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	<title>Altroquando &#187; RECENSIONI</title>
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	<description>Libreria di Cinema. A Roma.</description>
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		<title>Roberto Bolaño – I dispiaceri del vero poliziotto, Adelphi –19 €</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 17:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In "I dispiaceri del vero poliziotto", romanzo postumo di Roberto Bolaño appena pubblicato da Adelphi, ritroviamo alcuni personaggi già conosciuti in 2666 e in altri scritti del geniale cileno. Come il professor Amalfitano, protagonista dell'estratto che vi proponiamo. Buona lettura!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9029" title="bolan" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/bolan.jpg" alt="" width="200" height="186" />Quella sera, dopo aver riletto quattro o cinque volte la lettera, Amalfitano non poté rimanere in casa. Si mise una giacca leggera e uscì a camminare. I suoi passi lo portarono in centro, dove vagò nella piazza in cui la statua del generale Sepùlveda voltava le spalle ricambiato al gruppo scultoreo che celebrava la vittoria del popolo di Santa Teresa sui francesi, e poi si infilò in un quartiere che, malgrado fosse a due isolati dal centro, riuniva in sé – e mostrava – ogni stigma, ogni segno di povertà, squallore e pericolo. La zona rossa.<br />
Quel nome divertiva Amalfitano con un misto di amara tenerezza; anche lui, nel corso della sua vita, aveva conosciuto zone rosse. I quartieri operai, i “cordoni industriali”, prima, i luoghi liberati dalla guerriglia, dopo. Chiamare zona rossa un quartiere di puttane, tuttavia, gli sembrava azzeccato e si domandò se anche quelle lontane zone rosse della sua gioventù non fossero state enormi quartieri di puttane camuffati con la Retorica e la Dialettica. Luoghi di puttane invisibili, splendore di papponi e poliziotti, tutto il nostro sforzo, la nostra lunga rivolta carceraria.<br />
Di colpo si sentì triste e anche affamato. Contro ogni avvertenza e cautela di genere gastrointestinale si fermò da un venditore ambulante, all’angolo fra avenida Guerrero e General Mina, e comprò un panino al prosciutto e del tè all’ibisco che, nella sua fervida immaginazione, era simile al nettare di gelsomino o al succo di fiori di pesco cinesi della sua infanzia. Com’erano saggi, accidenti, com’erano delicati questi messicani, pensò mentre assaporava uno dei migliori panini della sua vita: fra il pane e il pane, panna acida, salsa di fagioli neri, avocado, lattuga, pomodoro o <em>jitomate, </em>tre o quattro pezzetti di peperoncino <em>chipotle, </em>e una sottile fetta di prosciutto, l’elemento che dava nome al panino e allo stesso tempo il meno importante. Come una lezione di filosofia. Filosofia cinese, è chiaro! pensò. Il che lo portò a ricordare quei versi del <em>Tao te ching</em>: “La loro identità è il mistero / E in questo mistero / si trova la porta di tutte le meraviglie”. Qual’era l’identità di Padilla? Pensò allontanandosi dal venditore ambulante e dirigendosi verso una grande insegna luminosa a metà di calle Mina. Il mistero, la meraviglia di essere giovane e non aver paura e di colpo averla. Ma aveva davvero paura, Padilla? o le manifestazioni che Amalfitano interpretava così erano segno di qualcos’altro? L’insegna, a grandi lettere rosse, annunciava la cantante di <em>rancheras</em> Coral Vidal, una seduta di streap-tease comunicativo e il famoso mago Alexander. Sotto la pensilina all’ingresso, in un brulichio di gente insonne, vendevano sigarette, droghe, frutta secca, riviste e giornali di Santa Teresa, Città del Messico, California e Texas. Mentre pagava un quotidiano della capitale, me ne dia uno qualunque, aveva detto all’edicolante, mi dia l’”Excélsior”, un bambino gli tirò la manica.<br />
Amalfitano si voltò. Era un bambino bruno, magro, sugli undici anni, con indosso una felpa gialla con l’emblema dell’Università del Wisconsin e dei pantaloncini sportivi. Venga con me, signore, mi segua, insisté il bambino davanti alla resistenza iniziale di Amalfitano. Qualcuno si era fermato a guardarli. Alla fine decise di obbedire. Il bambino s’infilò in una strada laterale piena di caseggiati che sembravano sul punto di crollare. I marciapiedi erano invasi da automobili parcheggiate male o, a giudicare dalle loro pietose condizioni, abbandonate dai proprietari. Dall’interno di certe case arrivava un guazzabuglio di televisioni a tutto volume e voci irate. Amalfitano contò fino a tre insegne di pensioni. I nomi gli parvero pittoreschi, ma non quanto l’insegna di calle Mina. Cosa significava <em>streap-tease comunicativo</em>? Che si spogliavano anche gli spettatori o che la spogliarellista annunciava a voce alta gli strumenti che poi si sarebbe tolta?<br />
Di colpo la strada rimase in silenzio, come ripiegata su se stessa. Il bambino si fermò tra due automobili particolarmente sgangherate e guardò Amalfitano negli occhi. Lui, finalmente, capì e scosse la testa. Poi forzò un sorriso e disse no,no. Tirò fuori di tasca una banconota e gliela mise in mano. Il bambino prese la banconota e se la infilò in una delle scarpe da ginnastica. Quando lo vide chinarsi Amalfitano ebbe l’impressione che un raggio di luna gli illuminasse la schiena piccolina e ossuta. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. <em>La loro identità è il mistero</em>, ricordò. E ora? disse il bambino. Ora te ne vai a casa a dormire, disse Amalfitano e si rese immediatamente conto della stupidità del rimprovero. Mentre si avviavano, stavolta uno accanto all’altro, s’infilò la mano in tasca e gli diede altri soldi. Ehi, grazie, disse il bambino. Così questa settimana ceni, disse Amalfitano con un sospiro.<br />
Prima di lasciare la strada sentirono dei gemiti. Amalfitano si fermò. Non è nulla, spiegò il bambino, vengono da lì, è la Llorona. La mano del bambino indicò la soglia di una casa in rovina. Amalfitano si avvicinò esitante. Nel buio dell’androne si sentirono di nuovo i gemiti. Venivano dall’alto, da uno dei piani superiori. Il bambino gli stava accanto e gli indicava il punto, Amalfitano fece pochi passi nell’oscurità e non osò proseguire. Tornando indietro vide il bambino in piedi, in equilibrio sulle macerie. E’ la matta della strada che muore di Aids, disse guardando distrattamente i piani superiori. Amalfitano non fece alcun commento. In calle Mina si separarono. […]</p>
