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	<title>Altroquando &#187; tom mccarthy</title>
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	<description>Libreria di Cinema. A Roma.</description>
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		<title>INCIPIT</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 12:21:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[isbn]]></category>
		<category><![CDATA[Jedediah Berry]]></category>
		<category><![CDATA[tom mccarthy]]></category>
		<category><![CDATA[William S. Burroughs]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli incipit di alcuni libri da poco usciti che ci attizzano alquanto...
Manuale di investigazione - Jedediah Berry - Adelphi
Uomini nello spazio - Tom McCarthy - Isbn
Il biglietto che esplose - William S. Burroughs - Adelphi
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Manuale di investigazione -Jedediah Berry - Adelphi</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-2142" title="manualediinvestigazionecop" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/manualediinvestigazionecop.jpg" alt="" width="280" height="439" /></p>
<p style="text-align: center;">Uno<br />
il pedinamento</p>
<p><em>Durante il pedinamento, il detective esperto non si fa notare, ma non perché è un tipo ordinario. Piuttosto perché da l&#8217;impressione di doversi trovare lì, come l&#8217;ombra della persona pedinata.</em></p>
<p><em></em></p>
<p>Onde evitare che i dettagli vengano scambiati per indizi, si sappia che Mr. Charles Unwin, da una vita residente in questa città, ogni giorno andava a lavoro in bicicletta, anche quando pioveva. Aveva escogitato un metodo per tenere aperto l&#8217;ombrello mentre pedalava, agganciando il manico al manubrio. Tale metodo comprometteva la manovrabilità della bicicletta e riduceva il campo visivo di Unwin, ma se il suo programma quotidiano includeva una visita non uffiaciale a Central Terminal per regioni non ufficiali, allora certi rischi erano inevitabili.<br />
Sebbene di per sé non appariscente, come ciclista e ombrelloforo Unwin veniva decisamente notato. Al trillo del suo campanello, frotte di pedoni si facevano da parte, le madri stringevano a sé i bambini, e i bambini sbalordivano al suo maestoso passaggio. Agli incroci evitava di guardare negli occhi i conducenti dei veicoli a motore, per non dar l&#8217;impressione di voler lasciare loro la precedenza. Quel giorno era in ritardo. Aveva bruciacchiato il porridge, sbagliato cravatta, e per poco non dimenticava l&#8217;orologio da polso, tutto per via di quel sogno poco prima di svegliarsi, un sogno che ancora lo turbava e lo distraeva. [...]</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Uomini nello spazio - Tom McCarthy -Isbn</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-2143" title="uomininellospazio" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/uomininellospazio.jpg" alt="" width="339" height="515" /></p>
<p>Ecco Anton Markov, seduto a un tavolo, che passa il dito attorno al bordo di un piattino mentre guarda il suo compatriota Koulin che attraversa la sala del Malostranskà Kavàrna con falcate decise. Koulin avanza a passi elastici, saltellanti. Con le braccia e i fianchi gira intorno alle sedie e ai tavoli. Fa una giravolta da pattinatore sul ghiaccio per indietreggiare leggero di due passi e schivare la cameriera, una ragazza sulla ventina. Gli specchi a muro, su entrambi i lati della porta da cui è appena emerso, quella che porta ai bagni, riproducono l&#8217;evento in versione tripla: tre Koulin, da davanti, da sinistra e da destra, come nelle foto segnaletiche della polizia. Si vedono anche tre cameriere e tre gruppi di avventori sullo sfondo. Guardando la scena che si moltiplica, Anton ricorda i tempi in cui faceva l&#8217;arbitro in Bulgaria: il trucco era vedere tutte quelle maglie praticamente identiche, le corse ripetute, gli scatti improvvisi, i cambi di ruolo e le inversioni di fronte, come se fossero un unico movimento, parti di un sistema modulare che bisognava osservare come se ci si trovasse al suo esterno, o al di sopra, o da qualche altra parte.</p>
