 33, una casa editrice di Civitavecchia che si propone di tradurre e pubblicare solo autori afgani e iraniani.</p>
<p><em>Come un uccello in volo</em> racconta un Iran fatto di vita casalinga, stretti cortili e strade affollate ma lontane.</p>
<p>Una giovane madre cresce i suoi bambini quasi da sola, con un marito assente, arrogante ed estraneo, preso da sogni di trasferimento e conseguente nuova carriera. La protagonista,  affetta da una depressione tenue ma insidiosa, riesce comunque a dare fiducia e forza ai suoi bambini, trascinandoli in un mondo inesistente, fantasioso e pieno di speranza.</p>
<p>La scrittura è piana, precisa, ironica.</p>
<p><em>Mamma, vuoi più bene a me o alla formica?</em></p>
<p><em>Il volume dello stereo aumenta. Ormai non si sente solo dal soffitto, anche i muri trasmettono musica straniera.</em></p>
<p><em>A te</em></p>
<p><em>[…] Papà, vuoi bene a me o al sasso?</em></p>
<p><em>Al sasso. È proprio così. Sentiamo i pianti di tutti. Persino i nostri desideri da niente passano dalle crepe dei muri.</em></p>
<p><em>Vuoi bene a me o alla zolletta?</em></p>
<p><em>Alla zolletta. Sappiamo di chi è il telefono che suona. Sappiamo chi dorme fino a mezzogiorno e chi rimane sveglio fino a mezzanotte.</em></p>
<p><em>Papà, vuoi bene a me o al punto?</em></p>
<p><em>Al punto, alla parola, alla linea e alla frase!</em></p>
<p><strong>La carta e il territorio – Michel Houellebecq – <a href="http://bompiani.rcslibri.corriere.it/">Bompiani</a> – 20€<img class="alignright size-full wp-image-7711" title="cartaeterritorio" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/cartaeterritorio.jpg" alt="" width="120" height="180" /></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’ultima opera di Houellebecq (scrittore di culto fra i più discussi, nel bene e nel male), che ha vinto il Premio Goncourt 2010, prende spunto dal mondo dell’arte contemporanea per tirare le somme della vita di Houellebecq stesso.</p>
<p>La storia è incentrata sulla vita di Jed Martin, che in breve tempo diventa uno degli artisti più quotati al mondo. Dopo aver iniziato a fotografare particolari di mappe geografiche della Michelin (da cui il titolo), Jed passerà alla realizzazione di una serie di ritratti di personaggi famosi, fra cui lo stesso Houellebecq, con cui instaurerà un rapporto di muta e silenziosa fiducia.</p>
<p>Il romanzo subirà delle svolte improvvise (fra cui il misterioso omicidio di Houellebecq), mantenendo però sempre un tono distaccato, non sintomo di freddezza, ma di maturità.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>“Si, è lì che dormo…” confermò Houellebecq mentre tornavano in soggiorno e si accomodavano di nuovo davanti al fuoco. “Nel mio vecchio letto da bambino… Si finisce come si è cominciato”, soggiunse con un’espressione difficile da interpretare (soddisfazione? rassegnazione? amarezza). Jed non trovò alcun commento appropriato.</em></p>
<p><strong><em>Vizio di forma</em></strong><strong> – di Thomas Pynchon – <a href="http://www.einaudi.it/">Einaudi</a> – €20<img class="alignright size-full wp-image-7716" title="thomas pinchion vizio" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/thomas-pinchion-vizio.jpg" alt="" width="120" height="180" /></strong></p>
<p>In Vizio di forma Thomas Pynchon miscela l’hard boiled chandleriano con la controcultura hippy, un po’ come accadeva nel Grande Lebowski.</p>
<p>Doc Sportello, protagonista del romanzo, è infatti un investigatore privato abbastanza eccentrico, decisamente più esperto in viaggi psicheledici che nella risoluzione di casi complicati alla Marlowe. Fino a quando non irrompe sulla scena il suo amore perduto Shasta Fay,  “slip di bikini a fiori e maglietta stinta di Country Joe &amp; the Fish”, trascinando Doc in un intrigo iper complicato al cui confronto, tornando a Chandler, la trama di Il grande sonno è di una chiarezza cristallina.</p>
<p>Il libro è molto ironico, zeppo di personaggi e situazioni divertenti. Ambientato in una Los Angeles sconvolta dagli eccidi di Charles Manson, siamo agli inizi degli settanta, <strong>Vizio di Forma</strong> è però pervaso da una sottile malinconia, quella che di solito accompagna la fine di un’epoca, o di una storia.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>“Doc si addormentoò che era quasi l’alba e si svegliò davvero solo quando stavano per svalicare a Cajon Pass, e gli sembrò di avere appena sognato di superare un crinale più che geografico, fuori da qualche territorio esaminato e vagliato e di scendere in un terreno nuovo, giù per qualche grande pendio definitivo, che sarebbe stato, forse, troppo faticoso per lui decidere di risalire.”</em></p>