<p><strong>Roberto Bolaño, <em>I dispiaceri del vero poliziotto</em>, Adelphi, 19 €</strong></p>
<p>Il sogno di ogni vero lettore non è forse di ritrovare, anche solo per poco, i personaggi di un libro che ha appassionatamente amato? Ebbene, lo vedrà realizzarsi, per la prima volta, in questo romanzo, dove riappaiono alcuni dei personaggi di <em>2666</em>. Per poterli incontrare di nuovo, però, dovrà accettare il rischio di intraprendere un viaggio quasi iniziatico, all’interno di una foresta in cui le piste si confondono e si aggrovigliano. Ma il vero lettore non esiterà, e si trasformerà lui stesso nel vero poliziotto del titolo: colui che (come Bolaño) &#8220;cerca invano di mettere ordine in questo dannato romanzo». Inoltrandosi dunque nella trama fittissima e imprevedibile di queste pagine, scoprirà, per esempio, che il professor Amalfi­tano è approdato in Messico dopo essere stato espulso dall&#8217;Università di Barcellona per omosessualità, e ne conoscerà il nuovo amante, un irresistibile falsario di dipinti di Larry Rivers (mentre dell’ex amante, un poeta malato di Aids, leggerà le impagabili lettere); e rivedrà anche l’incan­tevole Rosa Amalfitano, di cui sembra innamorarsi il poliziotto Pedro Negrete, incaricato di indagare sul professore insieme allo scherano Pancho, erede di una dinastia di donne violate&#8230; Nel frattempo si lascerà sedurre, il vero lettore, da digressioni letterarie impertinenti, classifiche irriguardose, biografie fittizie, atmosfere inquietanti, sogni rivelatori. Con l&#8217;im­per­tur­babile senso del ritmo e la dovizia visionaria delle sue storie, Bolaño saprà i­pnotizzare il suo lettore-po­liziotto, imponendogli un modo di raccontare nuovo e sorprendente. Sicché, alla fine, l&#8217;unico «dispiacere» che quegli proverà sarà di vedere i personaggi, già da sempre in fuga, sottrarsi ancora una volta: come se, terminato il libro, «saltassero letteralmente fuori dall&#8217;ulti­ma pagina e continuassero a fuggire».<br />
(dalla prima di copertina)</p>
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		<title>22/11/&#8217;63 – di Stephen King – Sperling &amp; Kupfer– 23,90€</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 20:16:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 22 novembre del 1963 John F. Kennedy fu assassinato a Dallas per mano di Lee Harvey Oswald. In questo suo libro, tradotto da Wu Ming 1, Stephen King catapulta il protagonista Jake Epping in un viaggio a ritroso nel tempo che ha come scopo quello di impedire il tragico misfatto...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 22 novembre del 1963 John F. Kennedy fu assassinato a Dallas per mano di Lee Harvey Oswald. Così recita la storia ufficiale. Nel corso degli anni molto si è discusso su quel che realmente accadde quel giorno. In particolare, al centro delle riflessioni di storici, romanzieri, cineasti, c&#8217;è una fondamentale domanda: Oswald agì da solo oppure fu lo strumento di ben altri interessi?<br />
In questo suo libro, tradotto da Wu Ming 1, Stephen King catapulta il protagonista Jake Epping in un viaggio a ritroso nel tempo che ha come scopo quello di impedire l&#8217;assassinio Kennedy. Vengono alla mente, restando in ambito letterario, due grandissimi libri, due capolavori che di questa vicenda fanno il loro perno:<strong><em> Libra</em></strong>, di <strong>Don DeLillo</strong>, e ovviamente <em><strong>American Tabloid</strong></em>, di <strong>James Ellroy</strong>. Entrambi i libri, diversissimi tra loro, sposano la tesi di un Oswald &#8220;utile idiota&#8221;. Uomo giusto al posto giusto. Strumento, come si diceva, nella mani di poteri che mal sopportavano la nuova stagione kennedyana (per chi è invece interessato alla decostruzione del mito kennedyano, oltre al già implacabile Ellroy, consigliamo <strong><em>Alla corte di Re Artù</em></strong>, di Noam Chomsky).<br />
Per King, come si evince dalla postfazione in cui tra le altre cose non vengono citati nè DeLillo nè Ellroy, ogni tesi che postuli la non(piena) responsabilità di Oswald è frutto di una mente paranoica. Una persona razionale, ci dice King, non può non arrivare a questa semplice verità: il 22/11/&#8217;63 l&#8217;assassino fu uno solo. Il suo nome è Harvey Lee Oswald.<br />
Ma forse, come ci dice <a href="http://www.satisfiction.me/stephen-king-221163/">Tommaso Pincio</a> nella sua <a href="http://www.satisfiction.me/stephen-king-221163/">recensione</a>, l&#8217;interesse del romanzo di Stephen King è da ricercare altrove. E cioè nell&#8217;indiscussa maestria dell&#8217;autore a cui bastano, come dice Pincio, &#8220;un paio di pagine per farci leggere nell’anima di Jake, per indurci a stare irriducibilmente dalla sua parte, per riconoscervi a colpo sicuro il nostro eroe&#8221;.<br />
Buona lettura!</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-9042" title="zapuder" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/zapuder.jpg" alt="" width="300" height="182" /></p>
<p>Non sono mai stato un uomo facile alle lacrime.<br />
Un giorno, mia moglie mi disse che il mio “gradiente emotivo pari a zero” era il motivo principale per cui mi stava lasciando. Come se il tizio che aveva riconosciuto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi non c’entrasse per niente. Christy disse che avrebbe forse potuto perdonarmi per non aver pianto al funerale di suo padre: lo conoscevo soltanto da sei anni e non potevo capire che uomo fantastico e generoso fosse stato (quando s’era diplomata le aveva regalato una Mustang decappottabile, tanto per fare un esempio); ma quando non avevo pianto a quelli dei <em>miei </em>genitori (morti a due anni di distanza l’uno dall’altra, papà di cancro allo stomaco e mamma fulminata da un attacco di cuore mentre passeggiava su una spiaggia della Florida), Christy aveva iniziato a capire la faccenda del “gradiente”. Nel gergo degli AA, non ero in grado di “sentire i miei sentimenti”.<br />
“Non ti ho mai visto versare una lacrima”, affermò col tono piatto di chi sta mettendo la parola fine a una relazione. “Nemmeno quando mi hai detto che, se non mi disintossicavo, tra noi due era finita.”<br />
