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	<title>Altroquando &#187; film</title>
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	<description>Libreria di Cinema. A Roma.</description>
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		<title>Teza &#8211; Haile Gerima</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 16:37:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maxadmin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[festival del cinema di venezia]]></category>
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		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo i primi dieci minuti vorresti alzarti, strappare il biglietto e uscire dalla sala, sempre se si è rimasti svegli. Dopo i 140 minuti del film, invece, vorresti piangere di commozione per aver assistito ad una lezione di regia e di storia. Teza (rugiada il suo significato) del regista etiope Haile Gerima]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-888" title="teza" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/teza.jpg" alt="" width="470" height="235" /></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><strong>Teza - Haile Gerima</strong></span></p>
<p style="text-align: right;"><strong>di Mauro De Clemente</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';">Dopo i primi dieci minuti vorresti alzarti, strappare il biglietto e uscire dalla sala, sempre se si è rimasti svegli. Dopo i 140 minuti del film, invece, vorresti piangere di commozione per aver assistito ad una lezione di regia e di storia. <em>Teza</em> (rugiada il suo significato) del regista etiope Haile Gerima, premiato con la menzione speciale all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è un film potente e politico. Questi gli unici due aggettivi in grado di definirlo. Due aggettivi scomodi, come ruvido è il film che ha il potere di svegliare lo spettatore, la sua coscienza. In questa logica si comprende l’inizio onirico così ostico: un incubo, un garbuglio che va sbrogliato tra presente e passato, tra flashback e sguardi di speranza diretti al futuro. Ecco, allora, che più ci si inoltra, guidati dal protagonista Anberber, nella storia dell’Etiopia, il paese natale abbandonato negli anni ’70 per continuare gli studi medici a Colonia, in Germania e poi riabbracciato al tempo della rivoluzione socialista e anti-imperialista, più gli occhi dello spettatore si aprono. Ancor di più quelli dello spettatore italiano: non pochi sono infatti i riferimenti ai danni provocati e mai riparati dal fascismo, uno su tutti la Montagna di Mussolini, un monumento situato su un colle, un luogo ricorrente dove il protagonista si rifugia e riflette su quel passato, suo e del suo Paese, che lo ossessiona. Anberber riabbraccia la propria terra lacerata così come la propria madre attraverso una narrazione che ha tempi e soluzioni registiche lontane dagli standard europei e americani. Tutto ciò affascina e coinvolge emotivamente. Quella di Anberber è una continua fuga verso la ricerca di una pace che non si realizza se non in una promessa futura. Lo stesso abbraccio è doloroso e Gerima non lo nasconde.</span></p>
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		<title>Vegas &#8211; Amir Naderi -</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Sep 2008 09:55:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[festival del cinema di venezia]]></category>
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		<description><![CDATA[Vegas è un film del regista iraniano Amir Naderi. Iraniano di nascita e americano d’adozione, infatti sono ormai 25 anni che Naderi vive negli USA. E ne studia le dinamiche socio-culturali con tale partecipazione che per preparare, e soprattutto finanziare questa pellicola (si fa per dire, il film è in digitale e si vede) Amir si è immerso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><img class="aligncenter size-full wp-image-744" title="naderiecast" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/naderiecast.jpg" alt="" width="500" height="256" /></p>
<p class="MsoNormal"><span><strong>VEGAS</strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><span> Vegas è un film del regista iraniano Amir Naderi. Iraniano di nascita e americano d’adozione, infatti sono ormai 25 anni che Naderi vive negli USA. E ne studia le dinamiche socio-culturali con tale partecipazione che per preparare, e soprattutto finanziare questa pellicola (si fa per dire, il film è in digitale e si vede) Amir si è immerso nella realtà dei casinò più o meno squallidi di Las Vegas. La città dell’effimero per eccellenza, sorta dal nulla in mezzo al deserto per volere della mafia, il sogno del gangster Bugsy Siegel. Ma questa è un’altra storia, già vista al cinema.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Così come il cinema già ci ha mostrato sia gli affari che muovono<span>  </span>la città delle slot machines, riferimento obbligato in questo senso è Casinò di Scorsese, sia il deserto come luogo dell’avidità e dell’occultamento, ancora Casinò, ma soprattutto Rapacità di Stroheim.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>L’avidità stavolta, nel film di Naderi, è legata al gioco d’azzardo inteso come incubo, o meglio come ossessione che spinge i protagonisti di Vegas (una famiglia, madre padre e figlio adolescente, che vive ai margini degli impressionanti palazzoni di Las Vegas, magnificamente fotografati nella loro monumentale desolazione) a buttar giù letteralmente dalle fondamenta la modesta casa in cui abitano. Ingannati da un finto marines, chi vuol vederci un simbolo si accomodi pure, i due ex giocatori incalliti e l’impassibile figlioletto si convincono di custodire il bottino di una leggendaria rapina all’interno del proprio giardino.