<p>&#8220;Be&#8217;, allora&#8221; dice Koulin, appoggiandosi allo schienale e stendendo un braccio sul termosifone che aveva alle spalle &#8220;la casa di quello jugoslavo è nel quarto distretto di Praga, vicino a Nusle. Abita al quarto piano. Io e Milachkov abbiamo pensato di spaventarlo minacciando di buttarlo giù dalla finestra. Così andiamo là e ci apre la porta proprio lui, in accappatoio. Dovevano essere le dieci di mattina. Mila lo stende e poi lo raccogliamo, uno per parte, e lo portiamo vicino alla finestra. Ma, mentre ce lo portiamo, dalla camera da letto esce una ragazza. E, indovina un po&#8217;?&#8221;</p>
<p>Mi perfora con lo sguardo dall&#8217;altro lato del tavolo, le guance rosse per l&#8217;esaltazione.</p>
<p>&#8220;Cosa?&#8221; chiede Anton.</p>
<p>&#8220;E&#8217; nuda&#8221; gli risponde Koulin. &#8220;Bel corpo, davvero. Peletti neri lungo la schiena. Tettine rotonde. Quando ci vede si mette a piangere e a gridare &#8220;Non fategli del male! Vi prego, non fategli del male!&#8221;. Io comincio a spiegare che non vogliamo fargli niente, ma deve dei soldi a Ili per le sigarette che vende sul suo territorio, però lei continua a piangere e urlare. Lo jugoslavo è tutto calmo perché è stordito per il pugno che ha preso da Mila, quindi non crea problemi, ma la ragazza sta montando un casino. E poi&#8230;&#8221; Sposta il braccio. &#8220;E&#8217; un po&#8217; difficile spiegare questo pezzo esattamente come è successo&#8230; Be&#8217;, la tipa si è pisciata addosso. Ma quello che ho notato io era una specie di gocciolio&#8230; no, balle, non era un gocciolio: era un po&#8217; come se le fosse scoppiata una sacca proprio all&#8217;interno della gamba. Una sacca che prima non c&#8217;era. O come un gavettone che esplode. Un&#8217;unica massa solida. Almeno, era solida finché non ha toccato il pavimento, uno di quei pavimenti a incrocio, tutti di legno, com&#8217;è che si chiamano? &#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;Parquet.&#8221;</p>
<p>&#8220;Giusto. Finché non ha toccato il il parquet. Poi si è rotta. Davvero strano. Siccome era nuda, non c&#8217;era niente a interrompere la caduta. E la ragazza, quella bella ragazza nuda, ci stava sopra, gridando. Non so neanche se si è accorta di quello che aveva appena fatto&#8230;&#8221;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Il biglietto che esplose - William S. Burroughs - Adelphi</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-2144" title="bigliettocheesplose" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/bigliettocheesplose.jpg" alt="" width="250" height="395" /></p>
<p>&#8220;Visto che azione, B.J.?&#8221;</p>
<p>E&#8217; un viaggio lungo. A bordo ci siamo solo noi. Perciò abbiamo imparato a conoscerci così bene che il suono della sua voce e il guizzo della sua immagine sopra il registratore mi sono familiari quanto i miei movimenti intestinali il suono del mio respiro il battito del mio cuore. Non che ci amiamo e nemmeno ci piaciamo. Anzi non lo guardo mai se non con occhi assassini. E lui non mi guarda mai se non con occhi assassini. Assassinio sotto una lampada a carburo a Puya fuori piove il posto e fradicio bevo aguardiente con tè alla cannella per eliminare quel gusto di cherosene mi ha dato dell&#8217;alcolizzato figlio di puttana ed eccolo lì dall&#8217;altra parte del tavolo pieno di graffi e grondante sangue con un coltello appena usato&#8230; seduto intorpidito e inerte su una sdraio dopo aver letto la pagina dei fumetti sul domenicale del mese scorso &#8220;le barzellette&#8221; le chiamava lui e leggeva ogni singola parola a volte ci metteva un&#8217;ora buona lungo un fiume gonfiato dalle maree in Messico assassinio lento nei suoi occhi forse dieci quindici anni più tardi vedo la mossa che aveva fatto allora era uno scacchista dilettante se la cavava bene in realtà gli prendeva quasi tutto il tempo libero ma ne aveva da vendere. Una volta gli avevo chiesto se voleva sfidarmi mi aveva guardato e sorriso e detto: &#8220;Ti faccio fesso ogni volta che mi gira&#8221;.</p>