Sei settimane dopo quella conversazione, Christy fece le valigie, prese la macchina e andò a vivere con Mel Thompson dall’altra parte della città. “Ragazzo conosce ragazza dagli AA”, ecco un’altra battuta che gira in quell’ambiente.<br />
Non piansi quando la vidi partire. Non piansi quando rientrai nella nostra casetta, comprata con un mutuo da svenarsi. La casa che non aveva visto nascere nessun bambino, e che ormai non lo avrebbe visto più. Mi sdraiai sul letto che adesso era tutto mio e mi coprii gli occhi con un braccio, solo col mio dolore.<br />
Senza lacrime.<br />
Eppure, non ho nessun blocco emotivo. Su questo, Christy aveva torto. Un giorno, quando avevo undici anni, mia madre mi attese sull’uscio al ritorno da scuola. Mi disse che il mio collie, Tag, era stato investito e ucciso da un’auto. Chi la guidava non si era nemmeno disturbato a fermarsi. Non piansi quando lo seppellimmo, anche se mio padre mi aveva detto che potevo farlo, non c’era nulla di male, nessuno mi avrebbe considerato una mammoletta; ma piansi quando mi diedero la notizia. In parte perché era la mia prima esperienza con la morte, ma soprattutto perché era compito mio assicurarmi che stesse al sicuro, chiuso nel nostro cortile.<br />
E piansi quando il medico di mamma mi chiamò per spiegarmi cos&#8217;era successo quel giorno sulla spiaggia. &#8220;Mi dispiace, non c&#8217;è stato niente da fare&#8221;, disse. &#8220;A vote capita all&#8217;improvviso. Noi dottori tendiamo a vederla come una benedizione.&#8221;<br />
Christy non c&#8217;era. Quel giorno era dovuta restare a scuola fino a tardi, per parlare con una mamma che aveva da ridire sull&#8217;ultima nota presa dal figlio. A ogni modo, io piansi. Entrai nella stanzetta del bucato, presi un lenzuolo dalla cesta e ci piansi dentro. Non durò a lungo, ma le lacrime le versai. Avrei potuto raccontarglielo, ma non ne vedevo l&#8217;utilità: da un lato, avrebbe pensato che andavo in cerca di commiserazione (non è un&#8217;espressione degli AA, ma forse dovrebbe esserlo); dall&#8217;altro, non penso che la capacità di scoppiare in lacrime a comando sia tra i requisiti di un felice matrimonio.<br />
Non ho mai visto piangere nemmeno mio padre, ora che ci penso. Al culmine dell&#8217;emozione, poteva forse emettere un sospiro profondo, o grufolare una risatina. Non si batteva il petto nè rideva di cuore, William Epping. Era il tipo forte e taciturno, e per molti versi mia madre era come lui. Può darsi, in effetti, che la mia difficoltà a piangere abbia cause genetiche. Ma&#8230;bloccato? Incapace di &#8220;sentire i sentimenti&#8221;? No, mai stato nè l&#8217;uno nè l&#8217;altra cosa.<br />
A parte il giorno che seppi di mamma, nella mia vita adulta ricordo solo un&#8217;altra volta in cui mi misi a piangere. Fu quando lessi la storia del padre del bidello. Ero seduto, da solo, nella sala insegnanti della Lisbon High School, e correggevo di buona lena una pila di temi scritti dagli studenti del corso serale. Dal fondo del corridoio giungevano i tonfi del pallone da basket, la sirena del time-out, le grida della folla mentre le bestie sportive si battevano. I levrieri di Lisbon contro le tigri di Jay.<br />
Chi può dire quando una vita si trova in bilico, perchè?<br />
[...]</p>
<p><strong><em>22/11/&#8217;63</em>, di Stephen King, Sperling &amp; Kupfer, 23,90€</strong></p>
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		<title>Crooners – di Nicola Manuppelli e William J. Harris – venerdì 30 dicembre ore 19</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 17:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In occasione della pubblicazione del libro Crooners reading a cura di Nicola Manuppelli e William J.Harris...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="alignleft size-full wp-image-8962" title="crooners" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/crooners.jpg" alt="" width="300" height="227" />In occasione dell’arrivo in Italia del poeta americano <strong>William J. Harris</strong> e della pubblicazione del libro <em><strong>Crooners</strong></em>, <strong>Nicola Manuppelli </strong>e <strong>Harris</strong> terranno due reading &#8211; a Milano il 20 dicembre (al Bistrò del Tempo Ritrovato, ore 19) e a <strong>Roma il 30 dicembre (libreria Altroquando, ore 19)</strong>. Il libro, bilingue, inaugura una piccola collana sullo stile della City Lights di Ferlinghetti.<br />
Per riproporre il “tascabile” in un modo nuovo, fatto di idee.</p>
<p><strong>William J. Harris</strong>, poeta e docente di poesia presso la Kansas University, ha già pubblicato in Italia la raccolta di versi <em>Domande Personali</em> (Leconte editore) e scritto la postfazione al libro di <strong>Langston Hughes</strong> <em>Mondo senza fine </em>(Mattioli editore)</p>
<p><strong>Nicola Manuppelli</strong>, traduttore e scrittore, si occupa di letteratura americana e irlandese, ha pubblicato racconti su varie antologie. Il suo primo romanzo <em>Gli amori sono storie</em> è previsto in uscita per <strong>Alet</strong> a inizio 2012.</p>
<h3>Per ulteriori info: <a href="mailto:nicolamanuppelli@gmail.com">nicolamanuppelli@gmail.com</a></h3>
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		<title>Arte dell&#8217;ospitalità in Italia – Editalia – 1500€</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 12:05:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[arte dell'ospitalità in italia]]></category>
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		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa antologia illustrata pubblicata da Editalia raccoglie il meglio della letteratura di viaggio nel nostro paese, in un periodo che va dal XVI al XIX secolo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-8947    aligncenter" title="ospita" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/ospita.jpg" alt="" width="350" height="350" /><strong></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Presentazione di Stefano Bonilli, direttore del Gambero Rosso, periodico dedicato alla cultura enogastronomica.</strong></p>