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La donna, timorata di Dio e fanatica del giardinaggio, geometrica ricerca dell’ordine e della stabilità, dapprima resiste alla tentazione, ma poi con furia uguale se non maggiore a quel del ben più fragile consorte si rimbocca le maniche e procede nella devastazione. Fino a rendersi conto della verità e a darsi alla fuga, barricata nell’immancabilmente squallido motel lynchiano (a questo punto, non so se è Naderi a dialogare col cinema americano o se il nostro sguardo è compromesso per sempre).<span>  </span>Ed è per l’appunto ad un’altra figura topica del cinema americano &#8211; il rassicurante sceriffo che parla, si muove ed è vestito come il più classico dei (molto poco) rassicuranti tutori dell’ordine del cinema americano, da Psycho in poi &#8211; che Nader affida il compito si svelare la trama, mettendo sul chi va là l’ignara famigliola.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"><span> <img class="size-full wp-image-743 aligncenter" title="vegas2" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/vegas2.jpg" alt="" width="301" height="200" /> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Che come accennato è vittima di un inganno, essendo il marines non un reduce dall’Iraq, ma un volgare organizzatore di truffe, e i tre protagonisti pedine di un gioco, ancora, un gioco basato sulla scommessa e sul rilancio. Fino a quando i tre continueranno a scavare? Fin dove può spingere il miraggio di un tesoro nascosto, laddove manca la solidità, morale, sociale ed economica?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La risposta di Naderi, che così chiude il cerchio &#8211; un film metafora del gioco d’azzardo in cui i protagonisti sono oggetto del gioco stesso -, è che l’ossessione non si esaurisce se non nell’accumulazione degli strumenti di distruzione, fino alla ruspa che alla fine del film, non senza una fredda ironia, in pratica sventra la casa. Il fulcro del sogno americano, o di quel che ne resta, abbattuto alle fondamenta.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Resta solo la polvere e la desolazione della periferia e una macchia di birra sulla maglietta sudata </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Be Kind Rewind &#8211; Michel Gondry -</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Sep 2008 09:09:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[gondry]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[Ecco cosa ha da dire su Be Kind Rewind di Michel Gondry il buon Enrico che direi ha scritto a tarda notte... direi dopo un avvincente serata...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><img class="aligncenter size-full wp-image-733" title="locandina" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/locandina.jpg" alt="" width="420" height="653" /></p>
<p class="MsoNormal"><span><strong>Be kind rewind<br />
<em>Michel Gondry</em></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: right;">di Enrico Artale</p>
<p class="MsoNormal"><span><span>Eccentrica vitalità del regista artigiano del sogno, questa volta politicamente meno autoriale e più autoironico, alle prese con la peculiare attitudine al bricolage che lo distingue, e che da strumento creativo diviene qui soggetto stesso del film, seppur in una versione smaccatamente demenziale e caricaturale lontana dal sofisticato francesismo esplorato in tempi recenti, o forse estremamente vicino ad esso nella sua trasposizione vagamente postmoderna in uno stato del New Jersey improvvisamente più cool della grande mela a due passi, privata dei natali del jazzista Fats Waller in nome di una lotta per la<span>  </span>giustizia socio-culturale costretta a passare per tutte le messe in scena &#8211; letteralmente &#8211; d&#8217;America per giungere all&#8217;autoconsapevolezza che sola può garantirle una speranza, la dolce speranza che non ti aspetti e che alla fine del film riqualifica tanto le smorfie di Jack Black quanto l&#8217;identità di un vicinato nuovamente simbolo della solidarietà civile <em>made in usa</em></span><span>, anche quando le procedure del controllo mediatico sembravano aver frantumato ogni comunità possibile nel nome della relazione globale e virtuale che nell&#8217;illusione dell&#8217;”amico” isola l&#8217;individuo davanti allo schermo digitale, lo schermo contro cui simbolicamente si scagliano proprio del videocassette &#8220;maroccate&#8221; (traduzione infelice e arbitraria di Sweded) dai protagonisti per sopperire ad una significativa demagnetizzazione, non a caso causata dalla paranoica battaglia contro la centrale energetica che rappresenta in chiave sufficientemente trasfigurata il potere anestetizzante del sistema, addirittura deciso a rivendicare il suo diritto, e qui la cosa fa quasi seria, diritto inalienabile e incontestabile di cancellare le immagini, specie se il frutto di una produzione spontanea (ma kant ce lo evitiamo) partita dal basso come quella organizzata in modo esemplarmente anacronistico da Jerry e Mike, alfieri di un progetto cinematografico quanto mai etico prima che estetico, per quanto nel loro caso questa nobile precedenza data al politico, al legame con la comunità, si tinge inevitabilmente di buffo non appena il rifiuto del procedimento digitale, dettato dalle esigenze economiche ma