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		<title>Déjà-vu. Il romanzo dei ricordi perduti. &#8211; Tom McCarthy &#8211; Isbn edizioni</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Nov 2008 17:58:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[isbn]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[tom mccarthy]]></category>

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		<description><![CDATA[Immaginate che vi offrano un lavoro che consiste nell’alloggiare in un certo appartamento condominiale; su richiesta, dovrete aprire la porta di casa e poggiare sul muro di fianco un sacchetto dell’immondizia, nei modi e nei tempi che verranno comunicati dal committente. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Déjà-vu. Il romanzo dei ricordi perduti. &#8211; Tom McCarthy &#8211; Isbn edizioni</strong></p>
<p style="text-align: right;">di Valentina Salvati</p>
<p>Immaginate che vi offrano un lavoro che consiste nell’alloggiare in un certo appartamento condominiale; su richiesta, dovrete aprire la porta di casa e poggiare sul muro di fianco un sacchetto dell’immondizia, nei modi e nei tempi che verranno comunicati dal committente. Reperibilità: ventiquattr’ore su ventiquattro. Altissima retribuzione.</p>
<p>Immaginate ora di aver accettato. Immaginate di trascorrere parte della vostra vita a perfezionare questa unica sequenza di movimenti.</p>
<p>Leggere <em>Déjà vu</em> significa anche scivolare nelle ossessioni di un uomo – di cui null’altro sapremo mai –  che vive esclusivamente per ritrovare momenti perfetti, dal suo particolare punto di vista. <img class="alignleft size-full wp-image-954" title="tom-mccarthy-2" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/tom-mccarthy-2.jpg" alt="" width="199" height="300" /></p>
<p style="text-align: right;">Tutto inizia con un bagno, una crepa sul muro e un intenso déjà vu,  che restituisce al protagonista una sensazione di autenticità ormai perduta da tempo. Tutto prosegue con una serire estenuante di déjà vu artificiali che riproducano quell’autenticità, la stessa che il protagonista invidia a Robert De Niro: un ossimoro insensato?</p>
<p style="text-align: right;">Ma ricostruire questi momenti ha un prezzo, e il protagonista non bada a spese per soddisfare la sua esigenza di spontaneità, per sentire una volta di più quella fluidità dei movimenti, quell’approssimarsi all’essenza delle cose che ha perso con la sua memoria, in seguito a un incidente.</p>
<p style="text-align: right;">Un oggetto contundente lo ha colpito cadendo dall’alto. Responsabile della disgrazia: una società molto nota, disposta a pagare una cifra esorbitante purché il nostro non faccia il suo nome. <img class="alignright size-full wp-image-957" title="deja" src="http://www.altroquando.com/wordpress/documenti/deja.jpg" alt="" width="251" height="185" /></p>
<p>Esce dal coma. Il nostro post-traumatizzato reimpara pazientemente ad agire qualunque gesto a suon di carote. Incassa una fortuna. La spende per comprare la messa in scena di un’infinità di reinterpretazioni, prima ispirate al passato, poi a scene di vita e di morte cui assiste nel presente.</p>
<p>Ingabbiato lui in questa coazione a ripetere, ci ingabbia a sua volta nel succedersi delle reinterpretazioni, diventiamo depositari di dettagli singolari, di descrizioni microscopiche e irritanti, di precisazioni smisurate, che tuttavia noi, come il fido facilitatore Naz, impariamo a comprendere, a condividere. O quasi… A un certo punto capiamo che non riusciremo a chiudere il libro finché la brama di autenticità del protagonista non sarà esaurita.</p>
<p>Ma non ce’è solo questo. Possiamo rintracciare in <em>Déjà vu</em> una critica al potere e al ruolo del denaro, al pericolo insito nelle macchine burocratiche, nell’efficienza acritica e senza cuore di ogni  esecutore che, come Naz, da abile organizzatore logistico delle reinterpretazioni, può scivolare nei panni di uno “specialista” come Adolf Eichmann, con le dovute differenze.</p>
<p> </p>
<p style="text-align: left;">Valentina</p>
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