<p><em>Per motivi religiosi, politici e culturali, il nostro Paese è stato fin dai tempi più antichi meta di viaggio tra le più frequentate in Europa. Ciò ha determinato la familiarità degli italiani con l’ospite straniero, percepito certamente come potenziale fonte di reddito, ma anche quale portatore di costumi e saperi diversi. La frammentazione della Penisola in piccole entità statuali indipendenti ha inoltre fatto sì che presso le varie corti si sviluppassero raffinati rituali di accoglienza, alimentando una cultura della tavola tesa a &#8220;meravigliare&#8221; l’ospite appagandone tutti i sensi. Si è, insomma, sviluppata un’arte dell’ospitalità che giungendo fino a noi attraverso la trattatistica gastronomica e la letteratura di viaggio si è impressa indelebilmente nel carattere nazionale.<br />
Alberghi, conventi, case private, stazioni di posta, sordide osterie e palazzi principeschi sono i luoghi dove gli stranieri imparano a conoscere l’Italia con le sue bellezze e le sue miserie, dove si confrontano con abitudini lontane dalle loro nell’alimentazione, nel servizio e nell’arredamento, dove incontrano i tipi umani più disparati. Per le diverse nazionalità degli autori e la differente natura dei loro scritti, nonché per l’ampio arco temporale preso in considerazione (dalla fine del XVI a tutto il XIX secolo), la scelta antologica non può che essere un &#8220;assaggio&#8221; della sterminata letteratura sul tema del viaggio in Italia. Non esaustiva, dunque, tuttavia attenta alla singolarità, alla pertinenza e alla godibilità dei testi.<br />
Gli autori pubblicati sono: Michel de Montaigne, François-Maximilien Misson, Charles de Brosses, Patrick Brydone, Johann Wolfgang Goethe, Stendhal, Saint-Germain Leduc, Alexandre Dumas père, Denis-Dominique Farjasse, Arthur John Strutt, Charles Dickens, Hans Christian Andersen, Edward Lear, William W. Story, Francis Wey, Henry Alford, Henry Havard, Ferdinand Gregorovius, Stéphen Liégeard, George Gissing. Per ciascuno, alla fine del volume, è stata compilata una breve nota biografica.</em></p>
<p><strong><em>Arte dell&#8217;ospitalità in Italia</em>, <a href="http://www.editalia.it/it/home.do">Editalia</a>, 1500€</strong></p>
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		<title>The Fincher Network – a cura di Roberto Donati e Marcello Gagliani Caputo – mercoledì 14 dicembre ore 19</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 15:00:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Raccolta di saggi, a cura di Roberto Donati e Marcello Gagliani Caputo, dedicata ad uno dei personaggi più influenti del cinema americano contemporaneo, David Fincher. 
Presentano il libro Mario Sesti, Responsabile Fondazione Cinema per Roma L'Altro Cinema EXTRA e autore della prefazione, Marcello Gagliani Caputo, Francesco Del Grosso.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Altroquando presenta</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>The Fincher Network. Fenomenologia di David Fincher</em><br />
a cura di Roberto Donati e Marcello Gagliani Caputo</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Edizioni Bietti</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>intervengono Francesco Del Grosso, Marcello Gagliani Caputo, Mario Sesti</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>a seguire proiezione di</strong> <strong><em>Seven</em>, di David Fincher, 1995, 121 min.</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>﻿﻿</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><em><img class="alignleft size-full wp-image-8661" title="seven" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/seven.jpg" alt="" width="300" height="432" />The Fincher Network. Fenomenologia di David Fincher</em></strong><span style="text-align: -webkit-auto;"> è il titolo di questa raccolta di saggi a cura di </span><strong>Roberto Donati</strong><span style="text-align: -webkit-auto;"> e </span><strong>Marcello Gagliani Caputi</strong><span style="text-align: -webkit-auto;">, </span><a style="text-align: -webkit-auto;" href="http://www.edizionibietti.it/index.asp?Id=HOME">Edizioni Bietti</a><span style="text-align: -webkit-auto;">. Il volume comprende vari interventi critici volti ad analizzare l&#8217;opera del regista di </span><em><strong>Fight Club</strong></em><span style="text-align: -webkit-auto;">.</span></p>
<p>Tra i più apprezzati protagonisti del cinema americano contemporaneo, Fincher inizia la sua carriera dirigendo videoclip e pubblicità, per poi esordire sul grande schermo con il terzo capitolo della saga di <strong><em>Alien</em></strong>, nel 1992.<br />
La raccolta è tutta tesa alla ricerca di un filo conduttore nell&#8217;opera fincheriana. Autorialità difficile da definire, perchè il nostro è trasversale ai generi. Come un novello Sidney Lumet, Fincher passa con estrema disinvoltura dalla fantascienza al thriller alla <em>screwball comedy</em>.<br />
Tra gli altri, è il saggio di Roy Menarini ad affrontare questo problema, individuando alcuni <em>nodi tematici</em> che danno la misura del Fincher autore. In particolare è significativa la presenza di gruppi di persone, secondo Menarini <em>forme di aggregazione sub culturale</em>, sottoposti a situazioni di estrema tensione e crisi. Passando in breve rassegna l&#8217;opera fincheriana, il critico dimostra agevolmente come ogni film risponda almeno in parte a questo modello, da <strong><em>Seven</em></strong> a<strong> </strong><em><strong>The Game</strong> </em>a <em><strong>Panic Room</strong></em>. Fino ad arrivare all&#8217;estremo compimento rappresentato da <strong><em>The Social Network</em></strong>, dove il gruppo emerge dal sottosuolo per divenire infine istituzione globalizzata. Altro esempio limite è  <em><strong>Zodiac</strong></em>, film in cui la comunità tutta si trova a dover fronteggiare uno spietato, e imprendibile, nemico esterno: in questo Menarini legge un chiaro riferimento all&#8217;America contemporanea, post-11 settembre.</p>
<p>Ma sono tutti i saggi di <em><strong>The Fincher Network</strong></em> a trattare argomenti di elevato interesse: ancora il nodo dell&#8217;autorialità, questa volta secondo Daniele Dottorini; <em><strong>Seven</strong></em> e <strong><em>Zodiac</em></strong> come esempi di una differente declinazione del thriller, Claudio Bartolini; il senso di colpa dei personaggi fincheriani nella lettura di Roberto Donati, e altro ancora.<br />
La prefazione, opera di Mario Sesti, introduce in maniera efficace i temi trattati nella raccolta. Buona lettura!</p>
<p><strong><em>The Fincher Network</em>, a cura di Roberto Donati e Marcello Gagliani Caputo, Edizioni Bietti, €14</strong></p>