forse anche dal riconoscimento della sua connivenza con il potere dell&#8217;immagine istituzionale, porta i protagonisti a servirsi di mezzi ed espedienti che di fatto determinano la comicità (piste per le macchinine<span>  </span>come sfondi delle riprese dall&#8217;alto, fotocopie del volto per evitare l&#8217;effetto negativo, panoramiche realizzate con un ventilatore da tavolo) se non addirittura la poesia<span>  </span>del film su Fats Waller, con le macchine di cartone e il plastico del treno, poesia (sfiorata, non ricercata) che allarga gli orizzonti del film al di là del prodotto per cinefili, a cui forse andrebbe sconsigliato, o per filmakers amatoriali e non, a cui va sconsigliato senza ombra di dubbio per evitare danni di ogni genere (se lo vede il boss è finita) plausibilmente prodotti da un rovinoso tentativo di emulazione del metodo Gondry, definitivamente esplicitato in un film difficilmente aggettivabile, ma che con cognizione di causa potremmo assolutamente suggellare in una definizione: Altroquandiano.<br />
E qualcuno dovrebbe suggerirla ai critici in difficoltà&#8230;</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span> Enrico<br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-735" title="enricoy" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/enricoy.jpg" alt="" width="455" height="567" /> </span></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Film &#8211; Il Divo &#8211; Paolo Sorrentino</title>
		<link>http://www.altroquando.com/2008/08/23/film-il-divo-paolo-sorrentino/</link>
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		<pubDate>Sat, 23 Aug 2008 18:04:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[sorrentino]]></category>

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		<description><![CDATA[Caso più unico che raro nel nostro cinema, il regista napoletano affronta il presente, o più precisamente un recente passato che ancora “pesa”, il biennio 1990-92, dall’ultimo governo Andreotti all’esplodere di Tangentopoli]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;">Hai visto Dario il Dissonante che recensione che ti tira fuori? Dario si o Dario no? Boh.<br />
Al.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><span style="color: #0000ee; text-decoration: underline;"><a href="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/show_img.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-447" title="show_img" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/show_img.jpg" alt="" width="172" height="246" /><br />
</a></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><strong>IL DIVO.<br />
RECENSIONE A QUATTRO MANI DISSONANTE<br />
<span style="font-weight: normal;">(con introduzione condivisa)</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Paolo Sorrentino nella sua quarta pellicola mette in scena un pezzo importante della vita di uno dei personaggi politici più celebri, chiacchierati ed esposti mediaticamente del nostro paese &#8211; ma non per questo più decifrabile &#8211; il senatore a vita Giulio Andreotti, il Divo Giulio appunto. Caso più unico che raro nel nostro cinema, il regista napoletano affronta il presente, o più precisamente un recente passato che ancora “pesa”, il biennio 1990-92, dall’ultimo governo Andreotti all’esplodere di Tangentopoli.</p>
<p class="MsoNormal"><strong>NO</strong></p>
<p class="MsoNormal">Questo coraggio, oltre ad un evidente gusto e piacere del cinema (si veda ad esempio la sequenza in cui Sorrentino presenta la corrente facente capo al Divo, che tra musica disco, slow-motion e sottotitoli gioca col Tarantino de Le Iene) rappresenta per chi scrive il vero pregio del film. Che, per il resto, non spiazza e non affonda, si limita alla cronaca un poco estetizzata. Quello che stride maggiormente, come nell’opera precedente di Sorrentino L’Amico di Famiglia, è la mancata traduzione dello stile spettacolare del film &#8211; barocco, estetizzante, modaiolo, “pop”- in un senso più profondo.<br />
In altre parole, si esce dal cinema sì un poco turbati, ma in definitiva senza niente da raccontare. Non si avverte l’<em>urgenza </em><span>del film, oltre la tecnica il nulla.</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong>SI’</strong></p>
<p class="MsoNormal">Ad emergere è l’uomo Andreotti e la pellicola di Sorrentino è impietosa nel tratteggiarne l’inconsistenza a cui neanche il suo “divino” potere politico e dell’Italia per circa quarant’anni è riuscito a dar forma. A tormentare il Divo Giulio al pari della sua cronica emicrania è il fantasma di Aldo Moro, il leader Dc assassinato dalle Brigate Rosse. Nulla può l’emicrania e nulla potrà la confessione accorata a cui Sorrentino costringe il suo Andreotti verso la fine del film. Eccellente la prova d’attore di Toni Servillo nei panni del Divo Giulio, unica nota dolente la durata eccessiva. La necessità narrativa e storiografica di parlare del processo che vide il politico accusato di collusione con la mafia depotenzia il finale e rischia di farlo scadere in una notizia di cronaca relegata in un passato oramai ininfluente.</p>
<p class="MsoNormal">Dario</p>
<p class="MsoNormal"><img class="aligncenter size-full wp-image-454" title="DARIO ZULLO DA GIOVANE" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/pa110012.jpg" alt="" width="500" height="547" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;">
<p class="MsoNormal"><strong><span> </span></strong></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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