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		<title>La scoperta del mondo &#8211; di Luciana Castellina &#8211; ed. Nottetempo &#8211; 16,50€</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jul 2011 21:27:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Nottetempo]]></category>
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		<description><![CDATA[Tra i finalisti del Premio Strega 2011 il diario dell’adolescenza di Luciana Castellina, scrittrice, giornalista e politica, esponente del PCI e poi redattrice del quotidiano Il Manifesto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em>1. La guerra.</em></p>
<p><em>Riccione. 25 Luglio 1943.<img class="alignright size-full wp-image-7696" title="luciana_castellina" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/luciana_castellina.jpg" alt="" width="150" height="186" /></em></p>
<p><em>Dovevano essere pressappoco le sette di sera. A luglio, a quell’ora, è ancora giorno, anche se le ombre della pineta che circondava il tennis avevano cominciato ad allungarsi. Ricordo che il campo era ombroso mentre io e Anna Maria ci tiravamo palle inesperte oltre la rete. Lei, oltretutto, aveva avuto la paralisi infantile e correva male.</em></p>
<p><em>Fu allora che la guardia in borghese venne a chiamarla e il palleggio terminò bruscamente. Senza spiegazioni. Mi disse solo: “Devo andare via subito”. E sparì dietro al poliziotto che da sempre fungeva da governante per lei e per suo fratello Romano.</em></p>
<p><em>Anna Maria era Anna Maria Mussolini, figlia di Benito e Rachele, mia compagna di classe alle elementari e nei primi due anni delle medie: ’40 &#8211; ’41, ’41 – ’42. Non in terza, ’42 – ’43, perché io avevo dovuto trasferirmi a Verona. Ma c’eravamo ritrovate lì a Riccione, dove il nostro gioco venne interrotto. Era la sera del 25 Luglio 1943 e suo padre era stato arrestato a Roma nel corso della giornata. “Trattenuto alla caserma Podgora, a Trastevere” (“per proteggerlo”, si fece sapere in seguito, quasi scusandosi).</em></p>
<p><em>Capii solo a tarda notte cosa c’era dietro quell’inspiegabile, improvviso commiato. Davanti all’Hotel Vienna, dove, per via del ping pong nel giardino, si riuniva il nostro gruppo, trovai gli altri, per lo più amici di mia cugina Paoletta e dunque quasi tutti parecchio più vecchi. A me, neppure quattordicenne, quasi non rivolgevano la parola. Ma mi stettero a sentire, quella volta, quando cominciai a raccontare di Villa Mussolini. Avevo intuito che quella anticipata fine di partita doveva avere un significato.</em></p>
<p><em>Dell’arresto del Duce, l’EIAR dette informazione che era già notte.</em></p>
<p><em>L’indomani, sul mare, molti cutter, le piccole barche a vela all’epoca di moda, avevano inalberato il gran pavese. “Per festeggiare,” mi spiegarono i più grandi. Sui bragozzi ormeggiati al largo, comitive di villeggianti cantavano niente di meno che l’inno di Mameli e le canzoni della Prima Guerra Mondiale. Sempre per festeggiare. E all’ora di pranzo, in pensione, arrivarono a tavola inaspettate le tagliatelle di farina bianca. “Per festeggiare,” ripeté in un sussurro complice e circospetto la cameriera romagnola.</em></p>
<p><em>È così che, a quattordici anni, sono stata iniziata alla politica. Una scoperta importante, tanto è vero che proprio quel giorno – il 26 Luglio 1943 – cominciai a redigere un “diario politico”, come scrissi sul frontespizio. Usai il retro di un vecchio quaderno di scuola (Classe III media, Collegio degli Angeli, Verona, città dove per un anno fui costretta a vivere per ragioni famigliari), precedentemente dedicato alle “cronache”, l’esercitazioni d’italiano allora in uso alle medie. Una di queste, qualche mese prima, era intitolata “Tornano gli alpini”. Vi si parla di quelli della Julia che “hanno valorosamente combattuto in Russia e lungamente marciato nella steppa nevosa, e ora sfilano con le bandiere e gli stendardi laceri e sporchi, testimoni della furia nemica e del valore italiano. Noi abbiamo la mano protesa nel saluto romano”.</em></p>
<p><em>È appoggiandomi a questo diario, scritto fino all’autunno del ’47 (una quantità di quaderni fittissimi), che cercherò di ricostruire le tappe della mia iniziazione politica, un pezzo di storia di un pezzo della mia generazione, nata fra la fine degli anni ’20 e l’inizio dei ’30.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em><img class="aligncenter size-full wp-image-7697" title="castellina" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/castellina.jpg" alt="" width="290" height="193" /></em></p>
<p style="text-align: left;">di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luciana_Castellina">Luciana Castellina</a>, ed. <a href="http://home.edizioninottetempo.it/">Nottetempo</a></p>
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