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		<title>Strane Storie. Il cinema e i misteri d&#8217;Italia – a cura di Christian Uva – domenica 11 dicembre ore 19</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 13:41:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[christian uva]]></category>
		<category><![CDATA[cinema italiano]]></category>
		<category><![CDATA[presentazioni]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
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		<category><![CDATA[strane storie]]></category>

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		<description><![CDATA[presentazione del volume curato da Christian Uva. Intervengono Enrico Carocci, Andrea Minuz, Guido Panvini e Ivelise Perniola. Modera l'incontro Guido Vitiello. A seguire, proiezione di "La polizia ha le mani legate", regia di Luciani Ercoli, 1974, 93 min.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Altroquando presenta</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em><em>Strane Storie</em><br />
<em> Il cinema e i misteri d&#8217;Italia</em><br />
a cura di Christian Uva </em></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.rubbettinoeditore.it/index.php">Rubbettino</a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>intervengono<br />
Enrico Carocci, Andrea Minuz, Guido Panvini e Ivelise Perniola<br />
Modera l&#8217;incontro Guido Vitiello</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>a seguire, proiezione di<em> La polizia ha le mani legate</em>, regia di Luciani Ercoli, 1974, 93 min.</strong></p>
<p>Dal 1969 al 1984 le cosiddette Stragi di Stato hanno provocato nel nostro paese 150 morti e diverse centinaia di feriti. Se il disegno politico dietro queste vicende è chiaro, un combinato micidiale di estremismo di destra e apparati statali, molti sono ancora i punti oscuri che rimangono celati dietro il conveniente termine “segreti di Stato”. Così come non del tutto chiariti sono alcuni casi, dalla morte di Enrico Mattei a quella di Aldo Moro, passando per il delitto Pasolini, le cui ricostruzioni ufficiali appaiono insufficienti e omertose, laddove non scopertamente eversive.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-8759" title="buongiorno" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/buongiorno.jpg" alt="" width="350" height="243" /></p>
<p><strong><em>Strane Storie. Il cinema e i misteri d&#8217;Italia</em></strong>, questo importante volume di saggi curato da Christian Uva per Rubbettino, ci racconta come il nostro cinema ha rappresentato questi eventi, in un periodo storico che dall&#8217;inizio degli anni settanta arriva fino al recente passato. Da Piazza Fontana (12 dicembre 1969), fino al G8 di Genova, luglio 2001. Con il significativo anteffato della strage di Portella della Ginestra, vero e proprio battesimo di fuoco della nostra Repubblica, avvenuta il 1 maggio 1947.<br />
Lo stesso Uva, nel suo intervento introduttivo, propone di utilizzare il termine misteri in luogo di segreti, più comune in ambito politologico e giudiziario. La dimensione del mistero, infatti, meglio si adatta ad un discorso che indaga le modalità e le strategie del racconto cinematografico. I protagonisti dei film e delle serie televisive presi in esame spesso si scontrano con un vero e proprio &#8220;muro di gomma&#8221; costituito dal continuo gioco di omissioni, ambiguità e depistaggi attraverso i quali il potere protegge se stesso, riproducendosi e conservandosi. Essi, per usare le parole di Uva, nella loro ricerca della verità &#8220;si ritrovano di fronte a un fitto groviglio di fili solo apparentemente e provvisoriamente sbrogliabile&#8221;. Il mistero, in tale contesto, &#8220;assume il significato dello scacco cui è immancabilmente destinata quella medesima ricerca della verità&#8221;.<br />
Spesso lo scacco, questo scoprirsi inermi di fronte alle trame occulte di un potere non facilmente localizzabile, si traduce nell&#8217;elaborazione di teorie ossessivamente dietrologiche. Questo tipo di approccio è definito da Alan O&#8217;Leary &#8220;stile paranoico&#8221;, in riferimento al cinema di registi come Giuseppe Ferrara o Renzo Martinelli, autori di<strong><em> Il caso Moro</em></strong> e <em><strong>Piazza delle cinque lune</strong></em>. Al centro delle due pellicole, com’è noto, c’è la vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Un cinema dalla verve complottistica quasi esclusivamente finalizzata ad esigenze spettacolari, che rimane sostanzialmente improduttivo. Non produce, cioè, vera conoscenza. Tralasciando giudizi estetici sulle singole opere, ciò che resta al termine della visione è quindi un senso di completa passività nei confronti di un potere tentacolare, invincibile. E forse lascia anche un po&#8217; di confusione nello spettatore, alle prese con un caleidoscopio di cattivi maestri, poteri forti e burattinai (ora americani, ora sovietici, ora di chissà quale nazionalità).<br />
Altro discorso è invece quello che riguarda le opere di Francesco Rosi ed Elio Petri.<br />
A Rosi è dedicato il saggio di Anton Giulio Mancino, che analizza in particolare la genesi del capolavoro <strong><em>Il caso Mattei. </em></strong>Pellicola che nella sua equilibrata commistione tra fiction e inchiesta giornalistica rappresenta forse la vetta della filmografia rosiana. In mancanza di una verità data, seppellita ancora una volta da depistaggi e silenzi interessati, la strategia narrativa di Rosi instilla il dubbio al posto della certezza, spinge alla ricerca e all’analisi piuttosto che alla resa. Non sono evocati fumosi complotti ma cause e trame possibili.<br />
Anche il cinema di genere, oggetto delle riflessioni di Roberto Curti, contribuisce alla mappatura cinematografica di un pezzo importante della nostra storia. Soprattutto nei tanto vituperati “poliziotteschi”. I protagonisti di questi film sono spesso e volentieri “sbirri con le mani legate”. Personaggi, cioè, che intuiscono il disegno eversivo scontrandosi però con superiori e istituzioni corrotte, marce. Di nuovo, quindi, lo scacco cui è costretto chi intraprende il “processo della verità”.<br />
Il documentario è invece al centro dell’intervento di Ivelise Perniola. Momento centrale è rappresentato dal dittico costituito da <strong><em>Giuseppe Pinelli</em></strong>, regia di Nelo Risi, e <strong><em>Ipotesi sulla morte </em></strong><em><strong>di Giuseppe Pinelli</strong></em>, di Elio Petri. Il film è girato nel 1970, subito a ridosso di quella strage di Piazza Fontana della cui realizzazione il ferroviere fu inizialmente sospettato, ancora prima di Valpreda. Particolarmente interessante è il segmento di Elio Petri, nel quale gli attori, tra cui Gian Maria Volontè, mettono in scena le tre differenti versione fornite dalla Procura di Milano sul defenestramento dell’anarchico. Evidenziando, ancora una volta, ambiguità e omissioni.<br />
Un altro film di Elio Petri collegato alla Strage di Piazza Fontana, ma questo volta girato in anticipo rispetto ai tragici fatti del 12 dicembre 1969, è il celebre <em><strong>Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto</strong></em>. Andrea Minuz sottolinea il carattere profetico della pellicola, merito ovviamente della capacità di osservazione della realtà di regista, sceneggiatori e interpreti. Kafkianamente imprigionato nell’impossibilità di provare la sua pure evidente colpevolezza, l’ispettore di polizia interpretato da Gian Maria Volontè è impareggiabile sintesi di un potere che uguale a se stesso si trasmette nel corso dei decenni, seppure diverso nei nomi e nei volti. A saper guardare la storia è sempre la stessa, da Portella della Ginestra ’47 a Genova ’01.</p>
<p><strong><em>Strane Storie. Il cinema e i misteri d&#8217;Italia,</em> a cura di Christian Uva, Rubbettino, 16€</strong></p>
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		<title>Novità in libreria</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 23:16:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da Woody Allen ai misteri italiani, da Taxi Driver al 3D, una scelta tra le novità più interessanti in campo editoriale...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><img class="alignleft size-full wp-image-8331" title="driver" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/driver.jpg" alt="" width="100" height="146" />Taxi Driver. Storia di un capolavoro</em><br />
di Geoffrey Macnab<br />
Minimum Fax<br />
14€<br />
183 pagine </strong></p>
<p>Uscito nella sale nel 1976, vincitore della Palma d&#8217;Oro al Festival di Cannes,<strong> Taxi Driver</strong> è considerato uno dei più importanti film della storia del cinema. Estremamente violento, di una violenza sotterranea, endemica, che esplode e si fa quasi splatter nel finale, <strong>Taxi Drive</strong>r lanciò definitivamente il regista <strong>Martin Scorsese</strong>. Così come ebbe l&#8217;indubbio merito di consacrare <strong>Robert De Niro</strong>, la cui interpretazione nel ruolo di Travis Bickle resta una delle più incredibili performance attoriali cui si sia mai assistito.<br />
Pubblicato nel 2005 e recentemente tradotto dalla <strong>Minimum Fax</strong>, il libro di <strong>Geoffrey Macnab</strong> rappresenta una sorta di <em>making of</em> del capolavoro scorsesiano. Dalla scelta del cast alla realizzazione delle riprese, Macnab analizza con gusto aneddotico i retroscena della pellicola, con l&#8217;obiettivo di far rivivere la &#8220;verità&#8221; del set. Gli ultimi capitoli sono invece dedicati alla ricezione critica e alla forte influenza che <strong>Taxi Driver</strong> continua ad avere nella costruzione di tutto un immaginario cinematografico, nella rappresentazione di un certo tipo di violenza.</p>
<p><strong><em>Cinema e tecnologia. La rivoluzione digitale dagli attori virtuali alla nuova stagione del 3D</em> <img class="alignright size-full wp-image-8333" title="tecno" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/tecno.jpg" alt="" width="100" height="150" /><br />
a cura di Mario Gerosa<br />
Le Mani<br />
16€<br />
228 pagine</strong></p>
<p>Casa editrice molto attenta al mondo del cinema, con numerose pubblicazioni annuali, sempre di buon livello, la ligure <strong>Le Mani </strong>esce ora con questo libro dedicato alla rivoluzione tecnologica che investe la settima arte. Digitale, virtuale, sintetico: sono le parole d&#8217;ordine di questa rivoluzione. Curato da <strong>Mario Gerosa</strong>, il volume raccoglie una serie di saggi che affrontano nella maniera più completa possibile gli effetti che le nuove tecniche hanno non solo da un punto di vista produttivo, ma anche teorico-estetico. Cambia, ad esempio, anche la condizione di noi spettattori, con i nostri begli occhialetti 3D, così come cambia radicalmente la percezione dello spazio cinematografico. Corpi e oggetti scagliati verso di noi, invadono la sala, debordano dallo schermo.<br />
Il cinema del futuro in dodici saggi insieme dotti e appassionanti.</p>
<p><strong><em><img class="alignleft size-full wp-image-8336" title="allenmim" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/allenmim.jpg" alt="" width="100" height="150" />La filosofia di Woody Allen<br />
</em>di Roland Quilliot<br />
Mimesis<br />
17€<br />
159 pagine</strong></p>
<p>Sebbene la vena creativa si sia un poco appannata nel corso del tempo, <strong>Woody Allen</strong> resta uno dei registi più importanti e influenti degli ultimi trent&#8217;anni, che lo si ami o meno. Impressionante è il numero di libri dedicati alla sua produzione cinematografica, del resto altrettanto vasta (come tutti sanno, il nostro viaggia alla notevole media di un film all&#8217;anno). Il testo di <strong>Roland Quillot</strong>, dal titolo quanto mai esplicito, interpreta la filmografia del regista di Zelig ponendola in stretto rapporto con la filosofia, che con la psicanalisi è il tema preferito dalla letteratura critica alleniana. Ed del resto i film di Woody Allen sono zeppi di riferimenti, più o meno seri, alla filosofia, come la citazione tratta da <strong>Il dittatore dello stato libero</strong> di Bananas, posta in apertura del libro, adeguatamente ci illustra:<br />
<em>Ho spulciato un po&#8217; il Kierkegaard&#8230;</em></p>
<p><strong><em>Strane Storie. Il cinema e i misteri d&#8217;Italia<img class="alignright size-full wp-image-8338" title="stranst" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/stranst.jpg" alt="" width="100" height="156" /><br />
</em>a cura di Christian Uva<br />
Rubbettino<br />
16€<br />
219 pagine</strong></p>
<p>Christian Uva è studioso da sempre attento al nesso tra cinema, politica e storia, con un occhio di riguardo a quel periodo storico del nostro paese che viene detto &#8220;anni di piombo&#8221;. I saggi presenti in questo volume, curato dallo stesso Uva, riflettono sulla rappresentazione cinematografica dei numerosi misteri che da quegli anni provengono. Misteri, casi mai risolti come quello di Ustica, nel saggio di Gius Gargiulo che riprende il famoso film di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_muro_di_gomma">Marco Risi</a>, o il delitto Pasolini, portato sullo schermo da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pasolini,_un_delitto_italiano">Marco Tullio Giordana </a>e qui analizzato da Anna Paparcone. E ancora, le trame della strategia della tensione viste da Andrea Minuz che rivede <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Indagine_su_un_cittadino_al_di_sopra_di_ogni_sospetto">Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto</a></strong>, il caso Moro, mafia e politica, fino ad arrivare al G8 di Genova nel saggio di Enrico Carocci. Un libro molto interessante, addirittura fondamentale per chi vuole capire le modalità attraverso cui il nostro cinema racconta il Paese.</p>
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		<title>La Baby Aerodinamica Kolor Karamella – di Tom Wolfe – Castelvecchi, €16,5</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 15:16:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[baby aerodinamica color caramella]]></category>
		<category><![CDATA[castelvecchi]]></category>
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		<category><![CDATA[tom wolfe]]></category>

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		<description><![CDATA[...e se avesse ragione?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Col termine <em>New Journalism </em>si intende una particolare corrente letteraria sorta negli anni sessanta del secolo scorso, caratterizzata dall&#8217;ibridazione di letteratura e reportage. Patria elettiva del movimento furono gli Stati Uniti d&#8217;America. Tra le personalità di spicco si annoverano <strong>Truman Capote</strong>, <strong>Norman Mailer</strong>, <strong>Tom Wolfe</strong>. Proprio da un libro di Wolfe, <em><strong>Baby Aerodinamica Kolor Karamella</strong></em>, è preso l&#8217;estratto che vi proponiamo. Il testo, pubblicato nel 1965 e ora riproposto da <strong>Castelvecchi</strong>, è composto da una serie di pezzi che fotografano, in maniera lucida e penetrante, un momento storico fondamentale nella storia dell&#8217;occidente. Vale a dire, il trionfo della cultura pop. E insieme l&#8217;emergere di nuovi miti collettivi e stili di vita, tutti apparentemente accomunanti da un sostanziale dato: la prevalenza del contenitore sul contenuto. O, in altre parole, dell&#8217;apparire sull&#8217;essere.<br />
Il brano qui riportato ci parla del sociologo canadese <strong>Marshall McLuhan</strong>, di cui non a caso Wolfe ci offre un ritratto.<br />
Del resto,<em> il medium è il messaggio</em>.</p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>E se avesse ragione?</strong></h3>
<p><strong> </strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-8570" title="kandy" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/kandy.jpg" alt="" width="300" height="482" />Conobbi Marshall MacLuhan nella primavera del 1965, a New York. La prima cosa che notai fu che portava una strana specie di cravatta a scatto con degli affari di plastica applicati dentro. MacLuhan è un uomo alto, con una bella faccia lunga, espressiva, ma terribilmente pallida. A quel tempo aveva cinquantatrè anni e i capelli grigi, pettinati dritto all’indietro, un po’ radi in cima ma con bei riccioli intorno alle orecchie. Un’aria distinta, insomma. D’altro canto, c’erano quegli affari di plastica di cui un angolino sporgeva tra il colletto e il nodo della cravatta; non riuscivo a staccarne gli occhi. Si trattava di quel tipo di cravatta che si compra a 89 cents da Rexall, pigliandola direttamente dalle rastrelliere girevoli. Si infilano dentro quegli affari di plastica – una specie di supporto che sporge dal nodo con un paio di ali – li inserisce sotto al colletto ed ecco, la cravatta scende giù col nodo già bell’è pronto. Pre-Nodata.</p>
<p>Eravamo insieme a colazione, in cinque, all’aperto, nel giardino di un ristorante francese chiamato Lutèce, al 249 della 50<sup>a </sup>Strada Est. È un ristorante piccolo ma fa parte dei quattro o cinque ristoranti più alla moda di New York, credo. Certamente è uno dei più cari. È così caro che solo il menu dell’ospite porta i prezzi, gli altri hanno soltanto la lista dei piatti – e questo per evitare negli invitati qualsiasi senso di colpa. Al Lutèce mettono in tavola delle caraffe di acqua depurata e inoltre c’è un vero sommelier. È uno di quei locali della zonta tra la 50<sup>a </sup>e la 60<sup>a </sup>Est di Manhattan dove i Mammoni e le Vecchiarde di Mondo convengono per il principale avvenimento dei giorni feriali: lo Status Lunch, la colazione che distingue […]<br />
[…] Il nostro tavolo non era il più illustre, ma ce la metteva tutta: un&#8217;attrice cinematografica; la figlia di una delle donne più ricche d&#8217;America; uno dei più grossi pubblicitari di New York e, naturalmente, McLuhan. Il quale però a quel tempo non era una celebrità. Dubito che in quel ristorante qualcuno avesse mai sentito parlare di lui.<br />
E viceversa: McLuhan non avrebbe potuto essere più dimentico della particolarissima grandeur newyorchese nella quale era capitato. Credo che non si accorgesse neppure della gente. Era tutto interessato al piccolo giardino, o meglio alla sua termodinamica, al modo in cui era disposto là fuori nel calore del sole di mezzogiorno.<br />
“Il calore acuisce il senso del tatto e diminuisce quello della vista”, disse a un certo punto, se ben ricordo le sue parole: ero troppo affascinato da quegli affari di plastica. “È più impegnativo. Fa dimenticare le distanze tra la gente. È, letteralmente, più intimo. Perciò questi cosiddetti ristoranti con giardino vanno.”<br />
Poco prima di fare una qualsiasi dichiarazione di questo genere – e non faceva altro che analizzare ciò che lo circondava – affondava il mento nel petto. Sembrava una specie di segnale inconscio: via! E io osservavo la cravatta, imperniata su quell’indiscreto affarino di plastica. Era di un perfetto bianco latte Rexall quella plastica.<br />
Al momento non mi resi conto che McLuhan era stato portato lì, a New York, e quindi da Lutèce, per essere presentato alla haute New York. Insomma, stava per fare il suo debutto, secondo la moda. Stava per trasformarsi da Herbert Marshall McLuhan, cinquantatreenne professore anglo-canadese, in McLuhan. Lui però non si comportava di conseguenza. Ogni cosa era stata preparata, ma non certo da lui, per il quale non esisteva nessuna haute New York. Per lui questa città è tutta al passato. Verso la fine del pasto affondò il mento affondò, il nodo ruotò sulla plastica – intorno a noi le voci rintronavano e risuonavano a tutt’andare – e McLuhan girò gli occhi in su, verso i grandi edifici che torreggiavano su quella piccola isola termodinamica.<br />
“Naturalmente, una città come New York è un fenomeno superato”, disse. “La gente non ci concentrerà più in grosse città allo scopo di lavorare, New York diventerà una Disneyland, un parco di divertimenti…”.<br />
Grosso modo, con quegli affari di plastica e tutto, aveva la grazia carismatica dell’aruspice, la certezza irresistibile del monomane. Già vedevo New York trasformarsi in un enorme padiglione con rumorosi adolescenti in stivali di Courrèges bianchi, urlanti e ridenti e sobbalzanti nell’aria, come la neve in uno di quei fermacarte di cristallo che si capovolgono…</p>
<p>E se avesse ragione. E…se…avesse…ragione. E s-e-a-v-e-s-s-e-r-a-g-i-o-n-e.</p>
<p style="text-align: left;">E<br />
SE<br />
AVESSE<br />
RAGIONE?[…]</p>
<p><strong><em>La Baby Aerodinamica Kolor Karamella</em>, di Tom Wolfe, Castelvecchi, €16,5</strong></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Rose Petal Jam – di Beata Zatorska e Simon Target</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 11:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Cucina]]></category>
		<category><![CDATA[polonia]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[rose petal jam]]></category>

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		<description><![CDATA[60 tradizionali ricette polacche, stupende fotografie della Polonia d'estate, 3000 copie vendute in 8 settimane in Gran Bretagna...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-8367  aligncenter" title="RPJ_11" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/RPJ_11.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<h3 style="text-align: center;"><em><strong>Rose Petal Jam<br />
</strong></em><em><strong>Ricette e racconti di un estate in Polonia</strong></em></h3>
<p style="text-align: center;">Beata è cresciuta in un villaggio polacco e lì ha imparato a cucinare grazie a sua nonna, Josefa. A 19 anni è partita per l’Australia e non ha più rivisto la sua amata nonna. Dopo 20 anni, Beata torna in Polonia e scopre le ricette scritte da Josefa. Con il suo marito, il marito Simon Target, conosce (di nuovo) la Polonia d&#8217;estate. Il risultato di questo viaggio è un libro di cucina polacca che tratta anche delle memorie giovanili di Beata e della Polonia stessa.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-8369" title="RPJ_1" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/RPJ_1.jpg" alt="" width="300" height="450" /></p>
<p style="text-align: center;">Gli autori:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>BEATA</strong> è nata a Jelenia Góra, nel sud della Polonia. Ha studiato medicina a Sydney in Australia, dove vive e lavora come medico di famiglia.<br />
<strong>SIMON</strong> è nato in Gran Bretania. È filmmaker e fotografo.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><em>„Il viaggio sentimentale per la terra dell&#8217;infanzia e della gioventù – il gusto di Proust della madeleine, ma con la marmellata di petali di rosa dentro.”<br />
</em><strong>Teresa Bazarnik, „New Time”, London</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>„Libro magico. Pieno di fascino e calore.”<br />
</em><strong>Diana Henry, „Sunday telegraph”</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>„Affascinante&#8230;un banchetto visivo.”<br />
</em><strong>Sue Baker, Lovereading.co.uk</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>„Libro splendido e piacevole da leggere – con fotografie bellissime.”<br />
</em><strong>Christine Walker, Most Food Journal</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong><em>Rose Petal Jam</em>, di Beata Zatorska e Simon Target, 26,6€</strong></p>
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		<title>Nessuno mi farà del male – di Giacomo Monti – ed. Canicola € 17</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 21:13:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni canicola]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo monti]]></category>
		<category><![CDATA[nessuno mi farà del male]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>

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		<description><![CDATA[In un mondo alienato solo gli alieni forse potranno riportare un senso dell’esistenza...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-8023" title="nessuno" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/nessuno.jpg" alt="" width="300" height="260" /></p>
<p>In un mondo alienato solo gli alieni forse potranno riportare un senso dell’esistenza.<br />
Sembra questo il messaggio che ci vuole suggerire  Giacomo Monti con il suo <em>Nessuno mi farà del male</em>, graphic novel di racconti brevissimi, che si legano l’uno con l’altro per imbastire la trama di una società contemporanea arrivata al capolinea. Ambientato in una provincia che le rappresenta tutte e nessuna, camerieri senza sogni, sale da bingo dove lo stare insieme è condividere una solitudine enorme, trans e omofobi, autogrill notturni, sono alcuni dei protagonisti di queste storie alla fine del mondo. Gli alieni, che stanno per invadere la terra, sono forse gli unici che possano riportare una netta distinzione fra Bene e Male, riempiendo il vuoto siderale dell’umanità del contemporaneo. Sempre che possa ancora chiamarsi Umanità…</p>
<p>Da questo libro <strong>Gipi</strong> (fumettista e illustratore pisano, al secolo Gian Alfonso Pacinotti), ha tratto il suo primo film <strong>L’ultimo terrestre</strong>, presentato alla 68° Mostra del Cinema di Venezia.</p>
<p><strong><em>Nessuno mi farà del male</em>, di Giacomo Monti, <a href="http://www.canicola.net/">ed. Canicola</a> € 17</strong></p>
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